Elezioni Iraq – Maggio 2018 – Vince nuova Coalizione Sciiti-Comunisti

ELEZIONI IRAQ – MAGGIO 2018
NUOVA COALIZIONE SCIITI-COMUNISTI PRIMA FORZA DEL PAESE

iraq1L’asse musulmani Sciiti-Comunisti è una novità politica recente in Iraq, che con la coalizione “Sairoun” (In cammino insieme), che riunisce le milizie sciite di Al Sadr e il Partito Comunista Iracheno, ottiene la maggioranza relativa dei seggi in queste elezioni di maggio 2018.
Risvolto interessante se si pensa che qualche settimana fa in Libano Hezbollah (il partito di Dio) che mantiene buoni rapporti con le sinistre libanesi ha vinto le elezioni.
Si sta ristabilendo per il medio oriente un nuovo modello politico binomico “sciiti-laici progressisti e comunisti” che, a fronte della resistenza del regime siriano di Bashar al Assad ai terroristi, sta dando – con diverse varianti a seconda dei paesi di riferimento – segnali di estrema vitalità.

Con buona pace dell’Unione europea, dei Fratelli Musulmani, di Israele, Arabia e Stati Uniti.

 

fonte: Nena News

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Un accordo per la Siria, nonostante tutto

Luca Rodilosso – redazione

La Siria è un inferno. Vero.
Nessuna delle parti in causa va più per il sottile. Vero.
Occorrerebbe un accordo, oggi apparentemente impossibile, tra Russia Iran Sauditi e Usa, per far tacere le armi.

Su una cosa continuo a non capire, e lo faccio per provare a dare credito al demonio occidentale:
-come mai le sostanze chimiche dilagano quando su uno scenario di guerra sta per “vincere” il regime?
– come mai non si spiega mai chi sono questi elmetti bianchi che effettuano i salvataggi (ormai comprovato che sono gli stessi islamisti)?
– come mai quando l’esercito siriano trova depositi di armi chimiche inesplose in mano ai ribelli, non si dice nulla?

I white helmets sembrano un po’ come quel testimone che casualmente si trova sempre sul luogo del delitto avvisando per primo la polizia.

Ora, sull’inferno in terra nessuno può essere più moralmente nel giusto. È un lavoro improbo e triste quello di provare a analizzare i fatti in questo contesto. Ma bisogna provarci, per uscire dall’ambiguità da noi tanto criticata.

I bombardamenti convenzionali li sta facendo il regime siriano (termine improprio “regime” ma per comodità lo chiameremo così).
Non è bello ne entusiasmante. Anche se antimperialisti, dovremmo rimanere umani e capire che per quante ragioni possa avere uno stato a difendersi ci sono dei civili che divengono ostaggi in una situazione di guerriglia. Se no Israele a questo punto avrebbe ragione dei bombardamenti su Gaza (pur con le differenze dovute tra Siria e Israele).

Sulle armi chimiche personalmente ho sempre avanzato questa ipotesi: esistono depositi sparsi di cui le città siriane sono minate. Con la ritirata del regime nel 2012 parte di questi depositi è caduta in mano a diverse bande armate jihadiste anche straniere, che li hanno usati o spostati in base alle esigenze del momento. La parte rimasta in mano al regime è stata effetivamente distrutta in base agli accordi internazionali. Una parte invece è stata importata dall’Arabia Saudita con benevolenza americana e francese. I bombardamenti convenzionali russo siriani sulle zone ribelli, non essendo particolarmente chirurgici, fanno detonare queste armi depositate, volutamente o per caso temporaneo messe lì dai ribelli.

Nessuna delle parti retrocederà, il mondo è cambiato e l’occidente non vincerà su Assad. Ecco perché rimane solo la diplomazia.
Nonostante tutto.
Occorrerebbe un accordo, oggi apparentemente impossibile, tra Russia Iran Sauditi e Usa, per far tacere le armi.

Quando il “fascismo” è dentro di noi

da www.ridottiallosso.it – 6 marzo 2018

Si, lo so, è un titolo volutamente forte e provocatorio.

Ma non posso fare a meno di porlo in mezzo al marasma telematico, dal momento che, anche a seguito di queste maleodoranti elezioni del 4 marzo 2018, che hanno visto il trionfo dei 5 stelle e della Lega, si è scatenata nell’ormai microcosmico mondo dei comunisti e nella fattispecie del PCI, un assalto alla diligenza/dirigenza che sarebbe degno dei tempi delle purghe. Ovviamente il tutto ridotto in farsa.

Ma su certe miserie umane, e miseri soggetti che postano miseri commenti – a volte degni della peggiore intimidazione mafiosa – è meglio ad un certo punto sorvolare.

Non si può sorvolare tuttavia il dato politico di una parte della sinistra “comunista,” oramai preda di un settarismo bieco e feroce verso chiunque osi mettere in minimo dubbio il dogma che per reazione ai mutamenti profondi di questa società e di questi tempi la setta specifica si è costruita su misura delle esigenze del “capo” di riferimento. Ed è così che la lista “Potere al Popolo”, che personalmente ritengo abbia fatto una campagna elettorale anche tutto sommato di una certa incisività e comunicatività, sconta le colpe degli errori passati dei vari ceti dirigenti del Prc e del fu Pdci (ora PCI), partito al quale appartengo. E le sconta ingiustamente, perché tale aggregazione in se è nata e si è conformata ai ritmi della politica in soli 3 mesi, in una tornata elettorale devastante, segnata da un razzismo dilagante, dallo sdoganamento delle formazioni neofasciste nell’arena politica italiana e dal decadimento del renzismo e del centrosinistra tutto – con un senso comune spostato sempre più a destra che non ha fatto alcun distinguo tra quello che è stato il PD e quello che sono stati i partiti della sinistra comunista in questi anni (ovvero completamente irrilevanti).

Infatti fare paragoni con Rivoluzione Civile di Ingroia o con la Sinistra Arcobaleno è un esercizio retorico totalmente fuorviante e strumentale a chi vuole solo seminare divisione nel già debole mondo comunista italiano, per meri calcoli di bottega, chissà con quale guadagno poi. Il fondo lo si è toccato non con la bevuta ironica dei compagni di Potere al Popolo in diretta al Tg La7 di Mentana domenica 4 marzo, ma con l’esultanza di “aver portato la falce e martello sulle schede pur avendo preso lo 0,3%”. E’ chiaro che quando sono questi i termini di una forza politica, o dei suoi emulatori dentro altre forze politiche, emerge con nitidezza la gravità della crisi non solo economica ma anche psico-sociale nella quale le persone stanno finendo. Ed è qui che mi riallaccio al titolo di questa mia breve analisi: “Quando il fascismo è dentro di noi”.

Perché? Perché non è vero che non esiste un pericolo fascista. Correre a dire che si è sbagliato a fare la mobilitazione delle ultime settimane contro i neofascisti solo perché le loro forze esplicite hanno preso assieme circa l’1,2% è fare lo stesso gioco che fa Feltri o Sallusti (non a caso utilizzano gli stessi termini di analisi). Il fascismo dilaga come senso comune nella società, ingigantisce il voto della Lega a livello di massa e inquina il dibattito democratico coinvolgendo figure provenienti dal mondo democratico – fortunatamente non più in Parlamento – come il Ministro dell’Interno uscente Marco Minniti. Giusto ieri è stato ucciso un senegalese a Firenze, per futili motivi, con un colpo di pistola, da un italiano che si voleva suicidare (e poi non si è suicidato). Il senegalese lavorava regolarmente. Che cos’è questo se non un clima d’odio che dilaga nel paese?

Tornando al microcosmo comunista, qua lo dico e lo ribadisco: Potere al Popolo, per quanto piccola formazione, deludente esito ecc… ha il DOVERE MORALE di continuare ad esistere, e sarò con essa a prescindere, per diverse ragioni: per la serietà di non continuare a cambiare sigla dopo 10 anni di continui cambiamenti di nomi, per il senso necessario che una forza politica oggi deve dare in teremini di comunicazione e coinvolgimento diretto, e su questo punto vi è la nota dolente della cultura comunista non aggiornata e non al passo con il vivere sociale.

Nota dolente perché una certa visione “strutturale” della società, e con essa la forma partito come monolite intangibile, con le moderne tecnologie e il cambiamento della tecnica è venuta meno nel senso comune della popolazione. Questo non vuoldire rinunciare ai valori di umanesimo, libertà, emancipazione sociale, alla lotta di classe, ma occorre come il pane un veicolo comunicativo che sia DIVERSO dal totem feticista al quale si è ridotta la falce e martello in questi ultimi anni. Vi fu una polemica contro Vendola a suo tempo, e lì difesi il simbolo storico contro la deriva opportunistica di una certa sinistra liberal (sappiamo come è andata a finire la storia). Ma non possiamo pretendere, dopo un decennio di insussistenza politica, di ricominciare a fare gli indiani con le piume per rivendicare le riserve che ci hanno rubato. Risulteremmo ridicoli. L’ultima occasione per rilanciare QUELLA FORMA SIMBOLICA in Italia fu il 2009 con la Federazione della Sinistra. I vari egoismi reciproci hanno distrutto quell’ultima occasione, e fatto perdere quell’ultimo treno.

Oggi, dare la colpa delle proprie frustrazioni e sensi di impotenza a Potere al Popolo è solo un penoso ripiego. Al quale in prima persona ribadisco e sottolineo che non prenderò parte in alcun modo, e auspico vivamente che lo faccia anche il mio partito, il PCI. Se il germe di quel “fascismo interiore” dovesse contagiare la maggioranza anche del mio partito, cosa che non mi auguro assolutamente, perché è come se distruggessero la mia casa, so che Potere al Popolo sarebbe comunque la valle dove potrò in ogni caso continuare a vivere.

Luca Rodilosso

IL POTERE DEI MEDIA E LA TEORIA DELL’AGENDA SETTING

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Nonostante sia noto il grado di concentrazione del settore delle telecomunicazioni, è lecito da parte del lettore mettere in discussione il seguente assunto: non è possibile affermare che le persone credano ciecamente e acriticamente a tutto ciò che viene espresso dai media. Noi tutti ascoltiamo, leggiamo e vediamo i fatti riportati per poi sviluppare un proprio pensiero al riguardo, frutto dell’interazione con amici, familiari, colleghi di lavoro, o dell’approfondimento attraverso altre fonti. Non è qui possibile svolgere una disanima sul dibattito intellettuale, in particolare del secondo Novecento, sul potere effettivo dei media di influenzare i cittadini. Riteniamo tuttavia che la teoria che in ambito sociologico viene chiamata “agenda setting” abbia una valenza immensa, che ogni giorno può essere verificata e constatata empiricamente. Per chiarirne il contenuto, ci aiutiamo con una scheda tecnica sul tema.

“La teoria dell’agenda setting [d’ora in avanti a.s., ndr], avanzata nel 1972 da Maxwell McCombs e Donald Shaw, sostiene che i mass media predispongono per il pubblico un certo “ordine del giorno” degli argomenti cui prestare attenzione. A lungo gli studiosi hanno dibattuto su quanto i media possano comunicare alle persone cosa è importante e cosa deve essere preso in considerazione. Già nel 1922 Walter Lippmann, nell’ormai famoso “Public Opinion”, sottolineava come il pubblico dei media di fatto non si trovi dinanzi agli eventi reali, ma a pseudo-eventi, in pratica “alle immagini che ci facciamo nella nostra mente”. Sin dalla selezione e rappresentazione quotidiana delle notizie, i media modellano la realtà sociale. Essi sono in grado di strutturare i nostri pensieri e di portarci a un mutamento cognitivo. Ordinano e organizzano il mondo per noi, inducendoci a prestare attenzione a certi eventi piuttosto che ad altri. Possono anche non riuscire a dirci cosa o come pensare, ma riescono sicuramente a dirci intorno a quali temi pensare qualcosa. Questa è la funzione di a.s. svolta dai media, in particolare da quelli informativi. […] La ricerca ha dimostrato che le persone più portate a lasciarsi influenzare dai media sono quelle che hanno un maggiore bisogno di orientamento. La questione che inevitabilmente emerge a questo punto è la seguente: chi è veramente in grado di condizionare l’agenda dei media? […] Negli ultimi anni, anche Shaw e McCombs hanno ammesso che i media hanno il potere di influenzare il modo in cui pensiamo, soprattutto attraverso il processo di priming e framing. Nel primo caso, si tratta di quel “processo psicologico nel quale l’enfasi attribuita dai media è in grado non solo di aumentare l’importanza di una data questione, ma anche di “innescare” nel pubblico il ricordo delle informazioni precedentemente acquisite su quella questione”; poiché tutti i membri del pubblico, e non solo quelli che hanno più bisogno di orientamento, sono soggetti a questo processo, esso si rivela particolarmentedinamico ed efficace. Con il processo di framing (inquadramento, focalizzazione), invece, alcuni eventi vengono messi in primo piano, mentre altri passano inosservati”.

Fermiamoci qua. Chiaramente gli autori non collegano questa tematica alla questione dell’imperialismo e mantengono un discorso astratto e neutrale in cui considerano diverse variabili che siano capaci di condizionare i media. Le principali sono riassumibili da parte loro come quelle del mercato, delle esigenze del pubblico, dei temi posti all’attenzione pubblica da parte del ceto politico. Da comunisti, noi riteniamo che questi condizionamenti reciproci possano valere in una condizione di corretto funzionamento di un sistema quanto meno democratico liberale e concorrenziale. Tali condizioni non sembrano però sussistere nel momento in cui, come abbiamo appena mostrato, la quasi totalità dei mass-media risultano controllati da una manciata di multinazionali. Né tantomeno possono valere in una condizione di crisi sociale, politica, economica e culturale acuta, che colpisce costantemente una quota importante della popolazione dei Paesi capitalistici. In un contesto imperialista il potere dei media reazionari diventa quindi determinante nella capacità di condizionare quotidianamente milioni, se non miliardi di persone, attraverso un’azione egemonica di lungo corso che Gramsci chiamerebbe “rivoluzione passiva”. Ci troviamo insomma nel pieno dell’arena della lotta di classe culturale, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

[Fonte: “A cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo-Leninismo”. Cap. 23, paragrafo 3.5 – “IL POTERE DEI MEDIA E LA TEORIA DELL’AGENDA SETTING”. Il volume è scaricabile gratuitamente su http://intellettualecollettivo.it/]

Due referendum inutili e nocivi, mobilitiamoci per farli fallire!

I due presidenti di regione di Lombardia e del Veneto hanno indetto due referendum che non possono avere e non avranno nessuna conseguenza concreta, qualunque sia l’esito della votazione, dato che , a differenza dei normali referendum, non possono modificare nulla di quanto viene messo al voto ed inoltre data la genericità del quesito non possono neppure esprimere un chiaro mandato politico.
In compenso per questi due referendum verranno spesi decine e decine di milioni di euro dei bilanci delle due regioni che avrebbero potuto essere spesi per dare una migliore risposta ai bisogni ed alle emergenze sociali sia del Veneto che della Lombardia.
Servono invece alla Lega cui appartengono sia Maroni che Zaia per rilanciare la sua
immagine politica in vista delle prossime elezioni, sperperando, quindi, per scopi di partito i soldi dei cittadini lombardi e veneti.
Basterebbe osservare che in tutti gli anni del loro mandato questi “governatori” non hanno mai veramente affrontato questo tema con i vari governi che si sono succeduti ma lo rispolverano ora per cercare di aumentare il consenso personale e del loro partito.

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Si dovrebbe, prima di parlare di ulteriori poteri o risorse alle regioni, fare un bilancio di come queste abbiano gestito i poteri e le risorse che fino ad ora sono state loro assegnati.
La regione Lombardia prima con Formigoni e poi con Maroni è stata più volte travolta da scandali in particolare nel settore della sanità, e se guardiamo a livello nazionale vediamo che proprio il livello istituzionale regionale è stato quello che ha evidenziato il maggior numero di scandali e ruberie. In Veneto, le questioni della pedemontana, del Mose o degli ospedali costruiti in “collaborazione” tra pubblico e privato e successivamente ceduti a fondi di investimenti stranieri (solo per fare qualche esempio) sono emblematiche dell’abitudine di trattare la cosa pubblica in maniera privatistica e costosa per la collettività. Fatti come questi evidenziano la pericolosità di dare, sulla questione dell’autonomia, un mandato in bianco ai presidenti delle regioni.
Che quindi lo spostamento di pote

ri e risorse alle regioni sia il miglior modo per gestirle ed amministrarle è tutto da dimostrare. Inoltre in molte regioni, ed in particolare in Lombardia il decentramento di poteri e risorse si è fermato al livello regionale facendo diventare la regione una sorta di piccolo stato accentratore che non ha, a sua volta, decentrato verso le allora provincie ed i comuni, in modo da avvicinare i luoghi di decisione e di gestione ai cittadini permettendo una reale partecipazione.
Infine dietro a questi referendum rimane, anche se in questo caso si tenta di celarla, la concezione di destra della Lega che vorrebbe capovolgere quei principi di solidarietà e di ridistribuzione delle risorse che sono alla base della nostra  Costituzione, ed il diritto di ogni cittadino italiano di godere degli stessi diritti e servizi sociali in ogni parte del paese, l’idea di una frattura del paese che non porterebbe ad una “indipendenza” ma alla subordinazione economica e politica del nord Italia alla Germania.

In questo quadro il modo migliore per combattere e sconfiggere questi referendum inutili, costosi e nocivi è quello di attuare una forte campagna elettorale per una astensione attiva dei cittadini, infatti recarsi comunque a votare per esprimere un “no” rischia di diventare una legittimazione del referendum, una sorta di riconoscimento dello stesso che, involontariamente, potrebbe valorizzare un’eventuale vittoria del “si”.
Una seria ed ampia campagna per l’astensione non è un modo per “estraniarsi dalla
partita” o di restare alla finestra. Permette di smascherare la posizione del M5S e di gran parte del PD (PD veneto e sindaci PD della Lombardia) che si sono espressi per il si, mettendo in luce non solo i contenuti reali delle loro linee politiche ma anche la grande dose di opportunismo di queste forze politiche che evidenziano, con questa scelta, la loro sudditanza ai contenuti ed ai valori della destra.

Partito Comunista Italiano
Federazione regionale della Lombardia, il segretario Vladimiro Merlin               Federazione regionale del Veneto, il segretario Giorgio Langella