Due referendum inutili e nocivi, mobilitiamoci per farli fallire!

I due presidenti di regione di Lombardia e del Veneto hanno indetto due referendum che non possono avere e non avranno nessuna conseguenza concreta, qualunque sia l’esito della votazione, dato che , a differenza dei normali referendum, non possono modificare nulla di quanto viene messo al voto ed inoltre data la genericità del quesito non possono neppure esprimere un chiaro mandato politico.
In compenso per questi due referendum verranno spesi decine e decine di milioni di euro dei bilanci delle due regioni che avrebbero potuto essere spesi per dare una migliore risposta ai bisogni ed alle emergenze sociali sia del Veneto che della Lombardia.
Servono invece alla Lega cui appartengono sia Maroni che Zaia per rilanciare la sua
immagine politica in vista delle prossime elezioni, sperperando, quindi, per scopi di partito i soldi dei cittadini lombardi e veneti.
Basterebbe osservare che in tutti gli anni del loro mandato questi “governatori” non hanno mai veramente affrontato questo tema con i vari governi che si sono succeduti ma lo rispolverano ora per cercare di aumentare il consenso personale e del loro partito.

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Si dovrebbe, prima di parlare di ulteriori poteri o risorse alle regioni, fare un bilancio di come queste abbiano gestito i poteri e le risorse che fino ad ora sono state loro assegnati.
La regione Lombardia prima con Formigoni e poi con Maroni è stata più volte travolta da scandali in particolare nel settore della sanità, e se guardiamo a livello nazionale vediamo che proprio il livello istituzionale regionale è stato quello che ha evidenziato il maggior numero di scandali e ruberie. In Veneto, le questioni della pedemontana, del Mose o degli ospedali costruiti in “collaborazione” tra pubblico e privato e successivamente ceduti a fondi di investimenti stranieri (solo per fare qualche esempio) sono emblematiche dell’abitudine di trattare la cosa pubblica in maniera privatistica e costosa per la collettività. Fatti come questi evidenziano la pericolosità di dare, sulla questione dell’autonomia, un mandato in bianco ai presidenti delle regioni.
Che quindi lo spostamento di pote

ri e risorse alle regioni sia il miglior modo per gestirle ed amministrarle è tutto da dimostrare. Inoltre in molte regioni, ed in particolare in Lombardia il decentramento di poteri e risorse si è fermato al livello regionale facendo diventare la regione una sorta di piccolo stato accentratore che non ha, a sua volta, decentrato verso le allora provincie ed i comuni, in modo da avvicinare i luoghi di decisione e di gestione ai cittadini permettendo una reale partecipazione.
Infine dietro a questi referendum rimane, anche se in questo caso si tenta di celarla, la concezione di destra della Lega che vorrebbe capovolgere quei principi di solidarietà e di ridistribuzione delle risorse che sono alla base della nostra  Costituzione, ed il diritto di ogni cittadino italiano di godere degli stessi diritti e servizi sociali in ogni parte del paese, l’idea di una frattura del paese che non porterebbe ad una “indipendenza” ma alla subordinazione economica e politica del nord Italia alla Germania.

In questo quadro il modo migliore per combattere e sconfiggere questi referendum inutili, costosi e nocivi è quello di attuare una forte campagna elettorale per una astensione attiva dei cittadini, infatti recarsi comunque a votare per esprimere un “no” rischia di diventare una legittimazione del referendum, una sorta di riconoscimento dello stesso che, involontariamente, potrebbe valorizzare un’eventuale vittoria del “si”.
Una seria ed ampia campagna per l’astensione non è un modo per “estraniarsi dalla
partita” o di restare alla finestra. Permette di smascherare la posizione del M5S e di gran parte del PD (PD veneto e sindaci PD della Lombardia) che si sono espressi per il si, mettendo in luce non solo i contenuti reali delle loro linee politiche ma anche la grande dose di opportunismo di queste forze politiche che evidenziano, con questa scelta, la loro sudditanza ai contenuti ed ai valori della destra.

Partito Comunista Italiano
Federazione regionale della Lombardia, il segretario Vladimiro Merlin               Federazione regionale del Veneto, il segretario Giorgio Langella

 

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La lezione inglese

di Marco Frigione – redazione ilcomunista.it

Che notte che è stata quella di giovedì 8 giugno! I conservatori inglesi hanno perso la maggioranza assoluta nella camera dei comuni, a favore di una non scontata affermazione del Labour di Jeremy Corbyn. Conosciamo le differenze strutturali fra il nostro sistema e quello inglese, e non cederemo ad un certo provincialismo della sinistra italiana, accusata, spesso a ragione, di cercare ad ogni tornata elettorale estera un papa straniero che ad indicarci la smarrita via al socialismo, salvo poi rimanerne scottata. E tuttavia non possiamo non trarre una utile considerazione da queste elezioni: non è più vero che per vincere bisogna strizzare l’occhio al centro, all’elettorato “moderato”. Oggi a sinistra (vedasi anche la “France Insoumise” di JeVoto Gb: Corbyn, 'è giorno della nostra democrazia'an Luc Melenchon) vincono piattaforme percepite come autentiche, capaci di interpretare i problemi della classe lavoratrice, di denunciarne le cause e di offrirne soluzioni che non temano di mettere in discussione gli assiomi del liberismo e della globalizzazione sfrenata. Piattaforme insomma che non temano di essere etichettate come “populiste”, forti del proprio essere autenticamente popolari. Osserviamo con attenzione i tentativi di rassamblement della nostra Sinistra. Auspichiamo che la lezione inglese venga colta e che vengano evitati i soliti carrozzoni elettorali inneggianti al centro sinistra, con improbabili leadership di “anime belle” che niente hanno a che fare con la solida tradizione socialista del nostro paese. Siamo certi che ne scaturirebbe una ennesima sconfitta, un’ennesima occasione perduta per il popolo italiano.

 

DOPO LA GBU-43 DI TRUMP: NO ALLE BOMBE DEL DOTTOR STRANAMORE! RICOSTRUIRE IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA

Segreteria Nazionale PCI

Il dottor Stranamore ha sganciato la bomba. Donald Trump, il presidente del più potente Stato imperialista – gli Usa – che in questi anni ha versato il sangue di centinaia di migliaia di civili inermi, oggi dà dell’animale ad Assad mentre in poche settimane bombarda lo Yemen e la Siria; minaccia non tanto velatamente Mosca e Pechino; rafforza la presenza navale militare USA nei Mari del Sud della Cina; stanzia altri milioni di dollari per trasformare le squadre nazi-fasciste a Kiev in uno strutturato esercito filo americano di repressione e conquista dell’Ucraina; prosegue le politiche “golpiste” già messe in campo da Obama in America Latina; invia la propria “armada” navale nei mari della Corea del Nord. Ed ora – per terrorizzare i nemici e l’intero mondo – giunge a far esplodere in Afghanistan una bomba GBU-43 di 11 mila tonnellate di esplosivo, seconda sola alle bombe atomiche. Siamo già all’orrore. Ci chiediamo: quanti morti, quanta distruzione in Afghanistan dalla GBU-43? Lo sapremo mai? Lo riveleranno mai i media occidentali asserviti ai voleri imperialisti?

Trump alza i toni. Qualcosa di profondo è accaduto  perché – oggi – una nuova guerra mondiale non sia solo una minaccia evocata “follemente” da un presidente Stranamore, ma un verosimile progetto di una parte considerevole e oggi dominante dell’establishment USA e della NATO mondializzata.

Il punto è che gli USA, sul piano dell’egemonia economica mondiale, avvertono il proprio indebolimento e il proprio declino; il punto è che non sanno come reagire, ad esempio, al titanico progetto cinese di sviluppo economico – che per realizzarsi non può che essere pacifico ed emanatore di pace mondiale – delle “Nuove Vie della Seta” che dai Mari del Sud della Cina si dispiegano per il mondo. Il punto è che gli USA rispondono alla loro crisi di egemonia inviando nuove navi di guerra in quei Mari del Sud e in Corea del Nord, aprendo il fuoco e la minaccia di guerra sul piano  planetario.

Davvero, la crisi è profonda e la guerra mondiale una concreta possibilità.

Mai come ora il primo obiettivo è la lotta contro la guerra, la mobilitazione di massa per la costruzione della pace.

La realtà delle cose si impone sopra ogni eventuale e residua ipocrisia; non vi possono essere più dubbi, da parte di nessuno: il primo nemico della pace nel mondo, il primo nemico dei popoli è l’imperialismo USA. Da qui occorre partire, anche nel nostro Paese, per ricostruire un’alleanza vasta e militante tra comunisti, forze della sinistra, democratiche, sindacali, intellettuali, religiose, al fine di rimettere in campo un movimento di massa contro la guerra che il terrorizzante urlo imperialista nel mondo richiede.

Per il PCI questa è l’ora, non rinviabile.

La Cina prevalentemente socialista del 2017

L’elemento e la notizia eclatante che va innanzitutto sottolineata è che, stando ai dati forniti dall’insospettabile istituto Euromonitor e pubblicato persino dal Corriere della Sera, il salario medio degli operai e delle “tute blu” cinesi è triplicato, è aumentato di tre volte dal 2005 al 2016, quasi raggiungendo la retribuzione percepita nel 2016 dagli operai portoghesi.

Si tratta di una notizia e novità clamorosa fornita tra l’altro da fonti insospettabili, su cui tuttavia gran parte della sinistra politica e sindacale italiana ha steso un clamoroso – ma spiegabilissimo – silenzio, allo stesso tempo imbarazzato e pietoso.

Ma vi sono informazioni interessanti che interessano e/o provengono da Pechino negli ultimi mesi.

La questione della natura socioproduttiva della Cina contemporanea ancora una volta è stata risolta in senso prevalentemente socialista e collettivistico, proprio dall’insospettabile rapporto della rivista statunitense “Fortune” – arciborghese e anticinese – sulle 500 più grandi imprese mondiali nel corso del 2015.

In tale report emerge come le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

Tali aziende cinesi a proprietà statale o municipale sono:

–          State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;

–          China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;

–          Sinopec Group quarto posto nella classifica Fortune, fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;

–          Industrial and Commercial Bank of China, quindicesima nella lista Fortune, con 167 miliardi di dollari di fatturato;

–          China Costruction Bank (22° posto in classifica), con 147 miliardi di dollari di fatturato;

–          China State Costruction Enginering (ventisettesimo posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;

–          Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;

–          Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;

–          China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.

Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento; un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.

Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.

Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse quindi sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.

Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo almeno superiore ai 20 miliardi di dollari e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.

Ma non solo: passiamo ora ad esaminare un azienda cinese come la gigantesca Huawei, che quasi sempre all’interno del mondo occidentale viene vista e considerata come un impresa capitalistica e di natura privata.

Giusto? No, sbagliato.

Nel 2015 la Huawei aveva espresso un fatturato pari a 60,8 miliardi di dollari, collocandosi al 129° posto nella sopracitata lista Fortune del 2016 nella “Top 500” a livello mondiale.

Ora, esaminando un articolo pubblicato dal sitoupgochina.com all’inizio del 2017 si ricava con chiarezza l‘informazione sulla natura essenzialmente cooperativa della Huawei: ossia che la proprietà delle azioni della Huawei è quasi del tutto in mano proprio agli operai e ai lavoratori della Huawei.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale,  pubblica.

Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.

“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.

Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.

Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?

Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.

Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.

Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata. Ma al di là del valore commerciale dell’intesa è un intervento che ha un sapore tutto politico. Diverse possono essere le chiavi di interpretazione.

La prima che ci viene in mente, ma non certo l’unica, è quella di una risposta all’America. Una sorta di controffensiva cinese alla dichiarazione di guerra lanciata dal nuovo presidente degli Stati Uniti alla Cina.

La volontà di Donald Trump di aumentare le tariffe verso Pechino, la sua minaccia di far rientrare in America la produzione di alcuni beni che sono fatti in Cina non sono ovviamente passati inosservati. Non sono forse gli hamburger di McDonald’s il simbolo della globalizzazione americana? La scelta dunque di statalizzarli suona più come un messaggio politico e neanche tanto velato: una sorta di avvertimento. Come a dire: la Cina è in grado di fare le cose per conto suo”.

Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.

Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.

Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.400 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.

In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.

Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.

Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.

 

Daniele Burgio, redazione La Cina Rossa.

Lavoro: “Eppure il vento soffia ancora”

La Consulta ha bocciato uno dei tre referendum proposti dalla CGIL inerenti tre temi fondamentali in materia di diritto del lavoro: il referendum per il ripristino dell’art.18 della Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) nelle aziende dai 5 dipendenti in su (migliorativo rispetto alla vecchia soglia dei 15) dopo un acceso dibattito nella stessa Corte non è stato ammesso per “troppi elementi propositivi in contrasto con le disposizioni costituzionali sul referendum di carattere abrogativo”, mentre gli altri due referendum, uno sulla dibattuta materia dei voucher e l’altro, ritenuto meno importante ma invece e forse il più importante di tutti, quello del vincolo e della responsabilità solidale negli appalti e nei subappalti di lavoro.

Due referendum che suonano come una sfida a un Governo che, democratico solo a parole, ha fatto esattamente l’incontrario nell’attuazione dei principi costituzionali del “diritto al lavoro e a una vita dignitosa”. Una sinistra che non è tale, è sintomo solo di decadenza e usurpazione opportunistica.

Vi proponiamo una rassegna di recenti articoli e interviste sul tema.

  • ecip08f2-sc_1923351f-knfi-u43270869690219vtd-1224x916corriere-web-sezioni-593x443Landini: «Il quesito sugli appalti conta anche più dei voucher. Avanti contro l’articolo 18»  Cominciamo dall’articolo 18. Circola un sospetto: che la Cgil abbia forzato di proposito il quesito per farselo bocciare ed evitare così il rischio di una sconfitta.
    «È una grandissima sciocchezza — risponde il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini —. Lo dimostra anche il fatto che nella consulta c’è stata una discussione vivace e che la decisione di non ammettere il referendum è stata presa solo a maggioranza. Comunque per noi la questione resta una battaglia di civiltà». continua qui

 

  • Abrogare i voucher è una questione di democrazia e civiltà                                            Marta Fana, ricercatrice
    Il verdetto della corte costituzionale sui referendum sociali promossi dalla Cgil ha giudicato ammissibili i quesiti riguardanti l’abrogazione dell’istituto dei voucher e l’introduzione della clausola di responsabilità negli appalti per le imprese. Ha invece bocciato il quesito sul ripristino dell’articolo 18. Tra i due quesiti ammessi, quello che ha più fatto discutere è sicuramente il primo: i voucher. L’accanimento contro l’ipotesi di abolizione dei voucher è stato clamoroso. Tuttavia, a un profluvio di interviste a sostegno dei buoni lavoro, agli scoop sull’utilizzo da parte della Cgil, fa da contraltare un mondo del lavoro sempre più povero e precario, delegittimato della sua funzione sociale e da questo bisogna ripartire quando si discute di voucher.           continua qui

 

  • arton74459-ad266Art. 18: il Parlamento deve ripristinare l’articolo dello Statuto dei Lavoratori

Non passa il quesito referendario sull’articolo 18. Secondo la Corte il quesito non è ammissibile.

Nella valutazione della Consulta, niente hanno contato le sue sentenze precedenti, come quella numero 41 del 2003.

 La Corte ha ritenuto ammissibile nel 2003 un quesito che estendeva la tutela dell’articolo 18 ai lavoratori di tutte le imprese. E allora perché non ammettere un quesito che estende tale tutela ai soli lavoratori di imprese industriali con meno di 15 dipendenti? continua qui

 

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il patriottismo di sinistra (finalmente)

A seguito di numerosi dibattiti emersi nella “sociosfera” tra diversi utenti, proponiamo senza apporre ulteriori commenti una breve rassegna di notizie, più o meno recenti, e comunicati ufficiali, che riguardano l’emergere in Europa, come risposta ai populismi di destra, di prese di posizione che rilevano la necessità di un marcato populismo patriottico di sinistra, in grado di assorbire e rendere propositiva la spinta delle classi lavoratrici del continente europeo.

  • noueNota di presentazione su PCI e Unione Europea: “Domenica 8 gennaio scorso il Comitato Centrale del PCI ha approvato l’allegata relazione “Il Partito Comunista Italiano e la questione europea”, frutto della discussione avvenuta in un apposito ristretto gruppo di lavoro e già approvata dalla Segreteria nazionale. Con tale atto il nostro Partito ha inteso assumere un chiaro orientamento su un tema da sempre delicato ma che oggi ha acquisito il carattere dell’emergenza, condizionando l’intero spettro dell’attività politica (si pensi anche solo alle tematiche del lavoro)e imponendosi come tema dirimente sulla scena politica nazionale.” continua qui
  • BRITAIN-POLITICS-NHS-LABOURIl Labour ha cambiato idea su Brexit?: “Diversi quotidiani britannici hanno pubblicato oggi alcune anticipazioni del discorso che Jeremy Corbyn, segretario del partito Laburista, farà nel pomeriggio a Peterborough. Secondo quanto scrivono, Corbyn userà il suo primo discorso del 2017 per chiarire la posizione del partito su Brexit, ovvero la decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea, e per dire che il Regno Unito potrà essere un paese migliore al di fuori dell’UE e che trarrà benefici dal poter controllare meglio la sua economia e le regole sull’immigrazione.” continua qui
  • brexit-referendum-ballotI comunisti portoghesi commentano la vittoria dei sostenitori della Brexit: “Dichiarazione di João Ferreira, parlamentare europeo del Partito Comunista Portoghese – da http://www.pcp.pt – Traduzione di Marx21.itLa vittoria dell’uscita dall’Unione Europea nel referendum svoltosi nel Regno Unito rappresenta un evento di enorme grandezza politica per il popolo del Regno Unito come pure per i popoli d’Europa. Rappresenta un cambiamento di fondo nel processo di integrazione capitalista in Europa e una nuova occasione di lotta per coloro che da decenni si battono contro l’Unione Europea del grande capitale e delle grandi potenze, e per un’Europa dei lavoratori e dei popoli.” continua qui
  • disintegrazionemonetaria-e1425050287339Con Syriza e Podemos, la sinistra europea riscopre la patria: “Sinistra e patriottismo non sono sempre andati d’accordo, specie in Europa. Qualcosa sta cambiando, con tonalità diverse. Syriza è il frutto di una travagliata e progressiva ricomposizione della complessa storia delle sinistra greca. Alla base di tale ristrutturazione vi è un’accoppiata singolare: sovranità nazionale e interesse popolare. Podemos in Spagna ha un’origine del tutto diversa ma condivide con il partito greco la stessa intuizione: ridare sovranità al popolo. Per entrambi un nuovo modo di essere patriottici.” continua qui