Il mondo caotico senza più utopie nel nostro centenario

Luca Rodilosso – direttore ilcomunista.it


Gli auguri per il centenario del PCI a tutti i compagni si fanno come fosse una tradizione, per affermare la coerenza di una Storia rispetto a chi la ricorda in nome dei revisionismi e degli opportunismi.
Detto questo, siccome il cambiamento, il miglioramento, il mettere e mettersi in discussione è parte dell’intelligenza umana, è anche giusto rendere onore a una Storia per quello che è stata e che, comunque e in ogni caso, da oggi in poi sarà comunque diversa, anche se animata dagli stessi ideali di giustizia e uguaglianza. L’ottusità, la liturgia fine a se stessa, non servono al comunismo del nuovo millennio, perché oggi siamo immersi, oltre che nella nuova rivoluzione tecnologica e tecnica, nell’assenza dell’utopia e nella fuga – per certi versi anche umana e legittima – da un sacrificio individuale che non è più vissuto in nome di una collettività o classe non più percepita come tale.


Dovremo muoverci su un terreno molto meno solido, oserei dire sabbioso, non statico in ogni caso, e lo dovremo fare nonostante tutto, con intelligenza, e con un paziente lavoro di ricostruzione che però consideri la molteplicità della persona, e affini l’analisi non solamente più economica e sociologica, ma anche psicologica dell’essere umano.


Altri ex compagni di viaggio – ormai separati da molto tempo – hanno invece scelto la strada di abbracciare appieno questa imperante individualità capitalistica, mantenendo l’eredità strutturale e organizzativa che è il tesoro politico di un nobile passato.
A tal proposito, pare infatti che Zingaretti abbi detto di non aver mai letto Marx Lenin e Togliatti nell’allora Fgci degli anni ’80: è ovvio che è pura menzogna nonché una ignobile frase ipocrita e di comodo, perché svendendo la propria Storia si pensa di accreditarsi presso il potere profondo euroatlantico, cosa che nel PD non hanno ancora capito dopo 30 anni, che non accadrà mai, perché faranno sempre i paggi, mai i regnanti.
Detto ciò, noi neomarxisti riusciamo benissimo a capire che quella di Zingaretti, così come le altre conversioni “sulle vie di Damasco” (molto affollate ultimamente) sono affermazioni strumentali e ipocrite anche per un altro elemento: la propaganda, l’organizzazione e la strategia del PD zingarettiano ha ancora quell’impronta leninista, purtroppo solo nella struttura, mentre i contenuti sono divenuti profondamente anticomunisti e nemmeno socialdemocratici, per certi versi.


Guardando al mondo che ci circonda, ormai dobbiamo comprendere come questo mondo dei principi non se ne fa più nulla: ad esempio Twitter e Facebook bannano Trump dopo i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 (e al soggetto in questione gli sta bene) ma sono gli stessi che hanno favorito con certe modalità algoritmiche certe mostruosità e decadenze del dibattito pubblico nella rete web, in Europa e in Usa.
Per non parlare della censura operata dallo stesso Trump verso la Cina sui casi Huawei e Tik Tok (la figlia del presidente Huawei, Meng Wanzhou, forse la liberano tra poco dopo due anni di detenzione in Canada). Le empatie e simpatie non bastano più a comprendere e compiere scelte nel mondo di oggi, a fianco di esse bisogna essere in grado di valutare la prospettiva di sviluppo per uno Stato, e il minore danno possibile in conflittualità interna ed esterna.
Il che vuol dire non che sono finiti gli ideali, ma è finito il modo di concepirli e di applicarli così come conosciuto nel novecento. Peraltro proprio i cinesi sono tra i primi ad averlo capito.


Quindi, cari compagni e compagne, per celebrare al meglio un centenario, occorre capire perché e come bisogna essere ancora comunisti, dopo tutto questo tempo. Non rinnegare, come hanno fatto in molti, rivendicare certo quella che fu una scelta non di divisione, ma di resistenza di fronte a un fascismo ormai dilagante nella società e dinazi a un riformismo socialmoderato inerte e immobile, ma nemmeno gingillarsi nell’evocazione di un mondo che oggi, nel bene e nel male, non esiste più.

NUOVI PUNTI DI VISTA

Riprendo dall’articolo di risposta: “criticavo semmai il loro diffondere soltanto disperazione e il farlo con uno strumento, la poesia, che – a torto, secondo me – molti poeti pensano debba parlare soltanto all’irrazionale e quindi alla fragilità umana”, ma non dico che la poesia debba parlare solo dell’irrazionale e della fragilità umana, dico che possa anche, e legittimamente, parlare anche di questo, mentre nell’articolo iniziale su Ferlinghetti mi sembra di vedere una critica al fatto che la poesia parli di questo.
“certo si è che farne, come Ginsberg, Borroughs, ecc. e gli stessi poeti maudits con l’assenzio, un aiuto per l’allargamento della coscienza non è, a mio parere, una grande dimostrazione di comprensione nei confronti di lettori particolarmente sensibili, come sono di norma quelli che leggono di poesia.” torno a non vedere chiarezza in questa frase, cioè i lettori di poesia, particolarmente sensibili, dagli scritti dei beatnick o dei maudits verrebbero spinti all’abuso di droghe e alcool?
Sulle “devianze” mi spiace che non ci sia una messa in discussione del fatto che le sessualità LGBT+ siano considerate “devianze” rispetto all’eterosessualità posta come “norma”, invece che proporre una visione diversa e più allargata in cui l’eterosessualità, a pari di omosessualità, bisessualità e asessualità sia vista come una delle varianti della sessualità umana; dal momento che ritengo che quel “sesso solo come sangue sperma e cattivi odori” sia il sesso a cui si sono ritrovati costretti le persone omosessuali e bisessuali per vario tempo, non potendo vivere la propria sessualità in altro modo essendo, poiché posta a “norma”, l’eterosessualità l’unica sessualità vivibile alla luce del sole, e a riprova di ciò si può notare che a parlare di una sessualità solo come ” sangue sperma e cattivi odori” sono autori omosessuali che hanno vissuto quell’epoca in cui la loro sessualità non poteva essere espressa e non provenienti da ricche famiglie (sia Siti che Busi provengono da famiglie popolari).
Piccola precisazione sulla frase “io sono un comunista e credo di non dover precisare che per cambiare il mondo, fare la rivoluzione, che non è un atto singolo ma un percorso, servono anche i devianti, i normali, i maschi e le femmine”; mi dispiace ma si, và precisato che sono inclusi ANCHE i devianti e che con la frase “con i devianti non si fà la rivoluzione” si intende che “con SOLO i devianti non si fà la rivoluzione”, visto che purtroppo più che spesso le persone devianti dalla norma eterosessuale vigente si sono vista sbattere in faccia le porte anche da formazioni comuniste perché la loro sessualità veniva additata come “vizio borghese”, cosa che alcuni reazionari che si annidano anche in formazioni comuniste pensano ancora, quindi chiedo chiarezza a riguardo perché alcune persone potrebbero leggervi l’ennesima porta sbattuta in faccia.
Sull’arte per l’arte mi dispiace ma non posso trovarmi d’accordo sul rifiutarla in toto, apprezzo anche l’arte impegnata, ma a volte guardando un’opera pittorica o scultorea o leggendo un’opera letteraria voglio solo apprezzarne la bellezza, senza messaggi sociali, che non significa per forza “in gruppi politici, intellettuali e artistici autoreferenziali”, ma semplicemente un voler prendersi dei momenti per apprezzare la bellezza di un’opera in sé senza altri significati, vogliamo chiamarla “masturbazione mentale”, e va bene, sia, ogni tanto non vedo cosa ci sia di male se alcune persone vogliano apprezzare delle opere artistiche o letterarie per semplice “masturbazione mentale”, chi non vuole o non ama quelle opere non è obbligato a farlo, posso solo assicurare che non rende ciechi e che gli occhi sono ben aperti.
Ma il mio apprezzare molte opere dell’arte per l’arte non è il focus su cui voglio accentrare il mio intervento, penso sia pacifico che chi ama l’arte per l’arte sia giusto e legittimo che la possa apprezzare e che anzi possa avere anche a livello economico i mezzi per apprezzarla (mi viene in mente il gioco degli scacchi, nato come elitario ma diventato nella Russia Sovietica popolare grazie al socialismo che lo aveva aperto a tutto facendolo uscire dall’elitarietà da cui era nato, così come la gratuità o l’abbassamento di prezzo di musei e teatri e l’apertura di sempre più biblioteche pubbliche possono aiutare il diffondersi di arte, impegnata e non, a chiunque lo desideri e non solo per chi ne ha i mezzi); anzi in questo intervento voglio uscire dal dibattito e proporre un nuovo argomento, proporre un nuovo punto di vista sulla questione della sessualità e della “norma” in essa.
Voglio ragionare in questo intervento sull’idea, imperante, che l’eterosessualità sia la norma e le altre sessualità siano devianze da essa, idea che non si trova solo in reazionari e omofobi, ma purtroppo ben radicata nella cultura mainstream anche tra persone progressiste, anticapitaliste e impegnate anche contro l’omobitransfobia;
già nel ’48 il biologo e sessualogo Alfred Charles Kinsey propose una visione della sessualità in cui l’eterosessualità e l’omosessualità sono solo due antipodi di una varietà sessuale più ampia, presente nell’umanità, e che prevede anche varie forme di bisessualità, da una bisessualità aperta parimenti a più generi ad una che si avvicina di più ad uno degli antipodi, l’eterosessualità, preferendo maggiormente ma non unicamente l’altro genere, e ad una che si avvicina all’altro antipode, l’omosessualità, con una maggior preferenza per il proprio genere.
La visione di Kinsey fu messa in discussione dallo psicologo Michael Storms nel 1980, non per riproporre l’eterosessualità come norma, ma per proporre una visione più ampia in cui ai due antipodi dello spettro sessuale verrebbero poste l’asessualità e la pan/bisessualità, mentre l’eterosessualità e l’omosessualità potrebbero essere viste come delle variabili tra le due, delle sessualità che avrebbero mancanza di desiderio sessuale (asessualità) solo verso il proprio genere (eterosessualità) o verso l’altro (omosessualità), mentre le bisessualità con una maggiore attrazione verso un genere sarebbero, appunto bisessualità con un maggiore desiderio sessuale verso un genere.
Tali modelli, ben conosciuti a livello accademico in ambito psicologico, sessuologico ma anche antropologico purtroppo non sono conosciuti e non vengono divulgati a livello popolare, portando alla non messa in discussione della “norma” eterosessuale vigente nella cultura mainstream, cosa che porta al vedere ancora le sessualità non eterosessuali come “devianze”, e da qui la proposta di questo mio testo: vogliamo finalmente mettere in discussione tale norma e non vedere più le sessualità LGBT+ come devianze, ma cominciando semmai a guardare all’eterosessualità non più come “norma” ma come una delle tante variabili della sessualità umana?

PER VEDERCI CHIARO, BASTA APRIRE GLI OCCHI

di Ruggero Flora – ilcomunista.it

Mi spiace, Tom, di non essere stato chiaro o, forse, che tu non mi abbia capito. Iniziavo con “Spero che non me ne vorrete se non mi associo alle vostre parole di lode per F.” e mi sembrava chiaro che stessi parlando a qualcuno che quelle parole di lode aveva espresso. Non criticavo il movimento beat perché non parlava di marxismo (parola mai usata né nel mio articolo iniziale, né nella mia risposta); criticavo semmai il loro diffondere soltanto disperazione e il farlo con uno strumento, la poesia, che – a torto, secondo me – molti poeti pensano debba parlare soltanto all’irrazionale e quindi alla fragilità umana (ci si dimentica, tra gli altri, di Dante e di Leopardi). So bene che i beat non lanciavano appelli alle classi sfruttate, che nella larga maggioranza cercano al di fuori della poesia la voce cui dare ascolto. I beat non lanciavano appelli: erano troppo centrati su se stessi, sul proprio dolore, sulla propria rabbia, sulla propria diversità per lanciare appelli o per parlare ad altri da quelli come loro. Se pensi che la stessa Pivano, che era del mestiere, fu costretta per sua stessa ammissione a chiedere a Ginsberg il significato di parole e versi incomprensibili a un’intellettuale, puoi immaginare cosa vi capisse “quell’operaio nero, magari degli stati del Sud” di cui parli. Né quello, o il disperato dalla “mente… distrutta dalla pazzia, affamata nuda isterica” che si trascina “per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa”, avevano in testa sperimentazioni di quelle sostanze e neppure la voglia di “allargare” la coscienza (si veda Lysergic Acid). Uscivano, o credevano di uscire, così, dalla loro disperazione. Ma Ginsberg, è lui a dirlo, era convinto di “aiutare le Masse nella loro sofferenza…”. E come? “… stimolando a una libertà dal Metro e dalla tecnica… e dalle leggi (contro gli stupefacenti)”. Lungi da me, ovviamente, l’idea che l’uso della droga sia colpa delle poesie dei beats, non sono mica così scemo, certo si è che farne, come Ginsberg, Borroughs, ecc. e gli stessi poeti maudits con l’assenzio, un aiuto per l’allargamento della coscienza non è, a mio parere, una grande dimostrazione di comprensione nei confronti di lettori particolarmente sensibili, come sono di norma quelli che leggono di poesia. Ma è legittimo che chi vede solo una parte del mondo e non ha speranze di uscita collettiva ma, nel solco dell’individualismo religioso che ha fatto tanta parte della storia degli Stati Uniti d’America, punta solo al superamento suo, con la sua coscienza allargata, dei dolori del mondo, non lanci appelli. E’ legittimo, credo, anche pensare, come faccio io, che quello sia un errore gravissimo e rompere con quella filosofia di vita, sottolinearne la pericolosità, indicare, anche poeticamente, vie diverse

Ma la cosa sulla quale più mi dispiace di non essere stato, con te, chiaro è la faccenda dei devianti. Capisco che, secondo quanto tu dici di te stesso, la sessualità sia la devianza principale cui ti riferisci. Tu, non io, che nel primo intervento parlavo di “deviati vuoi perché un po’ pazzi, vuoi perché preda dell’alcol o delle droghe (spesso di entrambi) vuoi perché carnefici e vittime di un sesso che è solo sangue sperma cattivi odori” e qui dentro ci puoi mettere tutte le devianze sessuali che solo tu circoscrivi ai soli LGBT, ma che sono molte di più. A descrivere il sesso solo come sangue sperma e cattivi odori non sono ovviamente io; ricordo ad esempio un film di quei lontani anni, Trash si chiamava (niente a che vedere con l’omonimo film del 2014), che si soffermava su quelle particolarità e sulle mutande sporche del protagonista, A farlo sono soprattutto gli autori omosessuali e ricordo, ad esempio, il già citato Walter Siti o lo stesso Aldo Busi, i quali nulla c’entrano con i beat e molto con la letteratura sulla devianza sessuale. Che è, lo ripeto, una delle devianze, non l’unica. Ora, io sono un comunista e credo di non dover precisare che per cambiare il mondo, fare la rivoluzione, che non è un atto singolo ma un percorso, servono anche i devianti, i normali, i maschi e le femmine: la mia frase significava che i devianti in quanto tali non sono il soggetto sul quale si costruisce un percorso rivoluzionario, così come non lo sono “i poveri” (che sono oggetto privilegiato per chi vuole fare solidarietà e non cambiare il mondo). Credo che il soggetto rivoluzionario sia quello che ho indicato nella mia risposta e che i devianti, i normali, le femmine e i maschi si troveranno dentro quel soggetto e anche contro quel soggetto: dipende dalle condizioni in cui vivono, cultura compresa.

Su una cosa, invece, credo di essere stato chiarissimo. Critico in toto l’idea e la pratica dell’arte per l’arte. Non è una questione di pelle, è una convinzione filosofica profonda, raggiunta in anni di letture (tra i 7 e gli 8 mila libri), di lotte sindacali e politiche, di cazzate e di cose intelligenti e in anni di cose scritte: due romanzi, due libri di racconti, uno di poesie e molti ancora inediti, più centinaia di scritti un po’ su tutte le cose di cui capisco qualcosa. Credo che la comunicazione sia una delle cose più importanti della vita, credo che per comunicare sia necessario non avere linguaggi necessariamente comuni, ma certo linguaggi comprensibili e che sia più facile che faccia sforzi chi più ha in termini di conoscenza e di sensibilità. Il parlare solo a se stessi o solo agli amici non porta certo a grandi risultati, se non a lodarsi tra pochi. L’arte per l’arte ha avuto un significato, snobistico e di classe chiusa, quando si trattava di intrattenere la cerchia di ricchi acculturati che pagavano per essere dilettati; ha mutato con il cambiare della società ed è divenuta masturbazione mentale collettiva di pochi per pochi (non nego che abbia prodotto anche cose non disprezzabili e, più raramente, sublimi per pochi eletti). Ora, la masturbazione fisica non accieca, quella mentale, a mio parere, sì, soprattutto in una fase come l’attuale, deve il percepito conta spesso più del reale, in cui le opinioni contano più dei fatti, le paure e le speculazioni astratte contano più della scienza. Io sono impegnato, sentendomi spesso un Don Chisciotte, contro l’irrazionale che sta prendendo il sopravvento. So bene che l’irrazionale ha più fascino, che il reazionario Nietzsche e il nazista Heidegger si leggono più piacevolmente che non il marxista Lukacs (non è detto che siano più comprensibili). L’indeterminato ha un’aura più accattivante perché non costringe in confini, la vita sì e, per me, in confini che vanno sempre superati per fissarne di nuovi, che diventano nuovi obiettivi da raggiungere e avanti così finché dura la vita (ci ho fatto uno spettacolo con una mia amica che mi accompagna con chitarra e canto). Non pretendo che tu sia d’accordo con me, ma questa è una delle mie poche certezze. Sono personalmente stanco e indisponibile a rinchiudermi in gruppi politici, intellettuali e artistici autoreferenziali, dove ci si dà reciprocamente ragione (il che non esclude che ci si accoltelli alla grande, così come succede nei gruppetti dell’italica sinistra radicale).

La libertà del sé nella liberazione degli altri – l’autoritarismo interpretativo come rivalsa immatura del conflitto.

Luca A. Rodilosso – direttore ilcomunista.it

In tempi molto dinamici e caotici come questi, dove la tecnologia e la tecnica – come concetto – sembrano sempre più dominare le nostre vite, occorre ribadire con semplicità che cosa siamo noi esseri umani: “animali sociali”.

Dentro noi stessi, e lo testimoniano riferimenti in tutte le culture nella Storia, coesistono forze a volte concilianti, a volte contrastanti: dalla rigida separazione di “bene” e “male” figlio della struttura monoteistica dello Zoroastrismo, dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, al più elaborato Yin e Yang della visione Taoista, sino alla cosmogonìa dell’induismo o al conflitto con l’attrazione per la materialità del Buddhismo.

La concezione materialistica della Storia è risultato un passaggio fondamentale per lo sviluppo del pensiero umano nei suoi riflessi politici: ha riportato sul binario di una fattualità e di una determinazione umanistica ciò che le religioni determinavano come percorso o destino di salvezza spirituale senza una connessione precisa con la vita corrente dell’individuo: non penso di dire una bestialità se affermo che essa è stata sì un notevole salto di qualità rispetto al pensiero liberale, ma le origini della stessa possibilità di concepirla, da parte di Marx, risiedono nel campo coltivato dal pensiero liberale stesso, senza il quale non vi sarebbe stata nemmeno la possibilità di autodeterminazione individuale per poter concepire tale passaggio. In effetti, il Socialismo stesso è, o dovrebbe essere, il figlio storico del pensiero liberale, che ne determina il suo superamento attraverso la sua evoluzione.

Dal secolo del positivismo di acqua sotto i ponti ne è passata, e il “Socialismo” ha subito innumerevoli passaggi, accezioni, incrinature, degenerazioni o forzature rigide, oltre che una quantità impressionante di contaminazioni di pensiero a seconda delle culture che ne integravano – e che ancora oggi per fortuna ne integrano – i suoi paradigmi dentro il loro sistema valoriale. Per citare solo alcune diverse interpretazioni dello stesso, si pensi al Trozkismo, considerato come un irrigidimento scolastico di alcuni principi autoincentranti e escludenti la complessità del reale e del pensiero delle masse, o lo Stalinismo, come commistione ai fini di gestione politico-militare del pensiero socialista con una struttura di comunità nazionale e culturale per esigenze di autodifesa, passando per la stortura dei fascismi, che Gramsci descriveva come “socialismo degli imbecilli”, ovvero un utilizzo pretestuoso del pensiero socialista da parte della piccola borghesia per irretire le classi lavoratrici con il revanscismo nazionale di aggressione verso un nemico esterno accentuando elementi xenofobici e etnocentrici (e questa è una delle differenze peculiari rispetto alla matrice più autoritaria dello Stalinismo).

Tutte queste diramazioni, deviazioni, commistioni, sono partite e partono da un punto fondamentale: l’essere umano. Sono esseri umani coloro che concepiscono e interpretano questi pensieri, li cambiano, li fanno evolvere o involvere a seconda dei casi, e come esseri umani, per quanto formati, acculturati, conoscitori della loro realtà possano essere, partono dal presupposto che è la libertà interiore del sé, per poter concepire, e quindi diffondere, tali pensieri. Libertà che presuppone, in un qualche modo, un certo affrancamento dal dogma di un pensiero religioso imposto, libertà che trae origine dal pensiero greco, dal Socrate del “So di non sapere”. Proprio Socrate ha segnato quello che è il limite autoimposto alla libertà del sé: il “non sapere”, che fa discendere anche il “non conoscere”, il “non percepire” magari anche cosa sente “l’altro” dal sé.

Salvador Dalí  (1904–1989)
La mano – I rimorsi della coscienza, 1930

Pare, invece, che tutti si sentano liberi “dentro di sé” ma siano fortemente autoritari verso ciò che possono essere – o sentire – gli altri. E’ per questi errori che il Socialismo reale non è riuscito a vincere la battaglia – perché la guerra per l’emancipazione degli sfruttati va e deve andare avanti – col sistema capitalista e le sue diramazioni innumerevoli. Questo non vuol dire che il conflitto di classe non sia peculiare e fondamentale, o che quello che è stato sia da buttare, anzi no, delle esperienze del socialismo reale ne va rivendicata la memoria e va rilanciato il conflitto di classe. Ma come possiamo, oggi, non accorgerci che proprio quell’atteggiamento deteriore dell’imporre all'”altro da sé” cosa è giusto e cosa no – che è stata la causa di una sconfitta pesante per il socialismo nel mondo – si è reinserito nel nuovo sistema dell’individualismo liberista e del consumo attraverso delle parole d’ordine che minano, usando e storpiando problemi vecchi che si evolvono in maniera diversa, l’uguaglianza dei diritti dell’umanità?

Dal valore fondamentale dell’individuo e dei suoi diritti sociali si è passati, come ultimo passaggio evolutivo, al connubbio stretto dei diritti sociali e poi civili. Ma raggiunto quel livello di emancipazione politica e sociale, compiutosi nel movimento dei lavoratori che prese su di sé, incorporandole, anche le istanze del primo femminismo, della comunità Lgbt, degli studenti, degli intellettuali, attorno agli anni ’70 del novecento in Europa occidentale, da lì iniziò il decadimento e la frammentazione operata da un “individualismo seducente” – o meglio dal “capitalismo della seduzione” (termine coniato dal filosofo francese Clouscard) di alcune frange di questa moltitudine coordinata di filoni di pensiero. Frange che, attraverso l’autocompiacimento edonistico, hanno assolutizzato la loro verità derivata dalla loro libertà interiore di microgruppo (o setta) per imporla come assoluta verso l’esterno, vero gli “altri da sé”.

Se oggi assistiamo al dibattito di giovani contro vecchi – sul tema delle pensioni ad esempio – un buon marxista che ha a cuore l’equilibrio tra ciò che è, ciò che sente e ciò che applica, si porrebbe contro questa dicotomia conflittuale, perché il conflitto risulterebbe solo apparente. Si, negli anni ’80 sono esistiti i baby pensionati, ma è il sistema del debito pubblico in sé che crea i conflitti tra le generazioni, perché sposta il debito nel tempo, ed è il sistema capitalistico che crea il debito, non penso che ce lo siamo dimenticati, perlomeno noi comunisti…

Perché invece alcune frange della sinistra, oggi, sul tema del rapporto tra i generi non utilizzano lo stesso principio di equilibrio che disvelerebbe il conflitto apparente? Perché non ci si rende conto che quello che viene veicolato come mainstream – se non siamo in condizioni di socialismo il ragionamento dovrebbe avvenire di per sé su chi gestisce il mainstream – serve a dividere le classi subalterne, a fiaccarne la strategia e la capacità di incidere in scelte di fondo di un sistema?

Si dice che il capitalismo si è servito in passato – è vero – ma si serve ancora oggi – della forma del “patriarcato”. Non è esattamente così, per l’oggi.

L’essere umano sta facendo nei millenni un percorso di autocoscienza, è vero, ma le strutture che si è dato in questi millenni hanno avuto i loro criteri e i loro equilibri tali per cui, se è esistito un patriarcato arcaico – che è la principale causa del fatto che nella Storia si conoscono solo nomi maschili e pochi femminili – esso si è servito CONTESTUALMENTE del matriarcato, ovvero del ruolo della donna nella struttura famigliare e di crescita dei figli, tale per cui, nonostante il dominio dell’uomo sulla donna sia stato reso formale nella sfera pubblica, esso ha trovato una compensazione profondamente emotiva nella sfera privata, reiterando peraltro la validità del sistema stesso con la partecipazione delle stesse donne. Vi è poi da ribadire come la “sofferenza storica” dei generi è profondamente condivisa e paritaria anche nei numeri macabri della mortalità, perché se è vero che l’azione violenta è sempre stata statisticamente commessa nella maggioranza da uomini, non si capirebbe come mai le vittime dell’azione violenta per eccellenza, ovvero della guerra, siano state e ancora oggi sono, nella stragrande maggioranza, uomini (le vittime civili hanno una loro dinamica ma in ogni caso vedono una dimensione di casualità non sistemica). Serve inoltre citare le formule della civis romana del PATRI-MONIO e del MATRI-MONIO per ribadire questo concetto di complementarietà sociale delle sfere pubblica e privata, che vedeva uomini e donne inseriti in un sistema, sempre e comunque, e che di fondo beneficio assoluto a un genere in particolare non ne ha mai portato, perché l’obiettivo nell’era pre-moderna era – sostanzialmente – la riproduzione e il sostentamento. In sostanza, chi per un motivo chi per altro motivo, si soffriva e si moriva prima, a prescindere, l’importante era il Paradiso. Poi certamente, dovendo la società arcaica controllare la riproduzione, la donna – specie nella sua figura archetipica della “giovane” – era un soggetto da controllare e al quale non lasciare alcuna libertà, con la particolare sorveglianza delle madri-matriarche, a loro volta oppresse da giovani dal sistema nel suo insieme per mano di uomini, ma nell’ambito comunque di una mentalità condivisa.

Fenomeno a parte quello delle Streghe, sicuramente degno di nota ma che non si ha tempo di affrontare qui, basti però ricordare che a perseguitarle fu, anche simbolicamente, la SANTA MADRE Chiesa, con il portato concettuale e psicologico che precede e che ne consegue.

Con il Rinascimento, e poi con la Rivoluzione Francese, le cose sono un pò cambiate e quella possibilità della “libertà del sé” è iniziata ad emergere, e giustamente, mano a mano che emergeva, le donne si sono poste anche loro il problema della partecipazione alla sfera pubblica, fino ad arrivare a fine ottocento e primi del novecento dove – soprattutto le donne appartenenti al ceto borghese, che si poteva permettere di affrontare certe problematiche non di mera sussistenza – nacquero le prime suffragette e il primo femminismo. Con le elaborazioni della Kollontaj in Unione Sovietica, antesignana del femminismo socialista, tali istanze iniziarono ad entrare nel mondo proletario, in una forma più evoluta ed emancipata, anche nella sfera emotiva e relazionale. Tutto questo fino al giusto compimento di sintesi avvenuto negli anni ’70, come prima detto.

Da lì, il femminismo nelle società occidentali – discorso a parte meritano altre realtà, da vedere caso per caso – subì una involuzione legata all’individualismo edonistico; questo è valso anche per il discorso generazionale, e economicamente il riflesso individualista avvenne con la marcia dei 40000 e del conflitto impiegati-operai (per citare il caso italiano).

Una involuzione che ha portato, ad esempio il moderno femminismo infiltrato dall’individualismo edonistico, all’analisi di dati e fenomeni veritieri nella loro sostanza, ma parziali nella loro comprensione di contesto: un riequilibrio dei generi, che nel femminismo del campo socialista storico prevedeva lo svincolo di legami famigliari imposti, la libera scelta, la compartecipazione di uomini e donne nella crescita dei figli e quindi come diretta conseguenza la liberazione delle energie femminili per arrivare a una corretta rappresentanza di impostazione paritaria nella sfera pubblica, ha lasciato il passo alla condanna “di genere in quanto genere”, attraverso l’utilizzo del “sentimento di colpa” che peraltro è profondamente cattolico come impostazione, e quindi di struttura “matriarcalistica” già presente come agente all’ombra del patriarcato storico.

In generale, quello che si tende a non voler capire, è che il problema non sono i “pater” o i “mater”, ma il concetto di “arkhō” (parola di origine greca), ovvero il potere del comando, il potere di scegliere per “l’altro da sé” ciò che si considera veritiero per se stessi. E’ così infatti che ogni idealità diviene ideologia, nel suo proprio sistema di controllo dell’altro, e il dibattito sul fatto che sia e quanto sia necessaria tale contraddizione ai fini del divenire della Storia ce lo porteremo fino a che esisteremo in questa forma di evoluzione umana.

Ecco perché, personalmente, quando sento parlare di “politica delle donne” penso si stia compiendo un errore profondo perché si da per scontato che “l’altro da sé” – in questo caso gli uomini – non siano in grado di compartecipare all’elaborazione di una politica di valore collettivo e non meritino che di pietire una partecipazione formale – giusto per avere una redenzione (e ci risiamo con il cattolicesimo) – al processo “rivoluzionario” che sarà archetipicamente femmina.

Il ruolo della donna è fondamentale, costitutivo, irrinunciabile e – sinceramente – cardine, nei miglioramenti sociali e civili inseriti nei processi rivoluzionari. Ma basta questo a dire che l’archetipo femminile “di per sé” sia bastevole per tali processi? E dentro quell’archetipo, non se ne inseriscono altri? Ad esempio quello generazionale, dove la “donna madre”, se oppressiva e inglobante la sua progenie, rende immaturi i figli maschi e letteralmente schiavizzate le figlie, che necessitano di un atto di liberazione, veramente rivoluzionario e “femminista” nel senso positivo del termine, di autodeterminazione dal padre a livello simbolico, ma dalla madre a livello emotivo e relazionale. E’ su questo che un movimento politico che intende cambiare – in meglio – la società, dovrebbe porre attenzione a livello sociologico e antropologico, e non cristallizzarsi su vecchi nemici che – almeno in Europa – non esistono più nelle forme che si sono conosciute. E’ come se si pretendesse di trattare con i vecchi padroni di risaie e ferriere, quando oggi esistono prevalentemente le multinazionali e le piccole partite IVA debbono essere inserite in una nuova forma di collettivismo solidale assieme ai lavoratori dipendenti. Ecco che sensazione mi viene quando sento parlare di Patriarcato, oggi. Soprattutto perché se tale fosse ancora la forza di un sistema, non ci sarebbero migliaia di padri che – e il fenomeno è di questi decenni – faticano a vedere e incontrare i propri figli, oltre che ritrovarsi in una situazione di povertà di ritorno per via dell’abbandono della casa – perché certamente non si è mai stati abituati a una considerazione dell’uomo nella sfera emotiva e privata. Senza contare che la problematica della “violenza” – che per quanto mi riguarda non è ne sarà mai “di genere” – ha delle dimensioni enormi, complesse, reticolari e anche psicologiche, dentro le quali a livello statistico vi sono molteplici casistiche che portano a sofferenze e morte – per problematiche diverse – sia donne che uomini. E su questo vi invito a un ragionamento sui dati di come vengono passati dal nostro mainstream: si è detto che il 90% delle donne ha perso il lavoro nel 2020 a causa della pandemia da Covid. Il dato, passato come annuale su molti giornali, in verità secondo i dati ISTAT si riferisce al solo mese di dicembre 2020. Se si prende l’intera annualità i valori cambiano: le donne sono comunque quelle che perdono in maggioranza il lavoro, il 61%, gli uomini il 39%. Ma perché, in tutto ciò, storpiare un dato sui valori dell’ultimo mese? Divide et impera, il problema della crisi economica capitalistica in ambito di pandemia sono esclusivamente gli uomini tout court, come genere, e ci siamo capiti.

E soprattutto, tornando agli albori delle civiltà a noi conosciute, prendendo in prestito dall’oriente i termini di Yin e Yang, ogni opposto è reciprocamente necessario all’altro e non sufficiente a se stesso. Senza il “maschile” (per me uomini e donne possono avere del maschile e del femminile anche dentro il loro sé) ciò che diviene col tempo “stagnazione” dal ventre materno, che giustamente protegge la vita nei suoi primi anni, non potrebbe mai essere “rotto” dalla dinamicità della “forza distruttiva” insita nel maschile stesso e nel ruolo del padre. Quindi non esisterebbe il “percorso di mezzo”. Senza il “femminile” non esisterebbe la culla della vita e la sua “fine” (rappresentata dalla separazione, per la madre, dalla figlia, che la “soppianta” attraverso una nuova procreazione, il ruolo della propria madre facendosi madre essa stessa). Dentro questi due concetti archetipici, uomini e donne sono prevalentemente – ma non esclusivamente – depositari dell’una o dell’altra “energia”. Se si inizia a pensare che ne basta solo una, perché si interpreta ciò che sono le rotture di equilibri storici con la rivalsa a mio modesto parere immatura di un genere contro un altro, senza capire le origini dei percorsi sociali, non si va da nessuna parte.

Piuttosto, sarebbe giunto il momento di parlare di Persone, nella loro interezza, complessità, molteplicità. E, se possibile, usare il meno possibile il “potere del comando” ( arkhō ) e la proprietà assoluta e biologica del concetto di “politica”, perché, compagni, se non ha funzionato proprio perché servita al potere nella Storia, e in ultimo al capitalismo, per giustificare lo sfruttamento degli esseri umani, perché dovrebbe essere strumento di giustizia usata al contrario?

Cerchiamo di capirci, la lotta, la difesa della propria condizione di classe, l’esprimere una sofferenza, la “reazione giusta” o meglio “nemesi rivoluzionaria” ha un suo percorso e un suo senso, e va difesa e quando necessario attuata. Poi, e su questo Hegel ci era già arrivato tant’è che Marx e Lenin ne hanno solo contestualizzato l’applicazione attraverso il materialismo storico, esiste la Tesi, l’Antitesi e la Sintesi. Pertanto la Rivoluzione, se è l’antitesi per arrivare alla sintesi, dovrà avere anche il femminismo tra i suoi riferimenti, con tutte le precisazioni di cui sopra. Ma ricordiamoci che la Rivoluzione è il tutto e dovrà essere la “molteplicità”, e che arrivati alla Sintesi ci sono le persone, e non gli “arcati”, di nessun tipo.

Se poi, come va di moda, è perché sono uomo e non posso parlare di queste cose e definire cosa può essere femminismo oppure no, gentilmente tenetevi la moltitudine di vecchi tromboni che, mentre sparlano di futuro che è donna e menate varie, rimangono ancorati alle loro postazioni che manco le cozze allo scoglio, e le donne che “patroneggiano” sono sempre giovani e rampanti, perché sapete, le loro coetanee le hanno già fatte fuori da tempo e ora sanno che possono sopravvivere così.

Fabrizio Marchi, “Contromano”

di Alessandro Visalli

fonte: https://tempofertile.blogspot.com/2018/11/fabrizio-marchi-contromano.html

9788898582686 marchi

“L’Interferenza è una coraggiosa rivista on line di cui è direttore responsabile Fabrizio Marchi e che fa parte di una crescente e vivacissima area critica con lo stato delle cose presenti, in particolare con l’indirizzo del progetto europeo in quanto parte promotrice della destrutturazione che ci circonda.

In questo libro, “Contromano”, sono raccolti numerosi articoli usciti sulla rivista che si sviluppano intorno ad alcuni centri tematici ed una tesi-chiave che provo a rendere in questo modo: le varie versioni del ‘politicamente corretto’ sono l’ideologia funzionale allo stato della tecnica e di un modo di produzione che da lungo tempo ha dismesso i ferri vecchi della triade Dio-Stato-Famiglia.

Il punto di partenza dell’argomentazione del testo è che man mano che la società si è fatta “liquida”[1], almeno nel nostro occidente ‘sviluppato’, la centralità della “forma merce”[2] è diventata universale. Ciò che dunque serve all’autoriproduzione di questa società, ed in particolare del suo motore, la valorizzazione del capitale[3], è un umano ‘non sociale’[4], che viene in qualche modo messo a disposizione dalla ideologia del ‘politicamente corretto’[5] che in questo senso è ‘falsa coscienza’[6].

All’autoritarismo delle forme tradizionali si sovrappone e sostituisce, certo gradualmente, una forma sottile, ma più ferrea, di autoritarismo del mercato. In altre parole, la questione non è tanto del “plusvalore non pagato” o di appropriarsi del potere giuridico di disporre della proprietà privata, ma di ridefinire la “forma sociale del valore stesso”, ed il suo feticismo che mette in concorrenza tra di loro tutte le classi e gli individui entro esse, siano essi maschi o femmine. La “forma sociale del valore” si costituisce, infatti, senza che nessuno la progetti, come struttura senza soggetto (anonima e desessuata) con l’immenso potere di agire “dietro le spalle” di tutti gli uomini e le donne, sottomettendoli ad un processo di trasformazione dell’energia umana in denaro. Ovvero in una oggettivazione dei rapporti di dominazione che si nutrono delle vite che incapsulano. Che di fatto le identificano. Il capitale, così letto, non è appropriabile. Non è questione di possedere i mezzi di produzione, perché la vera produzione è di rapporti sociali e quindi forme dell’umano, oggettivati nel rapporto con il denaro come dominus totale. O meglio del denaro come traduttore e condensazione in uno della dominazione, che coinvolge insieme “possessore” e “posseduto”, creditore e debitore, accumuli e decumuli. Rispetto a tutto questo il “patriarcato” non è che un residuo fossile, ancora qui e l’ì presente, ma superato sistematicamente e di ostacolo al ‘movimento automatico’.

Per fare un esempio, in “Vite che non possiamo permetterci”, del 2011, una lunga conversazione con Citlali Rovirosa-Madrazo, al cap III Zygmunt Bauman risponde in modo molto interessante alla domanda della giornalista e femminista sudamericana che dice: “negli ultimi decenni la ‘rottura epistemologica’ con la modernità e la diffusione del cosiddetto pensiero post-moderno e post-strutturalista hanno prodotto idee ricche di stimoli e suggestioni. … è stato forse per questo che nel 1995 mi sono spinta a scrivere che lo Stato-nazione (o meglio lo Stato tout court) e altre istituzioni peculiari alle nostre civiltà non erano altro che costrutti etnocentrici, o meglio illusioni patriarcali dell’Occidente (un’idea che non ho ritrattato). Perdutamente innamorato del post-modernismo, ci siamo tutti ribellati ai nostri ‘progenitori’ europei e mediterranei (dalla tradizione giudaico-cristiana, ai greci, a Marx e oltre; dalla modernità alla post modernità e ritorno) e abbiamo tutti bevuto nel Graal (gradevole o piuttosto indigesto?)”.

Ed a questo punto, dopo questa sintetica ed interessante ammissione, del tutto comprensibilmente chiede: “Che cosa ci salverà da quello che spesso ci appare come un ‘crollo’ che ha travolto ‘più o meno tutto’? Quali sono le prospettive dell’utopia, … ‘dove andiamo da qui’?”

Bauman risponde in modo aperto, come suo solito, ma identifica il problema con precisione diagnostica. Quella che la sua interlocutrice ha evocato è in effetti anche essa una ‘utopia’ (perché non si può certo vivere nel vuoto della decostruzione, o della pura merce), ma si tratta di una “utopia iconoclasta”, che descrive con qualche malizia in questo modo: “utopie che arrivano in ‘confezione unica’ insieme alla modernità liquida, a una Dip (deregolamentazione, individualizzazione e privatizzazione) ossessivo-compulsiva e al consumismo. Più queste utopie decantano, più chiara appare la meta finale/prevista/imminente cui tendono. Ogni tipo di utopia è gravido delle proprie distopie, che come qualsiasi discendenza sono determinate a livello genetico[7].

Potrebbe, dunque, essere inquadrata la critica, ripetuta e serrata, dell’autore al femminismo contemporaneo, nel momento in cui questo si pensa come individuazione di una differenza essenziale, radicale (nel senso della radice e del fondamento), che attraversa e supera tutte le altre, come denuncia dello smarrimento al quale faceva riferimento anche Citlali Rovirosa-Madrazo: da qui non si va più verso l’emancipazione dell’umano. La posizione scaturisce in evidenza dalla chiave della militante sudamericana, che ha decostruito e superato anche Marx, anzi, direi, principalmente Marx.

Fabrizio Marchi a questo non si dispone, lui in tutto il testo dice una cosa sola: è la differenza di classe la radice ed il fondamento della costruzione dell’uomo e della società che va sottoposta alla critica.

L’obiezione ha una chiarissima logica: ci può essere solo una partizione fondamentale.

Un articolo della femminista romana e militante antagonista Elisabetta Teghil, mostra il dilemma in modo molto chiaro. Parte denunciando l’essere ‘di moda’ del femminismo, una idea che “va per la maggiore, svuotato di ogni valenza antagonista e liberatoria, diventato merce e strumento delle logiche di dominio, sta portando ai resti il femminismo tutto”. Nel mio linguaggio denuncia, cioè, l’incorporazione dell’istanza femminista e del suo linguaggio nel campo del “politicamente corretto[8]. Una ‘deriva’ che riconosce nella cosiddetta ‘seconda ondata’ (la prima essendo il femminismo storico che accompagna e precede lo stesso socialismo) in Italia dalla fine degli anni sessanta (in America da un decennio prima). Vediamo come lo descrive:

“Tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 le donne hanno scoperto di essere tutte sorelle nella consapevolezza della comune oppressione. Non più un problema femminile, dunque, di cui tutti quelli che avevano a cuore una società migliore avrebbero dovuto e voluto occuparsi, non più una carenza di attenzione e di diritti a cui la società avrebbe dovuto porre rimedio, bensì una questione strettamente legata ad un modello socio-economico, il patriarcatoassunto e affinato dalla società del capitale, che prevedeva ruoli sessuati precisi, gerarchicamente impostati, in cui il maschile veniva costruito come dominante e il femminile dominato per una resa ottimale degli individui messi al lavoro in una divisione precisa dei compiti e con uno sfruttamento differenziato e gerarchico”.

Si tratta di un discorso, almeno messo in questi termini, storicamente singolare, lo ‘spirito del capitalismo’, sin dal suo esordio, è riconosciuto come de-gerarchizzante almeno tanto quanto sia ri-gerarchizzante. Il meccanismo provvede a trasformare l’umano in forza-lavoro astratta, incorporata nella magia della merce, ovvero nel riconoscimento dell’unico valore nello scambio, e dunque è refrattario a qualsiasi ordine a-priori di provenienza sociale, che tende a sostituire con un ordine stabilito nella metrica del valore di scambio. Come abbiamo già detto, rispetto a questa metrica è del tutto accidentale se si sia maschi o femmine, la Christine Lagarde, come Hillary Clinton o Angela Merkel, possono servire l’accumulazione del capitale e lo scontro di potenza altrettanto bene di Mario Draghi, Donald Trump o Emmanuel Macron. Chiamarle “sorelle” non muta la realtà.

Anzi, si potrebbe sostenere, con qualche solidità che il capitalismo, in particolare nella forma determinata nel post-fordismo, nella cui transizione nasce la ‘seconda ondata’, dissolva le forme patriarcali perché non più utili alla messa a valore delle donne e uomini (ma anche dei bambini) che passa principalmente per il loro valore come consumatori[9]. È in connessione a questa mutazione che Antony Giddens, ad esempio, definisce la modernità come ordine sociale de-tradizionale nella quale acquista centralità, per chi se lo può permettere, il ‘progetto riflessivo del sé’ e la libertà di scegliersi il proprio stile di vita[10].

Oppure Ronald Inglehart[11], sulla base di una vasta analisi di campo, individua nel passaggio tra gli anni sessanta ed ottanta una mutazione profonda che vede: la “fine dell’età protestante”, e dei valori materialisti ad essa connessi, il cedimento della razionalità strumentale in favore di una nuova enfasi sulla qualità della vita, dunque l’insorgere di nuove tabelle dei valori (tolleranza, accettazione delle minoranze, della sessualità, dell’aborto e divorzio, …) rispetto a quelli tradizionali (lavorare sodo, denaro, Stato, autorità, famiglia). L’insorgere di valori “post-materialisti” fanno retrocedere in tutto il mondo il voto di classe e il doppio slittamento del ceto medio verso sinistra (sulla base della tabella dei valori progressisti) e dei ceti popolari verso destra (in chiave difensiva, sulla base di valori ancora ‘materialisti’, nel crescere della ineguaglianza).

Apro un’altra divagazione. Pier Paolo Pasolini, che come noto muore tragicamente nel 1975, soprattutto a partire dal 1968 riflette profondamente sulla ‘mutazione antropologica’ che vede essere in corso nella società a lui contemporanea. Nell’ambito di questa riflessione-denuncia, particolarmente orientata ai giovani che da una parte acquistano nuove libertà sessuali, dall’altra sono strumento di un potere passivo (in quanto dominate dal potere economico).

Nelle “Lettere luterane” e negli “Scritti corsari[12], Pasolini a più riprese denuncia il consumismo come il nuovo fascismo del suo tempo e l’ambivalenza della liberazione. Si può dire che la dinamica dei consumi, che incorpora tutto dell’umano, vede anche le ragazze, i loro corpi e il coito “che è politico”, come strumento di potere che favorisce la conservazione dell’ordine sociale preordinato ad una adesione a modelli che è “totale e incondizionata”. Negli “Scritti corsari” afferma che “si può affermare che la ‘tolleranza’ della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. … il Centro ha assimilato [tramite i media] a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè -come dicevo- i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologia che quella del consumo. un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”[13]. Dunque la religione, la forma di vita tradizionale, è soppiantata dal Giovane Uomo e dalla Giovane Donna che “avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo”. Ancora, “i ‘ceti medi’ sono radicalmente -direi antropologicamente- cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non ‘nominati’) dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano”[14].

Questa mutazione “ha cambiato i caratteri necessari del Potere. La cultura di massa, per esempio, non può essere una cultura ecclesiastica, moralistica e patriottica: essa è infatti direttamente legata al consumo, che ha le sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare automaticamente un potere che non sa più che farsene di Chiesa, Patria, Famiglia e altre ubbìe affini”[15]. Lo scopo, dice poco dopo, è “l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”.

Torniamo un attimo all’articolo della Teghil, aveva chiuso dicendo che il capitalismo ha “assunto e perfezionato” (non creato, ovviamente) una struttura di ruoli sessuali precisi, la donna a riprodurre e curare, l’uomo a lavorare, impostati gerarchicamente, e ne conclude, che negli anni settanta:

“Tutte le donne, quindi, avevano un nemico comune, gli uomini, perché erano quelli a cui era stato affidato il compito di pretendere e far assolvere alle donne il compito sociale per loro costruito. L’asservimento del genere femminile era ed è trasversale alle classi sociali, seppure declinato in maniera diversa per ogni classe o frazione di classe.

La consapevolezza politica di cosa fosse il patriarcato e la presa di coscienza della sua natura strutturale aveva portato anche al separatismo”.

Prendendo questa linea, di ricostruzione storico-politica che propone di essere accettata come discorso di verità, disvelante, la Teghil propone dunque in senso proprio di considerare una frattura essenziale, determinatrice del conflitto e quindi anche della vicinanza, nella questione di genere e non nella questione di classe.

L’oppressione delle donne sarebbe strutturale alla società capitalista, necessaria a farla funzionare in quanto capitalista (non in quanto residuo privo della funzione di un passato che in parte tarda a passare[16]), e quindi da questo lato pone la questione del suo superamento.

“E qui dobbiamo aprire una piccola parentesi su cosa si intenda per strutturale, una parola di cui il femminismo riformista continua a riempirsi la bocca dicendo che l’oppressione sulle donne è strutturale perché si riconosce e si ritrova in ogni ambito della società. Invece è proprio il contrario. L’oppressione sulle donne si ritrova in ogni ambito della società perché è strutturale. E, quindi, la risposta a cosa significhi strutturale viene mistificata e non viene data. Dovrebbero svelare che il patriarcato è un modello economico che il capitalismo ha assunto e di cui l’aspetto culturale è solo la conseguenza, che il patriarcato è un modello organizzato per un ottimale sfruttamento e che per questo i ruoli sessuati maschili e femminili sono estremamente specializzati, che è un modello impostato sulla gerarchia, sul possesso, sul dominio e che quindi è impensabile destrutturare il concetto di proprietà fisica, affettiva, economica nello specifico del nostro sfruttamento senza porsi il problema di destrutturarlo nella società tutta. E questo vale, naturalmente, anche per la gerarchia e per il dominio che si basano sulla filiera meritocratica tanto cara al neoliberismo”.

Ma qui, in questo passaggio per certi versi anche condivisibile si deposita la contraddizione sulla quale insiste sempre Marchi: se l’oppressione deriva dai rapporti sociali di base, come la proprietà “fisica, affettiva, economica” e la “gerarchia e dominio” basati sulla “filiera meritocratica”, allora la questione di genere la attraversa trasversalmente, perché la vera questione dirimente è di classe.

A meno di voler sostenere, davvero, che Lagarde, Clinton e Merkel non dispongano di proprietà, non ne controllino i poteri, non determinino gerarchie e domini in quanto donne. O che lo facciano solo perché non sono aderenti ad un modello del femminile che in sé è estraneo a ciò.

Assumere la ‘sorellanza’ insieme alla questione di classe, a ben vedere, dissolve la prima. Semplicemente.

Il punto mi sembra che sia chiaro all’autrice, ma fatica a nominarlo. Il “taglio netto” che chiede dovrebbe forse tagliare troppo.

Il libro di Fabrizio Marchi ha il merito di porre con grande forza e coraggio queste questioni. Di individuarle quali temi dirimenti per comprendere quanto in profondità sia andata la rivoluzione neoliberale entro le nostre società. Quindi la questione del femminismo[17], delle lotte gender[18], di utero in affitto e adozioni[19], dell’immigrazione[20] diventano oggetti da sottoporre a critica politica per ripensare la fase trionfale del capitalismo maturo nella quale siamo vissuti.

La tesi forte è, come detto, che si tratta di versioni della stessa ideologia, funzionale allo stato della tecnica e sostitutiva (come vedeva Pasolini) del vecchio Dio-Stato-Famiglia, ormai obsoleto e disfunzionale. Si tratta, dunque, di una ‘falsa coscienza’ e del nuovo orizzonte del capitalismo, che trova la sua forza nel ‘senso di colpa’[21] e produce una società liquida, composta di monadi ‘non sociali’ la cui debolezza non offre resistenza alla totale mercificazione del mondo.

Non si tratta di un progetto, anche se qualche passaggio del libro potrebbe dare l’impressione di una antropomorfizzazione del capitalismo, ma di un adattamento alle forze spontanee, in particolare da quando la controforza del socialismo è venuta meno.

Oggi, dice giustamente Marchi, il potere passa per il controllo delle menti e delle informazioni, non per la vecchia forza bruta, passa per la capacità di valorizzarsi dei corpi (come anche Pasolini vedeva), e in questo spesso non è scontato chi sia in quale posizione[22].

Certo, come ho risposto sulla pagina di “Sinistrainrete” in calce al post di Elisabetta Teghil, sicuramente tutti i movimenti riconducibili alla sinistra[23], da quelli francamente liberali[24], a quelli della sinistra liberale[25], a quelli della sinistra radicale post-comunista[26], a quelli della sinistra libertaria[27] e antagonista[28], sono compromessi con le vaste infiltrazioni di un pensiero di provenienza liberale che parte dall’accettazione, almeno di fatto, del capitalismo. Un fenomeno generale e davvero profondo.

Ma se si finisce per sostenere, in sostanza, che dell’umanità interessa solo il genere femminile e che solo questo necessita di emancipazione, si perde la grandissima parte del movimento dei lavoratori, chiamandosi completamente fuori di tutte le sue tradizioni ed eredità. Se si finisce per considerare ‘avvelenata’ un’opinione solo perché proveniente da un essere umano al quale è capitato di nascere dal lato sbagliato, si inseriscono separazioni non necessarie, che, si sarebbe detto una volta, ‘dividono la classe’ e dunque compiono opera per l’avversario.

Certo nessuno può condannare un vasto movimento solo perché partecipa dello spirito del tempo, ma dal tempo che ha visto nascere, secondo quel che scriveva Bauman, il ‘secondo’ femminismo liberaleggiante stiamo uscendo[29], dunque oggi possiamo finalmente rivedere i nostri passi (di tutti) riconoscendo con il senno del poi il sentiero percorso.

Oggi dobbiamo riconoscere, anche se può far male, che uno degli spiriti incorporati nei movimenti di autoespressione, di liberazione, di self-help, di rivendicazione dei diritti, che sono usciti dalla crisi terminale del socialismo (dunque negli anni 60 e 70), e ciò non in riferimento solo al femminismo tutto, ma a tutti i movimenti, lo possiamo riconoscere come liberale. Possiamo vedere meglio come essi partecipino dello spirito del tempo, ovvero dell’individualismo, dell’emergere di una società edonista e dedita al consumo, che valorizza il desiderio più che il dovere e il legame sociale. Possiamo prestare occhio alla sincronia con la quale, in particolare per chi lo ha vissuto, mentre il più largo movimento dei lavoratori subiva sconfitte decisive, e scontava riallineamenti e veri e propri tradimenti, le energie di tante e tanti generose/i compagne e compagni si sono rivolte a battaglie di modernizzazione rivolte contro strutture oppressive che lo stesso capitalismo post-fordista, fondato sull’informazione, rendeva obsolete.
Il libro di Marchi ha questo grande merito, anche con qualche asprezza qua e lì: mette sotto lo sguardo simmetrie evidenti (ripeto, non specifiche del movimento femminista), in particolare nel susseguirsi del tempo e degli eventi, tra il sorgere ed affermarsi di alcuni discorsi e movimenti e la progressiva cattura nell’alveo di un discorso del ‘politicamente corretto‘ che è riconoscibile fondamentalmente come discorso liberale[30].
Piano piano, in altre parole, abbiamo perso di vista, in favore di linee di frattura identitarie, le più varie, quello che è l’ordinatore essenziale della nostra società: il capitalismo.

E abbiamo continuato a guardarlo con occhi vecchi, senza capire che questo, cambiando, aveva ora bisogno proprio dei discorsi che andavamo a fare.
Se si guarda in questo modo, con questo sguardo, fratellanza e sorellanza sono parenti. Siamo proprio tutti dalla stessa parte nella lotta che conta: quella contro la disumanizzazione che il capitale, nella sua essenza astratto ed indifferente, porta nelle nostre vite.

Tutte”.

[1] – La formula, di grande successo, è usata da Marchi con espresso riferimento, una delle poche citazioni dirette di un libro con taglio giustamente giornalistico a Zygmunt Bauman.

[2] – Uso questo termine, come l’autore, entro la tradizione marxista, per una lettura entro la tradizione francofortese, ma rivitalizzante alcuni temi originari si può leggere il bel libro di Rahel Jaeggi, “Forme di vita e capitalismo”, che costruisce un interessante e pertinente concetto di “critica immanente” secondo una riformulazione pragmatista del modello hegeliano della ‘negazione determinata’. Secondo il suo punto bisogna riconoscere che il tipo di vita che la forma capitalista (nel quale il “lavoro astratto” è separato e scambiato nel libero mercato, determinando un tipico rapporto con il mondo e con se stessi, insomma una specifica “persona” funzionale) determina una vita “in senso lato brutta o alienata; impoverita, senza senso o vuota” (p.111). Forme di questa critica sono la “reificazione” (Versachlichung), l’impoverimento qualitativo delle relazioni vitali, già diagnosticato da Sombart in “Il capitalismo moderno” e da George Simmel in “Filosofia del denaro”. Mercificazione, mercatizzazione, strumentalità, avidità istituzionalizzata, e dinamismo sono facce della medaglia. Si può leggere Benjamin nel frammento “Il capitalismo come religione, o Mauss in “L’economia del dono”, o “La nozione di persona”, o Sahlins in “Un grosso sbaglio”. Come dice la Jaeggi: “il fatto di concepire le cose come alienabili, intercambiabili e sostituibili con altri beni (e rispetto al medium comune del denaro) genera una concezione assai peculiare degli oggetti, delle relazioni e delle capacità” (p.113).

[3] – Il capitale, forma astratta del valore per eccellenza, è una contraddizione in se stesso. Da una parte è agente potentissimo di modernizzazione e dissoluzione delle forme tradizionali non più idonee alla sua costante autovalorizzazione, al suo “movimento automatico”. Nel farlo determina il predominio delle ‘cose morte’ (del ‘lavoro morto’) sulla vita (sul ‘lavoro vivo’), e ottiene l’affrancamento dai vincoli e dalle strettezze dell’uomo tradizionale, dalla gerarchia e anche quindi dal patriarcato, dagli ordini tradizionali, al prezzo di rendere l’uomo oggetto/soggetto astratto ed in lotta permanente, fondato interamente su quella socializzazione non socievole propria del liberalesimo e del suo “potenziale di barbarie”. Senza ricadere in una assurda (e questa sì accusabile dal punto di vista femminista) trasfigurazione romantica di società precapitaliste, fondate su ordine e gerarchia, bisogna riconoscere che nel capitalismo, e nella società contemporanea, la barbarie si fa strutturale ed è riprodotta non tanto da antiche strutture fossili, residualmente presenti, quanto dalla concorrenza cieca dei mercati e dalla razionalità della gestione di impresa resa da questi necessaria. È in effetti solo la conseguenza ultima della concorrenza universale e permanente e della ubiquità dei rischi e dei legami che creano. Qualunque “libertà” è vuota e produttrice di “falsa coscienza” se manca dei mezzi per esprimersi. Era, in sostanza, anche la critica alla ‘mutazione antropologica’ connessa con l’espansione del consumismo nei ceti popolari durante gli anni settanta di Pasolini.

[4] – Il termine rinvia a Pietro Barcellona.

[5] – Anche se concentrato sul tema del multiculturalismo, per una trattazione del “politicamente corretto”, si può leggere Johnathan Friedman, “Politicamente corretto”, mentre per una lettura storico-politica, Mark Lilla, “L’identità non è di sinistra”.

[6] – Per la tradizione marxista la ‘falsa coscienza’ è una rappresentazione falsa di cui chi la produce non ha consapevolezza. Non comprende le forze motrici che spingono il suo pensiero.

[7] – Zygmunt Bauman, “Vite che non possiamo permetterci”, p.49.

[8] – Non è certamente l’unica, si veda ad esempio Nancy Fraser, “Modaiolo e neoliberista: il femminismo ci ha tradite”.

[9] – Sotto questo profilo il nuovo movimento femminista (in realtà un insieme eterogeneo di movimenti di varia ispirazione) negli USA degli anni sessanta, è sincrono con il boom economico e la crescita della società dei consumi con il suo spirito libertario e la liberazione del desiderio. Quindi in Italia arriva negli anni settanta finali, quando il movimento dei lavoratori subisce sconfitte decisive, ma molteplici battaglie di modernizzazione dalle oppressive strutture tradizionali prendono il largo.

[10] – Dunque “in un universo sociale post-tradizionale, organizzato riflessivamente, permeato da sistemi astratti, e nel quale la riorganizzazione di tempo e spazio ricollega il locale con il globale, il sé subisce una grande trasformazione”, si determina sul terreno esistenziale della vita una linea di sviluppo auto-referenziale, soggetta alla possibilità e necessità della scelta (dunque del rischio). Cfr, Anthony Giddens, “Identità e società moderna”, p.105.

[11] – Si veda, Ronald Inglehart, “La società postmoderna”, in particolare tabella p.117 e implicazioni politiche p.309 e seg.

[12] – Per una lettura complessiva si veda “Pier Paolo Pasolini”.

[13] – Pier Paolo Pasolini, “Scritti corsari”, p. 23

[14] – Ivi, p. 40

[15] – Ivi, p.41

[16] – E, ovviamente, va fatto passare. Ma questa sarebbe una “questione femminile”, come nel caso del primo femminismo, quello della figlia di Marx, che non metteva in questione la separazione di classe che la divideva da una grande signora londinese, non pensava di avere gli stessi interessi fondamentali. Al massimo dalla signora poteva andare a servizio, dentro una struttura gerarchica indicata dal capitale e non dal sesso.

[17] – Cfr. sessismo e interclassismo, pag. 33; femminismo e capitalismo p. 232; femminismo e diritticivili, p. 236; femminismo della differenza, p. 315; genderismo, p.332.

[18] – A pag. 160.

[19] – A pag. 184.

[20] – A pag. migrazioni e depistaggi p. 87-9; come affrontarla, p. 94.

[21] – A pag. 129 e 261, su questo meccanismo di base vedi anche Friedman, op.cit.

[22] – Vedi: struttura e sovrastruttura, p.222; identificazione nel lavoro p. 289; forza bruta, p. 336, 350; psichico come fattore produttivo, p.45.

[23] – Anche se con grandi differenze che vanno comprese e rispettate.

[24] – Come quelli che raccolgono l’eredità, già problematica, del Pci-Pds-Ds, del Psi e della Dc, fondendoli malamente in un progetto nato tardi ed esplicitamente interclassista e centrista.

[25] – Come i Verdi.

[26] – Rifondazione Comunista.

[27] – Sinistra Ecologia e Libertà.

[28] – La galassia dei centri sociali.

[29] – Il liberalesimo sta mostrando con evidenza che la liberazione promessa è veicolo di oppressione a causa del potere astratto, asessuato, e dissolvente del capitale che libera esattamente da ogni particolarismo e da ogni socializzazione.

[30] – Per questa distinzione si può utilmente vedere anche le opere di Jean-Claude Michéa, in particolare “I misteri della sinistra”, “Il nostro comune nemico”, “Il vicolo cieco dell’economia”.

Non vedo chiarezza

In risposta alla mia critica all’articolo scritto sulla morte di Ferlighetti c’è scritto: “Era chiaro dall’attacco del mio intervento su Ferlinghetti che mi interessava discutere con alcuni miei amici e compagni non tanto su Ferlinghetti, quanto sul contenuto delle sue opere e del movimento che, come preciso, coccolò senza aderirvi, contenuto che alcuni amici e compagni davano come rivoluzionario.”, beh non vedo dove fosse chiaro, io non ho visto l’interesse ad una discussione con amici e compagni, ma un articolo dove si sosteneva il non marxismo di Ferlinghetti, marxismo che penso Ferlinghetti non abbia mai voluto esprimere; anche perché l’articolo in questione non sembra una discussione con amici e compagni, ma proprio un articolo pubblico, dove sembra che Ferlighetti e i beatnik vengano criticati in quanto non marxisti e in quanto le loro opere non parlino di lotta di classe.
“Nessun passo del mio scritto può far pensare che io riduca “la classe degli sfruttati alla sola sua componente più visibile (maschio, bianco, etero)”. Veramente se si parla di devianze, senza specificare quali, sapendo sia come attualmente sia stato posto come modello della norma il maschio bianco etero, sia sapendo l’orientamento omosessuale (Ginsberg) o bisessuale (Borroughs e Cassady)di alcuni beatnik è naturale che si supponga che le devianze di cui si parla siano quelle LGBT+, supposizione rafforzata dal fatto che si parli di “un sesso che è solo sangue sperma cattivi odori”, allusione penso al sesso occasionale, che all’epoca era circa il più frequente tra le persone LGBT+ non permettendo, la società dell’epoca, la possibilità di vivere alla luce del sole una sessualità diversa da quella eterosessuale (tralasciando poi il fatto che, se fatto in sicurezza e consapevolezza, non vedo cosa ci sia di male nel sesso occasionale di qualunque natura sia, etero o omo…); se con devinaze si intendeva altro occorre essere chiari, perchè non vedo chiarezza su cosa si intenda.
“Quello che io chiedo è che non si confonda il ribellismo con la rivoluzione e che si prenda atto che l’individualismo (peccato originale della cultura statunitense), il misticismo e lo sballo non sono la via d’uscita dal “Moloch”, la società capitalista.” Sinceramente, non vedo negli scritti della beat porre misticismo o sballo come via d’uscita dal capitalismo, ma da un lato la sperimentazione di tali sostanze (che non le pone a via d’uscita, al massimo ad uno stato alterato momentaneo) e dall’altro come una descrizione semmai di come essi siano gli unici sfoghi consentiti da tale società, a mio avviso soprattutto lo sballo è descritto più che esaltato dalla beat, certo, descritto in maniera poetica, ma non mi sembra di trovare appelli alle classi sfruttate affinché si droghino e si ubriachino, ma semmai il constatare che il sistema capitalista non offra altro sfogo agli sfruttati se non l’alcool (e oggi anche la televisione, il calcio, il gioco d’azzardo…), e non offra altro sfogo a chi non riesce a sottostare a questo capitalismo dove tutto ha un prezzo e nulla ha un valore, a chi propenderebbe a valori più umani e più alti, altro sfogo se non alcool e droghe; ecco, a mio avviso non è che gli autori beat ma prima di loro anche i simbolisti e i maudit francesi, ma anche Pascoli in Italia avezzo all’alcool, trovassero nell’alcool e nelle droghe l’ispirazione, ma semmai incapaci di sopportare una società tanto disumana e sfruttatrice come il capitalismo usassero tali mezzi,la cui dannosità al corpo e alla mente non nega nessuno, come rimedi momentanei, non come sostitutivo di una rivoluzione.
Si scrive nello stesso articolo di risposta al mio “La società reale è, fortunatamente, più complessa ed articolata. Lo è a tal punto da richiedere norme senza le quali il debole sarebbe ancora più debole di quanto non sia e ogni norma, la scrivano le classi sfruttatrici o quelle sfruttate, porta con sé devianze”, nessuno nega che la società richieda norme, ma l’attuale norma borghese eterocentrista e patriarcale è una norma buona? Non la vogliamo mettere in discussione? Perché qui si discute e si mette in discussione quella norma, non una futura norma socialista che ancora non c’è e non è ancora definita.
“E non contestavo il diritto di avere le pulsioni sessuali che più si attagliano al singolo, il sesso malsano cui mi riferivo esplicitamente è quello fatto di “solo sangue, sperma e cattivi odori” (quello, per stare in Italia, di Walter Siti). Contestavo la via indicata per uscire dalla sofferenza, il misticismo o lo sballo e il ritorno al mito dell’individuo solitario che, per varcare le frontiere, anziché come una volta il buon dio e la pistola che sterminavano gli indigeni, utilizza oggi budda e gli acidi che sterminano o riducono a larve giovani menti e corpi.” Anche qui non trovo chiarezza, il sesso “malsano” di cui parla Siti, autore che per quanto oggi sia insegnante universitario proviene da una famiglia non abbiente e da un’epoca dove essere omosessuale non era una passeggiata e spesso si era costretti a rapporti occasionali qui definiti malsani, mi sembra essere il sesso occasionale consumato di nascosto e spesso intriso di paura di essere scoperti con il rischio di essere aggrediti; ecco ritengo più appropriato contestare la norma che costringeva a vivere il sesso omosessuale (e in alcuni stati USA anche quello interrazziale) ad essere vissuto in questo modo piuttosto che contestare il racconto di quel sesso che non vedo esaltato, ma piuttosto raccontato, per quanto in maniera poetica e non criticante, dalla letteratura beat.
Allo stesso modo nello sballo vedo semmai una descrizione, sempre poetica e non critica, di esso, ma non una sua esaltazione a via d’uscita definitiva alternativa al marxismo.
Trovo scritto: “E affermavo, lo ammetto, e lo riconfermo, che “con i devianti non cambi il mondo”, nel senso che non basta essere sofferente e averne piene le palle, perché il mondo cambi”, nessuno ha mai detto che basti averne le palle piene per cambiare il mondo, ma che per cambiarlo servano ANCHE, non SOLO, i devianti, e che non debbano essere messi sotto il tappeto della storia, anche della lotta di classe, dato che la maggiorparte dei “devianti” fanno parte delle classi sfruttate, e non vogliono veder negata la loro esistenza e presenza nelle classi sfruttate; io spero che l’autore dell’articolo non intendesse dire che il mondo si cambi senza devianti, ma l’affermazione “con i devianti non cambi il mondo” è in sé ambigua e poco chiara, intende che con “solo” i devianti non si cambi il mondo o che il mondo si cambi senza i devianti? Tale affermazione può essere soggetta a più interpretazioni e da qui la sua ambiguità e poca chiarezza.
“Serve un soggetto plurale che, oltre a quelle caratteristiche, abbia un ruolo produttivo nella società, che sappia aggregare intorno a sé altri soggetti collettivi, che abbia una visione di società futura fatta di speranza, lavoro, diritti, reddito sufficiente, norme morali. Questo soggetto avrà certamente al suo interno molti devianti”, ora c’è più chiarezza, anche se sarebbe stato più appropriato porla in precedenza; e ritengo che il soggetto plurale in questione possa e debba portare una visione ancora più avanzata della società, non solo “lavoro” ad esempio, ma superamento del lavoro con la piena automazione, non solo “reddito sufficiente”, ma redistribuzione totale delle ricchezze, non solo “norme morali”, ma una nuova norma che non più eteropatriarcale e non releghi le donne e le persone LGBT+ a devianze, insomma per dirla come una frase attribuita a Marx un comunismo che sia “pane e rose, il necessario e il superfluo, una società dove si mangia meglio e di più (non solo pane), dove si lavora meglio e di meno, ma anche una società dove si è più felici, realizzati, liberi”; io sul “lavorare meno” aggiungerei, grazie al progresso, magari dove non si lavora proprio e si possa aver la libertà e il tempo di sviluppare le proprie capacità.
“Infine, perché non dovremmo rompere i coglioni ai poeti? perché dare ai poeti un passaporto diplomatico? perché non dovremmo pretendere dai poeti quello che pretendiamo dalla politica, dalla scienza, dalla vita quotidiana? Cosa vuol dire “è un cazzo di poesia”? Il poeta può forse chiamarsi fuori, disinteressarsi dei messaggi che lancia, disinteressarsi se i suoi scritti aiutano o rovinano i suoi lettori? Cos’è, siamo ritornati all’arte per l’arte, al poeta che guarda il mondo da fuori e magari “con gran dispitto”? ” Onestamente se rompiamo i coglioni ai poeti perché non parlano di lotta di classe, chiediamoci: perché dovrebbero? Non pretendiamo dai poeti quello che pretendiamo dalla politica o dalla scienza perché non sono politici o scienziati, così come non chiederei ad un poeta di curarmi ma ad un medico, allo stesso modo non pretendo che il poeta parli di lotta di classe per quanto lo abbiano fatto alcuni poeti; quanto all’arte per l’arte non la disprezzo affatto, e non vedo perché l’artista che la produce debba per forza essere considerato ” guarda il mondo da fuori e magari “con gran dispitto”” quando potrebbe semplicemente astrarsi in quel momento, così come la responsabilità dell’autore sui messaggi che lancia in un testo poetico (diverso dalla prosa dove la chiarezza è richiesta) non è una responsabilità su come i messaggi vengano recepiti, o vogliamo rimettere alla sbarra i Beatles per le stragi fatte dalla setta di Charles Manson o Marylin Manson per la strage di Columbine? Anche qui non trovo chiarezza sul fatto che si voglia in toto criticare l’idea di “arte per l’arte” o semplicemente dire che non la si apprezza, che è una questione di gusti.

LA REVOLUCIÓN SERÀ FEMINISTA O NO SERÀ

di Renzo Vendrasco

Quello che segue è un estratto di alcuni ragionamenti conseguenti al Grande Seminario di Diotima Filosofe del 2018. -Non si può negare l’influenza della globalizzazione neoliberista sulla politica e sulla società.Negli anni ’80 avviene il cambiamento del sistema economico capitalista, che passa dal “fordismo” al “post-fordismo”. Mark Fisher in Realismo Capitalista identifica una data, il 6 ottobre 1979, giorno in cui “la Federal Reserve portò i tassi d’interesse al 20% spianando la strada alla cosiddetta supply-side economics che avrebbe modellato la realtà economica in cui tuttora siamo immersi”.1 Da allora il mercato cambia, la stabilità economica propria del fordismo viene sacrificata alla “flessibilità” postfordista, aumentando lo sfruttamento della classe lavoratrice da parte della finanzaglobale e le disuguaglianze economiche, facendo più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Il “mercato” diventa la nuova divinità, come spiega Paolo Scarpi in Si fa presto a dire Dio, con un capitolo ad hoc dal titolo emblematico: “Imperialismo, universalismo e globalizzazione”. Qui è presentata la naturale correlazione tra il sistema religioso monoteista e la globalizzazione economica. In passato, il potere politico imperialista e quello religioso sono sempre andati a braccetto, imponendo col colonialismo un modello sociale ed economico universale, che fosse uguale per tutto il mondo, fagocitando o distruggendo l’«altro-da-sé». Gli esempi sono purtroppo numerosi, primo fra tutti quello degli Indigeni americani, da nord a sud. L’universalismo monoteistanon ammette altra verità al di fuori della propria, questo porta sistematicamente all’annientamento di ciò che è diverso, per formare un’unica comunità “universale”. Allo stesso modo funziona la globalizzazione, che tende ad eliminare le differenze socio-economiche per imporre il proprio sistema di produzione, sacrificando sull’altare del mercato intere culture e comunità economiche autonome. Tutto questo proprio perché il mercato, che diventa “un’entità metastorica sovraordinata all’azione umana”2, vede nelle differenze etniche, nazionali e culturali un vero ostacolo da abbattere. Si agisce in suo nome, come in passato si agiva in nome di Dio, anche perché con Dio ne condivide le caratteristiche di anonimato e inconoscibilità.Il monoteismo quindi, quello cristiano – in tutte le sue diverse confessioni – nello specifico, ha profondamente modellato molte delle caratteristiche del capitalismo, in particolare nel difetto sistematico dell’eliminazione delle differenze, in favore di un unico modello da seguire. Ed è qui che si inserisce il patriarcato moderno, figlio diretto di questo sistema, che non riconosce le differenze e non le valorizza, anzi le demonizza. La lotta femminista non può quindi esimersi dalla 1 Mark Fisher, Realismo Capitalista, lotta politica contro un sistema di controllo di stampo capitalista3 per raggiungere i propri obbiettivi.Ferruccio De Bortoli e Joseph Stiglitz prendono marcatamente posizione sul fatto che la globalizzazione minacci gravemente il primato della politica e che solo la politica può porvi un freno. Luisa Muraro tira quindi in ballo la Politica delle donne e con questo intende una politica volta a un mutamento di civiltà. La civiltà necessita della politica, altrimenti si baserà solo sui rapporti di forza e sul governo dei tecnocrati.Perché la Politica delle Donne abbia successo necessita della compartecipazione degli uomini. Per fare un esempio, una rivoluzione di popolo avviene più velocemente e più efficacemente se l’esercito dell’oppressore, o parte di esso, si schiera con le masse rivoluzionarie. Così avvenne in Russia nel 1917; la Rivoluzioni di Febbraio e d’Ottobre non sarebbero mai riuscite senza le “Guardie Rosse”, gruppi armati formati certamente da operai e contadini, ma anche da disertori dell’esercito zarista, come i marinai della flotta baltica di Kronstadt. Alla stessa maniera, laPolitica delle Donne deve coinvolgere gli uomini, o una gran parte di essi, affinché il sistema inizi avacillare. Perché il Femminismo si completi nel suo auto superamento e si giunga al “senso libero della differenza sessuale”, è necessario entrare in contatto con colui che Luisa Muraro chiama “Simplicio”, citando Galileo Galilei e il suo “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”; Simplicio era lo scienziato vecchio stampo, quello che difendeva le vecchie posizioni aristoteliche. Fatica ad acettare le nuove posizioni e il nuovo che avanza provoca in lui una forte crisi.Oggi Simplicio non vede di buon occhio i cambiamenti, anzi, lo spaventano. Intimamente è ancora legato al sistema fordista, radicato nella tradizione e che gli dava le certezze per una vita tranquilla. Gli veniva insegnato che le minacce a questa tranquillità giungevano dall’esterno, ovverodai comunisti che volevano distruggere i valori con cui era cresciuto. Dopo la caduta dell’URSS la minaccia ha cambiato provenienza, sono diventati gli immigrati, di origine varia. Dopo l’11 settembre 2001 la nuova minaccia è diventata il terrorismo islamico, quindi i musulmani in generale. Ad oggi, sembra che a minacciare la società siano tutti questi messi assieme. Simplicio ci crede fermamente per molti motivi, soprattutto perché tutte queste minacce sono facili da identificare. Chi invece è davvero alla base del disfacimento della sua realtà fatta di tradizione e stabilità di matrice capitalista fordista è il capitalismo stesso, nella sua nuova evoluzione postfordista. Non è un mistero che il capitalismo sia pieno di contraddizioni, ma la questione affettiva e famigliare è eclatante: il capitalismo ha bisogno della famiglia per creare e crescere il proletariato secondo uno schema di valori adatti al suo sfruttamento, eppure esso stesso ne sta minando le fondamenta, creando una situazione sociale alla cui base ha la “flessibilità”, che inevitabilmente genera la precarietà. Quest’ultima non permette la creazione di una famiglia, se lo fa il risultato è incontrollabile: vita e lavoro diventano inseparabili, alimentando tensioni nella sfera affettiva. «Flessibilità» è un termine rassicurante, che ha il solo compito di nascondere la definizione più realistica di “instabilità”, quella che non permette la pianificazione del proprio futuro. L’instabilità della vita si traduce in instabilità psicologica, portando all’aumento di casi di depressione e di sindrome bipolare, poiché bipolare è il capitalismo stesso: esso passa da momenti di euforia (le «bolle») a momenti di profonda depressione («depressione economica»). Proprio per questo Mark Fisher dice che “il capitalismo nutre e riproduce gli umori della popolazione a un livello che nessun altro sistema sociale ha mai sfiorato”.4 Simplicio si trova quindi in una situazionecomplessa, non è lucido e tutto questo per lui non è per nulla facile da vedere o da comprendere. Come può la politica, soprattutto quella delle donne, avvicinarsi a Simplicio? Annarosa Buttarelli parla proprio di questo, con il concetto di «Prossimità», che ci propone un ragionamento sulla «direttrice metonimica». La figuratività e la distanza dalla realtà della parola metaforica è quella che i populismi utilizzano, poiché si basa sulle prime impressioni, sulle pulsioni, senza passare dall’elaborazione simbolica, lasciandola preda della manipolazione. Diversamente, la parola metonimica si fa strada dall’esperienza vissuta e la sua simbolizzazione acquisisce senso. Il linguaggio deve essere prossimo a ciò che accade, altrimenti non si ha la capacità di rappresentare il mondo. Il tal modo il referente è coinvolto, poiché c’è relazione continua tra contesto e pensiero. Con la «ipermetaforicità» che caratterizza il linguaggio politico attuale, altro non si fa invece che nutrire il «corpo selvaggio» della società.Per scongiurare questo, dice la Buttarelli, è necessario l’intervento della Politica della Donne, che con la prossimità ha un rapporto privilegiato. Questa però si inserisce in un contesto di crisi del mondo della rappresentanza nella politica. È un argomento estremamente attuale e complicato. Crisi della rappresentanza vuol dire crisi della democrazia, di conseguenza crisi di un sistema politico. Antonio Gramsci, figura talmente enorme da essere tremendamente attuale, già aveva capito l’importanza della prossimità col popolo. Aveva già compreso che né il popolo, né le classi sociali sono masse informi, giungendo alla conclusione che il popolo stesso fosse il luogo delle differenze. Il problema della rappresentanza sta proprio su questo punto: tutte queste differenze sono irrappresentabili, almeno tanto quanto sono irrappresentabili le donne all’interno della democrazia.

Bisognerebbe pertanto intraprendere, per usare parole della Buttarelli, “il cammino storico della diversificazione delle istanze”, che passi in diversi linguaggi e in un simbolico che porti tali istanze in una comunicazione circolante che confligga e magari sostituisca l’universale tradizionale. Compito facile? Per niente, bisogna cambiare la forma mentis delle persone, che è stata forgiata dalla visione monoteista.Come già spiegato in precedenza, l’universalismo è figlio del monoteismo. Piaccia o no, la nostra società è permeata dal monoteismo in maniera profonda e lo vediamo ogniqualvolta la molteplicità viene rifiutata in favore di un modello unico. Ed è naturale che sia così, se fin dalla più tenera età ci viene insegnato che esiste un solo Dio, che ha fornito un codice comportamentale e quindi una sola via da seguire per raggiungere la beatitudine oltre la morte. Il fatto è che la nostra società non è sistematicamente in grado di concepire la pluralità e la diversità, poiché è stata plasmata su di una monovisione. E non per essere ripetitivo, ma è per questo che il Capitale non prevede alternative a sé stesso. La sfera religiosa è più invasiva nelle politiche dell’uomo di quanto si creda, proprio perché, di fatto, la religione è politica. Dunque non escluderei di agire anche su questo aspetto, senza pensare di eliminarlo dalla società, ma proponendo alternative di sistema. Nonho la soluzione a portata di mano, chiaramente, ma vale la pena secondo me spenderci del tempo a meditare su questo aspetto, perché “dio, che esista o meno, è il risultato di un percorso concettuale”5. Ogni società è lo specchio del sistema religioso in essa dominante. Faccio un esempio, ripescando Paolo Scarpi quando dice che “il politeismo, là dove possiamo riconoscerlo, si rivela espressione di una società complessa e stratificata”6. Pertanto, il collante di una società politeista sono le relazioni tra gli individui che lo compongono, in cui sono riconosciute e valorizzate le differenze di ognuno, diversamente da un mondo monoteista, basato su una relazione sistematica soltanto, ovvero quella della subordinazione verso qualcuno più grande di noi. Ogni monoteismo presuppone un politeismo, nasce da esso per poi semplificarsi in una visione unica, con al quale è più semplice gestire il potere e governare. Con questo non sto certo dicendo di rispolverare il politeismo come base per la società futura, ma che questo era un sistema che abituava già di per sé le persone a “pensare plurale”, proprio per questo le novità provenienti dall’esterno raramente erano respinte, spesso erano accolte. Può essere interessante come spunto da cui partire per la civiltà futura improntata sulla valorizzazione delle differenze e la conseguente rete di relazioni, una società che “pensi plurale”. Ma torniamo ad Annarosa Buttarelli, che come ben si può notare ha dato diversi spunti di riflessione. La seconda parte del suo discorso si basa sul concetto di «prossimo», concetto sul quale è estremamente utile fermarsi, viste le dichiarazioni recenti dell’ex-ministro leghista (e veronese) Lorenzo Fontana: durante un’iniziativa del suo partito a Pisa ne febbraio 2019, il ministro ha portato la sua interpretazione del passo cristiano “ama il prossimo tuo”, identificando questo come colui che è “in tua prossimità”, ovvero che è “più vicino”7. Basandoci anche su tutto ciò che è stato affermato precedentemente, questa è chiaramente un’affermazione il cui contenuto è stato manipolato, prendendo il significato delle parole in maniera estremamente superficiale. Antico e Nuovo Testamento sono testi complessi e ricchi di simbolismo, quindi da non prendere in mano alla leggera. Annarosa Buttareli chiama in causa Francoise Dolto, una psicanalista cristiana contraria alle soluzioni monolitiche, autrice di vari studi, tra cui “I Vangeli alla luce della psicanalisi: la liberazione del desiderio”. Buttarelli si concentra proprio sulla definizione di “prossimo” data da Dolto, che a sua volta si basa su un lungo lavoro filologico e linguistico, attraversando i significati della parola nelle diverse lingue dei testi sacri, partendo da latino, passando per il greco e giungendo all’ebraico. Saltando qualche passaggio per giungere al nocciolo, Dolto sostiene che l’accezione reale di «prossimo» sia spaziale, che includa sia «amici» e «nemici». Porta l’esempio della parabola del “Buon Samaritano”: qui il “prossimo” non è colui che il Samaritano salva, ma il Samaritano stesso. Vi è un capovolgimento della morale, nel quale colui che è salvato dovrà amare il suo salvatore come sé stesso. Per l’apostolo Giacomo questa era la legge più importante, la legge regale dell’amore che va insegnata a chi è stato salvato. Il Samaritanoinvece agisce per intuizione di giustizia e questo rientra in tutt’altro ordine di significato.Ora, Dolto vuol farci comprendere in questo modo il riconoscimento del «debito al prossimo», un debito d’amore saldabile praticando la stessa cosa con gli altri, chiunque essi siano, non solo con chi è “vicino”. È un concetto molto profondo, che punta a ridefinire la politica sociale sulla base delle relazioni. Si tratta di un atteggiamento coraggioso, non di certo in linea con quello dei governanti o dei populisti, che col popolo hanno scelto invece di giocare la carta della paura. Penso inevitabilmente alla questione migratoria. Pensate che in Argentina esiste il “giorno del migrante italiano” (3 giugno), per ricordare che metà della popolazione ha almeno un parente italiano. Noi Italiani siamo stati accolti – o meglio “salvati”? – da decine di paesi in giro per il mondo, ma ancora questo «debito al prossimo» non lo stiamo pagando. Caterina Diotto descrive invece gli effetti della narrazione e dove questa ci può portare. La narrazione molteplice porta ad un allontanamento dall’identità accentratrice propria dei populismi. Non funziona quindi come questi vorrebbero, ma accade. Ogni cosa nella società “in parte funziona e in parte accade” e questo accadere non è misurabile, sfuggendo completamente al meccanismo del“funzionare”. Cito Ernesto Guevara, che in altri termini diceva qualcosa di analogo sul fatto che “i rivoluzionari non possono prevedere tutte le varianti tattiche che possono presentarsi nel corso dellalotta” e che “la reale capacità di un rivoluzionario si misura dal saper trovare tattiche rivoluzionarie adeguate ad ogni mutamento di situazione”8. La “narrazione” politica del rivoluzionario è quindi necessariamente molteplice e aperta, chi se non un rivoluzionario deve fare i conti con “l’accadere” piuttosto che col “funzionare”? Ma torniamo a quello a cui vuole arrivare Caterina Diotto, parlando di Marirì Martinengo e delle “Pratica della storia vivente”: qui si intreccia la pratica femminista del “partire da sé”, la ricerca storica e la narrazione. Si inaugura una storiografia che ha le “caratteristiche del cammino”, che affonda le sue radici nell’esperienza personale e che non respinge l’immaginazione, dando una forte importanza alle relazioni, soprattutto a quelle che ci sono tra i fatti e chi li racconta, cosa che io apprezzo particolarmente. La storia contiene infinite situazioni, fatti e attori, i motivi che portano uno studioso a scegliere di approfondirne alcuni piuttosto che altri sono chiaramente personali e per nulla casuali. Pertanto la sola scelta di un argomento evidenzia una relazione tra questo e chi lo studia. Lo storico “completamente distaccato”dai fatti non esiste, chi dice di esserlo – e mi assumo tutte le responsabilità di tale affermazione – mente in primis a sé stesso: quando qualcuno racconta un fatto necessariamente ha un posizionamento nei confronti di tale fatto, la cosa migliore e più onesta che può fare è palesare il suo posizionamento e spiegare come e perché ci sia arrivato. Ed è proprio con queste due parole, «come» e «perché», che mi collego a ciò che diceva Ibn Khaldūn, storico e ālim (termine che indical’uomo di scienza tra i musulmani) morto nel 1406, ovvero la storia è solo in apparenza la narrazione di fatti: al centro della ricerca storica sta infatti la «meditazione», lo “sforzo di arrivare alla verità, spiegando con finezza le cause e le origini dei fatti, ma anche alla conoscenza approfondita del come e del perché degli avvenimenti”9. Lo storico musulmano, quindi, già seicentoanni fa suggeriva l’idea di un coinvolgimento totale e spirituale («meditazione») nella ricerca storica.Chiara Zamboni invece parla senza se e senza ma dell’importanza delle pratiche politiche delle donne in questo momento di fragilità politica. La politica delle donne non si propone di governare la realtà, bensì di cambiarla. Ci introduce alla questione relativa a “l’ascolto del dolore” etutto ciò che ne deriva. L’ascolto del dolore degli altri ha origine ovviamente dalla pratica femminista del “partire da sé”. Zamboni mette subito in chiaro che questa è una “teoria” in fase di consolidamento, motivo per cui è particolarmente interessante. Dice che per dare parole al dolore degli altri, dirne parole di verità, è necessario entrare in contatto col proprio di dolore e a stare in rapporto con esso. Una pratica in termini quasi buddhisti, dato che avendo attenzione per il proprio dolore, si può ascoltare il dolore altrui e quindi eliminare l’angoscia che esso provoca. Zamboni auspica che il dolore smetta di essere usato per creare opinione pubblica, ma che esso diventi invece un fatto politico, che è anche un po’ quello che vuole dirci Mark Fisher, con altre parole. Il dolore, adifferenza dell’euforia, ha una dimensione profonda e va ascoltato in primis per sciogliere i sentimenti violenti che lo circondano e creano rigidità. Parliamo di odio, risentimento, disprezzo, tutto ciò sui cui i populismi di destra si nutrono. Questo ha a che fare, come già anticipato in precedenza, col tramonto dell’ordine simbolico del Padre, che può aver generato del dolore, soprattutto tra alcuni uomini. Nello specifico, Chiara Zamboni propone un ripensamento, una riproposizione leggera e fluida della figura del padre a livello singolare. E forse sarebbe il caso di spendere del tempo anche su questa questione, poiché il dolore che provano alcuni uomini nel contesto appena descritto, è causato dallo spaesamento, dal non saper più cosa essere o fare, cosa invece molto chiara per le donne all’interno del pensiero femminista: purtroppo questo non è chiaro a molti uomini, non sempre per colpa loro, ma per colpa di un sistema che li ha cresciuti con la monovisione patriarcale e che, quindi, faticano a vedere altri ruoli per sé stessi nella società. Tornando al rapporto col dolore, viene nuovamente citata la psicanalista Francoise Dolto, che in “Tutto è linguaggio” afferma che dire la verità di ciò che ci fa soffrire apre al desiderio. Si rompe quindi la corazza del risentimento, per mettere in movimento questo desiderio. In politica si apre quindi all’inventiva, abbandonando il sentimentalismo del dolore. Automaticamente si mette in moto un meccanismo, che lo si voglia o no: semplicemente accade. La politica delle donne è questo,una forma nuova di invenzione, nata da una riflessione sul dolore provocato da un sistema sbagliato. È la base di una rivoluzione tutt’ora in atto, in pieno contrasto con la “governance”, per laquale qualcosa non esiste se non fornisce servizi, in questo caso viene fagocitata e rimodulata, rendendo estremamente difficile fare opposizione. Ma è proprio in questo sistema, che crea oppressione e ingiustizie, dove l’invenzione politica delle donne può portare qualcosa di nuovo e importante. Questo Grande Seminario mi ha mostrato potenzialità e metodi che prima, onestamente, ignoravo. L’effetto, per quel che mi riguarda, è stato molto caricante: mi ha dato stimoli, tematiche da approfondire, autrici e autori da conoscere. Ovviamente tutto questo mi ha portato anche a modificare alcuni dei miei comportamenti nella vita di tutti i giorni. Ma penso che di importante mi abbia lasciato anche buonesperanze per un futuro ancora possibile, il che, nella situazione italiana odierna, è tutto dire. Reputo ormai imprescindibile il pensiero femminista per arrivare alla Rivoluzione che in molti aspettiamo. Uno slogan diceva che “la Rivoluzione sarà femminista o non sarà”. E tanto, prima o poi, la rivoluzione accade.

  1. Mark Fisher, Realismo Capitalista, NERO, 2018, p. 78.
  2. 2 Paolo Scarpi, Si fa presto a dire Dio, Salani Editore, 2010, p. 99
  3. A tal proposito Mark Fisher, sempre in Realismo Capitalista, descrive le sfaccettature del controllo capitalistanon solo a livello socio-economico, ma anche e soprattutto psicologico. Si preoccupa in particolare dell’aumento catastrofico dei mental diseases tra i giovani all’interno del capitolo “Impotenza riflessiva, immobilizzazione e comunismo liberale.
  4. Mark Fisher, Realismo Capitalista, NERO, 2018, p. 81
  5. Paolo Scarpi, Si fa presto a dire Dio, Salani Editore, Milano, 2010, p. 61.
  6. Paolo Scarpi, Si fa presto a dire dio, Salani Editorie, Milano, 2010, p. 65

Per il commento completo al Grande Seminario di Diotima 2018: http://www.diotimafilosofe.it/wp-content/uploads/2019/11/Renzo-Vendrasco-La-rivoluzione-accade-1.pdf

Solidarietà a Cuba dal PCI Lombardia

La Segreteria lombarda del Partito Comunista Italiano, a nome di tutti i suoi iscritti e simpatizzanti condanna la mancanza di gratitudine espressa dal governo italiano che ha votato contro la risoluzione presentata al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu per chiedere lo stop delle sanzioni economiche anche contro Cuba.
I medici e il popolo italiano non dimenticano il 22 marzo del 2020 quando 53 medici cubani della Brigata Internazionale Henry Reeve arrivarono in Lombardia, in quel momento epicentro mondiale della pandemia di Covid-19, per aiutare i colleghi italiani.


Noi saremo sempre grati al governo e al popolo cubano per quanto fatto disinteressatamente per aiutarci, e ci batteremo sempre per la fine di questo iniquo embargo da parte degli Stati Uniti e dei governi loro servi.
Evviva Cuba, evviva il popolo cubano!

Claudio Molteni
Segretario Regionale Lombardia
Partito Comunista Italiano

http://www.comunistilombardia.it

Perché ai poeti – come a tutti – si possono rompere i coglioni.

di Ruggero Flora – ilcomunista.it

Era chiaro dall’attacco del mio intervento su Ferlinghetti che mi interessava discutere con alcuni miei amici e compagni non tanto su Ferlinghetti, quanto sul contenuto delle sue opere e del movimento che, come preciso, coccolò senza aderirvi, contenuto che alcuni amici e compagni davano come rivoluzionario. Da nessun passo del mio intervento si può trarre la convinzione che io pretenda che la poesia parli di lotta di classe e di marxismo. Anch’io scrivo racconti, romanzi e qualche poesia e i pochi che mi leggono sanno che non è così.

Aggiungo che tra i miei poeti contemporanei preferiti c’è, ad esempio, Sandro Penna. che ha caratteristiche affatto diverse. Nessun passo del mio scritto può far pensare che io riduca “la classe degli sfruttati alla sola sua componente più visibile (maschio, bianco, etero)”. Quello che io chiedo è che non si confonda il ribellismo con la rivoluzione e che si prenda atto che l’individualismo (peccato originale della cultura statunitense), il misticismo e lo sballo non sono la via d’uscita dal “Moloch”, la società capitalista.

(Tra le righe, questa visione della “divinità sanguinaria sempre affamata delle carni degli sfruttati” è, a mio parere, piuttosto adolescenziale e di superficie e non permette di agganciare a una battaglia anticapitalista seria ceti sociali più ampi. Non è un caso che il movimento beat è rimasto faccenda di un gruppo di intellettuali largamente minoritario). A ben guardare, lo stesso sessantotto che a quel movimento un poco guarda, è una delle numerose “rivoluzioni” che il capitale è stato costretto a fare per sopravvivere alle profonde modificazioni che i nuovi modelli produttivi inducevano nella società civile: bastone la repressione aperta, carota il modello consumista che va dal consumo di lusso a quello dell’oblio (droghe e musica pop) a quello dei corpi. Io continuo ostinatamente a credere come necessario che si inizi una riflessione seria sulla differenza tra sessantotto (che è frutto importato dagli USA e dalla Sorbonne) e sessantanove (l’autunno caldo che ha, nel bene e nel male, le sue radici nelle battaglie sindacali dei primi anni sessanta, nelle magliette a strisce, ecc.) e sui disastri ideologici che la confusione, probabilmente impossibile da evitare, tra i due momenti ha creato nella sinistra del Paese Italia. Ma questa è una questione che richiederebbe un seminario apposito, che naturalmente nessuno pensa sul serio di organizzare: si aprirebbero ferite assai dolorose.

Ma torniamo a bomba. Devianti non è una parolaccia, significa semplicemente “chi si allontana dalla direzione principale” oppure “chi non si adatta alle norme che regolano il contesto in cui vive e opera”. Da vecchio darwinista quale io sono, mi è noto che senza devianze non saremmo arrivati all’homo sapiens (frutto del passaggio da quadrumane a bipede, del cominciare a mangiare carne prima cruda e poi cotta, dello strano sviluppo del cervello, eccetera). Mi è anche noto che molte devianze si sono rivelate deleterie e o sono rimaste tra i resti inutilizzati che ognuno porta con sé o sono state usate per fini diversi da quelli originari oppure si sono estinte. Questo per dire che non do sulle devianze giudizi astratti, ci sono devianze buone, devianze cattive e devianze neutre e i giudizi finali su queste li dà la vita con i suoi tempi, che non sono i nostri. Fenomeni che noi consideriamo oggi positivi potrebbero rilevarsi domani negativi o indifferenti e viceversa.

Che contestavo, nel mio intervento, è la acritica assunzione, da parte del movimento beat (e adesso anche del mio critico), della devianza come valore in sé e la sua contrapposizione alla normalità, vista come disvalore in sé. La società reale è, fortunatamente, più complessa ed articolata. Lo è a tal punto da richiedere norme senza le quali il debole sarebbe ancora più debole di quanto non sia e ogni norma, la scrivano le classi sfruttatrici o quelle sfruttate, porta con sé devianze. Quindi non credo si debbano anarchicamente rifiutare le norme, alcune delle quali. buone e cattive, hanno storie più antiche del capitalismo ma battersi per norme migliori, tra le quali quelle contro l’omofobia, ad esempio.

E non contestavo il diritto di avere le pulsioni sessuali che più si attagliano al singolo, il sesso malsano cui mi riferivo esplicitamente è quello fatto di “solo sangue, sperma e cattivi odori” (quello, per stare in Italia, di Walter Siti). Contestavo la via indicata per uscire dalla sofferenza, il misticismo o lo sballo e il ritorno al mito dell’individuo solitario che, per varcare le frontiere, anziché come una volta il buon dio e la pistola che sterminavano gli indigeni, utilizza oggi budda e gli acidi che sterminano o riducono a larve giovani menti e corpi. E affermavo, lo ammetto, e lo riconfermo, che “con i devianti non cambi il mondo”, nel senso che non basta essere sofferente e averne piene le palle, perché il mondo cambi. Serve un soggetto plurale che, oltre a quelle caratteristiche, abbia un ruolo produttivo nella società, che sappia aggregare intorno a sé altri soggetti collettivi, che abbia una visione di società futura fatta di speranza, lavoro, diritti, reddito sufficiente, norme morali. Questo soggetto avrà certamente al suo interno molti devianti e molti devianti saranno tra quelli che cercheranno di ostacolare quella nuova società. Non solo quelli “ricchi nella comodità delle loro ville sicure”: il mondo non va così e spesso è chi non ha nulla ad ostacolare i cambiamenti sociali.

Infine, perché non dovremmo rompere i coglioni ai poeti? perché dare ai poeti un passaporto diplomatico? perché non dovremmo pretendere dai poeti quello che pretendiamo dalla politica, dalla scienza, dalla vita quotidiana? Cosa vuol dire “è un cazzo di poesia”? Il poeta può forse chiamarsi fuori, disinteressarsi dei messaggi che lancia, disinteressarsi se i suoi scritti aiutano o rovinano i suoi lettori? Cos’è, siamo ritornati all’arte per l’arte, al poeta che guarda il mondo da fuori e magari “con gran dispitto”? Certo, ognuno può scrivere ciò che vuole; può anche scrivere di lotta di classe, come ad esempio Brecht e Majakovskij o scrivere d’altro. E, con lo stesso diritto, chi lo legge può rompergli tranquillamente i coglioni.

Non rompiamo i coglioni ai poeti

Ho riletto ieri l’articolo, presente in questa testata, sulla morte di Ferlinghetti, autore che non mi fà impazzire ma vicino a quella corrente poetico-letteraria, quella beat, che invece mi piace molto per la sua maleducazione e la sua voracità anche in abiti quali droghe e sessualità che la allontanano dal puritanesimo perbenista ma anche dalla cultura hippy, subcultura che molti vedono come conseguente a quella beat quando semmai io la vedo troppo ripulita e pelosamente nonviolenta (sembra risolvere tutto con il mieloso all you need is love) per essere associata alla cultura beat che vedo semmai antesignana della cultura punk, che come quella beat si rifà ad un linguaggio violento, maleducato e di rottura contro il perbenismo borghese.
Nell’articolo in questione l’autore dice di non amare Ferlinghetti, legittimo, e nemmeno la corrente beat, legittimo anche questo, non discuto i gusti altrui, sottolineando però la lontananza di Ferlinghetti e della beat dalla lotta di classe e dal marxismo, e quello che qui viene da chiedermi è: perché, dovrebbero parlare di marxismo e lotta di classe??
Lo dico da lettore e anche da scrittore di poesie: quando leggo poesie cerco in esse la lotta di classe??
Quando scrivo poesie penso ai principi del marxismo??
Se si sostiene che i beatnik e Ferlinghetti rimangano nella superficie (anche se in Urlo di Ginsberg la definizione della società capitalista come Moloch, come divinità sanguinaria sempre affamata delle carni degli sfruttati, non mi pare così superficiale) mi si dice perché non si possa anche rimanere nella superficie in una poesa, è una cazzo di poesia, non un trattato sociologico.
Se si sostiene che la sessualità descritta dai beatnik sia malsana, mi si spieghi nella società puritana e perbenista degli Stati Uniti degli anni Cinquanta una persona LGBT, com’erano i beatnik Ginsberg, Borroughs e Cassady, come avrebbe potuto avere una sessualità “sana”, felice e alla luce del sole??
Nell’articolo su Ferlinghetti è stato scritto che “con i devianti non cambi il mondo”, e allora nemmeno la poesia o la letteratura vogliamo lasciare ai devianti?? Nemmeno lì possono esprimere la propria voce??
Che poi se si vuole cambiare il mondo, soprattutto in una prospettiva di classe, dovremmo almeno ricordare e non dovremmo negare che anche i devianti fanno parte della classe, e anzi sono i cosiddetti “devianti” sfruttati a subire maggiormente discriminazioni e persecuzioni, e non i “devianti” ricchi nella comodità delle loro ville sicure.
Semmai, se si vuole cambiare il mondo bisognerebbe chiedersi se esista in sé la devianza o se essa sia una concezione nata dall’imposizione di una norma, una norma impostaci dalle classi sfruttatrici e che detengono anche i mezzi di comunicazione e della cultura, ed è forse dalla voce dei cosiddetti devianti, parte anch’essi della classe degli sfruttati, a meno che non vogliamo fare, come ho scritto in un altro mio articolo, riduzionismo DELLA classe e ridurre la classe degli sfruttati alla sola sua componente più visibile (maschio, bianco, etero).
Quanto alla sentenza, o almeno a me sembra essa in quell’articolo su Ferlinghetti: “I piccolo-borghesi di sinistra preferiscono descrivere una situazione operaia che rassomiglia a quella descritta da Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, che non misurarsi con il mondo del lavoro vero, con le sue modificazioni, con i suoi nuovi problemi che non sono meno grandi perché non hanno intorno il romantico dolore del passato.”, da persona deviante rispetto ad una certa norma sessuale e da precario e sfruttato vorrei ricordare che non sono “i piccolo-borghesi di sinistra” che non si misurerebbero “con il mondo del lavoro”, ma sono semmai i devianti, come anche il sottoscritto, ad essere presenti nel mondo del lavoro, e semmai ad averne i coglioni pieni, o le ovaie in altri casi, che il mondo del lavoro venga raccontato, anche dal lato degli sfruttati, solo attraverso lo sguardo della sua componente più visibile e non con lo sguardo dei devianti presenti nella classe degli sfruttati la cui presenza viene più che spesso negata, come fossimo “figli di un proletariato minore”; se si sottolinea il punto di vista dell’operaio “quadrato, tradizionalista, che odia i capelloni, non tanto perché hanno i capelli lunghi quanto perché appartengono a un mondo diverso dal suo e che lui sente mortifero.” del film la guerra del cittadino Joe, mi chiedo lo sguardo dell’operaio nero, magari degli stati del sud degli Stati Uniti e che deve subire la segregazione, è uno sguardo meno proletario? Meno sfruttato? Lo sguardo dell’operaio LGBT che deve subire aggressioni omofobe e discriminazioni e all’epoca in alcuni Stati anche occidentali la patologizzazione come se la sua sessualità fosse una malattia mentale è uno sguardo meno proletario? Meno sfruttato?
Se gli stessi che parlano di sfruttati non riconoscono tra gli sfruttati la presenza di noi devianti stanno parlando della classe degli sfruttati o solo di una parte di essa??
Io non chiedo alla poesia che mi parli di lotta di classe e di principi del marxismo, io chiedo semmai che chi parla di lotta di classe parli di tutta la classe e non solo della parte più visibile di essa.

Il pane e le rose

In questi giorni è uscito un articolo del Fatto Quotidiano contenente delle testimonianze di ex collaboratrici e dipendenti della deputata ed ex presidente della camera dei deputati Laura Boldrini, che descriverebbero ritardi nei pagamenti e lo sfruttamento di queste collaboratrici e dipendenti.
La cosa ha stupito molte persone essendo Boldrini impegnata in battaglie contro la discriminazione delle donne e anche contro il razzismo a favore di migranti e rifugiati; ma a mio avviso non c’è stato nulla di cui stupirsi; nelle sue battaglie, di certo giuste e condivisibili, Boldrini non ha mai incluso la lotta di classe, quindi si scoprisse che queste testimonianze dicessero la verità la cosa credo non dovrebbe stupire affatto, e anzi dovrebbe far riflettere di quanto certe battaglie, comunque giuste e condivisibili, risulterebbero lotte parziali se depauperate della prospettiva di classe.
Dall’altro lato, però, non bisogna cedere alla visione che vuole tali battaglie come esterne a quella di classe, e pensare alla lotta di classe nei soli termini economici.
Alcuni chiamano questa tendenza riduzionismo di classe; ecco io preferisco invece chiamarla riduzionismo DELLA classe, infatti tale tendenza riduce la lotta di classe alle istanze economiche e abbraccia solole lotte degli sfruttati maschi, bianche ed etero, mentre la lotta al razzismo, la lotta per la parità di genere e la lotta contro l’omobitransfobia sono, e devono essere considerate, lotte interne alla lotta di classe, e non suoi semplici allegati, essendo che i problemi di razzismo, disparità di genere e omobitransfobia colpiscono persone parte delle classi sfruttate e quasi mai persone parte delle classi sfruttatrici e dirigenti; infatti è più facile che rischi un’aggressione razzista, o non trovi casa a causa della sua etnia, una famiglia di migranti sfruttata che un calciatore milionario di colore che al massimo subisce dei “bu” allo stadio, prima di tornare nella sua comoda villa; succede che non venga assunta in quanto donna non di “bella presenza” o perché potrebbe aver figli e chiedere giustamente la maternità una donna disoccupata povera e non la ricca industriale ereditiera; subisce aggressioni omobifobiche e rischio di non trovare lavoro o una dimora in affitto la persona queer povera piuttosto che il ricco stilista gay che semmai è proprietario di più case da affittare.
Vedendo che tali battaglie, tolte dalle loro prospettiva di classe diventano solo una scusa delle classi sfruttatrici e dirigenti di pulirsi la coscienza, non cadiamo nel tranello che esse non siano parte della lotta di classe e non finiamo a fare RIDUZIONISMO DELLA CLASSE riducendo la lotta di classe ad una mera prospettiva politica.
Non si deve cadere nemmeno nel tranello di pensare che tali lotte siano solo legate alla società occidentale, infatti è più che chiaro che lo sfruttamento, il razzismo, la disparità di genere e l’omobitransfobia sono in vario grado presenti in tutto il mondo (penso sia chiaro che il sistema capitalista si sia purtroppo espanso in tutto il mondo), ed è chiaro che molte discriminazioni siano nate da sovrastrutture create ad hoc dalle classi sfruttatrici a loro uso e consumo.
La validità del marxismo e della lotta classe non solo in occidente si è vista nelle lotte anticoloniali dei popoli del terzo mondo che hanno abbracciato il marxismo come a Cuba, in Vietnam, in Angola, in Burkina Faso ecc…
così come la lotta contro la disparità di genere e contro l’omobifobia non può essere ridotta ad essere una lotta solo occidentale, di certo essa non và imposta ai popoli extraeuropei, ma se donne extraeuropee e persone LGBT extraeuropee ingaggiano tali lotte contro la discriminazione nei propri Paesi e nelle proprie società vanno supportati in nome dell’internazionalità delle lotte e per il fatto che anche là come in occidente maschilismo e omobifobia colpiscono persone delle classi sfruttate e non le classi dirigenti e sfruttatrici; come ha sottolineato in un intervista a Channel 4 Nawal el Saadawi, femminista egiziana venuta a mancare da pochi giorni e che ha lottato anche contro lo sfruttamento e la disparità di classe e che per le sue lotte ha anche affrontato il carcere:«Il femminismo non è stato inventato dalle donne americane, il femminismo è incorporato nella cultura di tutte le donne. Dobbiamo liberare le donne dal punto di vista economico, sociale, psicologico, fisico, religioso. Ci chiamiamo femministe storiche e socialiste. Abbiamo studiato la storia delle donne e abbiamo scoperto che l’oppressione delle donne non riguarda solo l’Egitto ma è storica, è dappertutto, in ogni paese. Le donne lottano per i loro diritti. Siamo socialiste in quanto siamo contro il capitalismo perché è legato al patriarcato, non siamo contro gli uomini ma contro il sistema patriarcale, la dominazione degli uomini nella religione, nell’economia, nella cultura, nella scienza».
Come scrissero gli stessi Marx ed Engels:
«Il comunismo è pane e rose, il necessario e il superfluo, una società dove si
mangia meglio e di più (non solo pane), dove si lavora meglio e di meno, ma anche una società
dove si è più felici, realizzati, liberi»