Il regime di Putin e la Democratura

Una risposta a Lucio Caracciolo – ripreso dal blog di Domenico Losurdo, articolo di risposta a cura di Domenico Di Iasio dell’8 marzo 2015, ma ancora utile per capire la guerra presente.

Redazione ilcomunista.it

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“Democratura” in Russia? Una risposta di Domenico di Iasio a Lucio Caracciolo

Per approfondire: Democratura  Oligarchia e populismo la “terza via” di Putin – LUCIO CARACCIOLO Repubblica 7 3 2015

Illiberale, funestato dai delitti politici, privo di equilibrio tra poteri”. Eppure il regime russo non è la semplice tirannia di un uomo solo, perché le sue radici affondano nella storia.

In un articolo apparso su “la Repubblica” del 7 marzo 2015, Lucio Caracciolo critica il regime politico della Russia di Putin, ritenuto oligarchico, populista,illiberale, in una parola, potremmo dire, dispotico. Richiama la categoria politica di “democratura”, avanzata dal saggista croato Predrag Matvejevic, per definire tale regime, recentemente adottato anche dalla Turchia di Erdogan e dall’Ungheria di Viktor Orbán. La “Democratura” è una sintesi di “democrazia” e “dittatura”, nella quale gli istituti democratici, come il parlamento, compaiono ma senza rilevanza politica perché il centro vero delle decisioni politiche rimane pur sempre il Presidente. Si tratta, dunque, di una sorta di presidenzializzazione del sistema politico, da cui, a guardare bene, nemmeno l’Occidente è immune. Ma, a parte questa considerazione che per ora tralasciamo, il punto di fondo dell’articolo di Caracciolo è la condanna netta del regime presidenziale di Putin. È il caso, a nostro avviso, di richiamare lo Spirito delle leggi (1748) di Montesquieu, il vero padre del liberalismo e del costituzionalismo europeo. Vi si afferma, fra l’altro, che non esistono leggi buone per tutti i popoli e che esse devono rapportarsi «al genere di vita dei popoli, agricoli, cacciatori o pastori … alla religione degli abitanti, alle loro inclinazioni … al loro commercio, ai loro costumi, ai loro modi di vita». Se così è, ogni popolo ha il sistema politico che sceglie. D’altro canto, lo stesso Caracciolo ammette che il 55% del popolo russo «pensa che l’unico governo democratico accettabile è quello che corrisponde alle “specifiche tradizioni nazionali russe”». E la minoranza, si chiede sempre Caracciolo, quel 13% di russi «che aspirano alla libertà e allo Stato di diritto», che destino avrà ? La domanda è legittima, perché legittimo è interessarsi delle minoranze perseguitate. Nel nostro caso, però, il ragionamento politico da fare, a nostro avviso, è un altro. Ammettiamo, in teoria, che in Russia sia quel 13% a governare. Sarebbe chiaramente una dittatura della minoranza sulla maggioranza del 55%. È, quindi, più giusto che sia la maggioranza a governare sulla minoranza. Certo qui sorge la questione dei diritti della minoranza che, nel caso della Russia e di tutte le “democrature” e dittature, non sono riconosciuti.


Dunque, se è la nazionalità a determinare un sistema politico, l’Occidente, l’Europa in particolare, deve imparare a rispettare tali nazionalità, ovvero i tratti essenziali di un popolo. Dopo la scoperta colombiana del Nuovo Mondo, un tale riconoscimento della diversità nazionale da parte dell’Europa colonizzatrice non è mai esistito. Colombo e i suoi epigoni pretendevano che gli Indios si convertissero al Cristianesimo e all’occidentalismo, pena la distruzione totale. E di distruzione totale si è trattato! I non convertiti, infatti, erano in genere passati per la spada ed eliminati nei modi più barbari immaginabili. Si arrivò al punto che alcuni coloni europei irrorassero i loro campi con il sangue degli Indios sgozzati! Il misconoscimento della diversità porta a questi eccessi di disumanità e a legittimare le forme di sterminio più crudeli. Ora, si può dire, tutto ciò appartiene al passato. Ma, la storia purtroppo non passa, perché in essa viviamo permanentemente e non possiamo in alcun modo fuoriuscirne. Anche oggi la diversità è rinnegata e si pretende di assimilarla al proprio modo di vivere e di pensare. Purtroppo ancora oggi dobbiamo dar ragione a Montaigne che più di 400 anni fa affermava che «ognuno chiama barbarie ciò che non è nei propri costumi (chacun appelle barbarie ce qui n’est pas de son usage)». Non viene mai in mente a nessuno di considerare relativi i valori della propria cultura. Sicché all’occidentale sembra che i valori della propria cultura siano universalizzabili e pertanto esportabili, come all’islamista, che ritiene possibile l’islamizzazione del mondo, sradicare cioè i valori occidentali della democrazia e delle relazioni interumane, fra cui quelle fra uomo e donna. Oggi a me pare che si stia cristallizzando una fase di misconoscimento reciproco tra i popoli e che, per questa ragione, l’orizzonte della coesistenza stia pericolosamente dileguando. Non viene in mente proprio a nessuno che i regimi politici debbano essere legittimati dai popoli di cui sono l’espressione più diretta e non da istanze politiche esterne ad essi. Perché, se ciò venisse in mente più spesso a governanti e intellettuali, il regime di Putin, ad esempio, sarebbe giustificato, anche se a noi europei può sembrare piuttosto tirannico. E sarebbe apparso legittimo anche il regime dittatoriale della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein. L’Occidente, invece, delegittimando tali regimi, è intervenuto con le armi e spazzato via questi leaders, che comunque riuscivano a garantire una governance adeguata alla cultura dei loro popoli, da questi voluta. Risultato: in questi paesi, ormai è più che visibile, regna l’anarchia più profonda e lo scontro armato tra fazioni ribelli in lotta per il potere centrale. Ovvero, l’intervento armato occidentale non ha prodotto la democrazia o altri valori della cultura occidentale, bensì solo conflitti interni, disordine, confusione e rischi gravi per l’Occidente stesso, dal terrorismo alle continue immigrazioni.
È tempo, a mio avviso, almeno per gli intellettuali occidentali, di liberarsi dagli stereotipi ormai consolidati e giudicare la diversità per quella che è, non già in rapporto alla cultura occidentale, che viene comunque e sempre ipostatizzata. Se a noi europei stanno bene il liberalismo e il costituzionalismo, così come ci sono stati tramandati da Montesquieu e da altri intellettuali dell’Illuminismo, agli altri popoli può darsi che non vadano bene questi valori. Allora, lasciamo liberi i popoli di scegliere le proprie costituzioni, riconosciamo le diversità nazionali, per immetterci così definitivamente sulla strada del riconoscimento, del reciproco rispetto e della pace.


Un’ultima riflessione sulla categoria di “democratura”. Come al solito l’Occidente tende ad espungere dal proprio seno le cancrene che originariamente gli appartengono. In questo caso, la cancrena è per l’appunto la “democratura”. Ma, quale la sua vera origine? Ce lo dice John Feffer, direttore del think tank di Washington Foreign Policy in Focus, in un’intervista rilasciata a Antonello Guerrera : «Se non si fa nulla –dichiara Feffer- per ridistribuire la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, la democratura non sarà più un apparato transitorio, ma diventerà un’alternativa stabile e credibile. E attecchirà anche in Usa, Giappone o Italia. C’è il rischio di diventare tutti piccole democrature» (in «la Repubblica» del 7 marzo 2015, p. 63). Se così è, la questione centrale è allora l’economia globalizzata, la cancrena vera che tale economia porta con sé: la disuguaglianza economica. Ovviamente qui non stiamo parlando di disuguaglianze normali, quali erano descritte, ad esempio, da Rousseau nel Settecento. L’economia globalizzata ha creato disuguaglianze così profonde all’interno delle nazioni e nel rapporto tra di esse, da far assurgere la povertà a tema centrale del nostro tempo storico. Si conta più di un miliardo di persone in condizioni di povertà estrema, cioè in fin di vita e si calcola che nelle nazioni occidentali la classe media tende a dileguare per il suo crescente impoverimento. È chiaro che in condizioni simili i popoli tendono ad optare per politiche di maggiore sicurezza sociale e Welfare più forte in cambio di libertà e diritti soggettivi. Sta succedendo in Ungheria, in Turchia e via dicendo. E nel cuore dell’Europa il sistema politico è in fase di crescente presidenzializzazione. In qualche modo ritorna di moda Hobbes, il cui Leviatano garantiva la vita biologica in cambio della cessione di libertà individuali. Oggi, cioè, tende di nuovo a dileguare il concetto di cittadino e a ricomparire il concetto di suddito, in cerca più di sicurezza che di diritti.


Un tale processo potrebbe essere ostacolato dalle élites politiche che, però, nutrite più da funzionari che da politici veri, non hanno proprio la capacità di comprendere i processi storici in atto, affrontati più con intelligenza tattica che strategica. I rischi reali che la democrazia occidentale corre slittando sempre di più verso le sponde della “democratura” non vengono percepiti, perché la radice di quest’ultima non è stata ancora colta. Ovvero: la povertà. Un esempio? Il Presidente del consiglio italiano ha scelto come consulente economico, anche se a costo zero, un ex-manager della Luxottica, che ha incassato come bonus di buonuscita un assegno di 40 milioni di euro e passa. Ora è chiaro che qui non facciamo i conti in tasca. È il ragionamento politico che ci interessa. Se un governo si affida alla politica economica di un top manager, per quanto bravo, preparato e dinamico che possa essere, si affida pur sempre ad un rappresentante di una politica economica che tende alla massima divaricazione della forbice salariale e stipendiale. Non si può pensare, infatti, che un semplice operaio riceva come bonus di buonuscita una cifra di 40 milioni di euro! Si riproduce, in tal caso, un meccanismo che ha prodotto più che ricchezza, accumulo di ricchezza da un lato e maggiore povertà dall’altro. Un meccanismo che tende, non già a ridurre le disuguaglianze, ma a riproporle e ad approfondirle illimitatamente. Un meccanismo che, in definitiva, produce sulla sponda sociale povertà e disoccupazione, su quella economica recessione e su quella politica “democratura”. Come uscirne? È il problema odierno, ovviamente di difficile soluzione, che però si trova sulla strada della solidarietà, della giustizia sociale e di politiche di Welfare sempre più poderose. Al di là e al di fuori delle ricette nefaste del neoliberismo.

http://domenicolosurdo.blogspot.com/2015/03/democratura-in-russia-una-risposta-di.html

Orsini, Gramsci, Salvini, Nietzsche e la pedagogia

di Emiliano Alessandroni

Anche Alessandro Orsini scivola sulla stessa china ideologica su cui è scivolato Giorgio Agamben e in poche righe manifesta, nella convinzione di aver raggiunto una sorta di celestiale prospettiva super-partes, i tratti peggiori del suo “Edelanarchismus”, del suo “Anarchismo da gran Signore”.

La sua “solidarietà a Salvini” (come se razzismo e xenofobia fossero troppo criticati nel nostro paese e avessero bisogno di un po’ più di solidarietà, mentre dei Mimmo Lucano in fondo “chi se ne importa”) fa il paio con la ripresa delle “tecniche di composizione del testo” di Nietzsche di cui si serve, a suo dire, per criticare la “cultura educativa autoritaria” di Antonio Gramsci.

Dunque, fermiamoci un attimo: per criticare “la cultura educativa autoritaria” di Gramsci (la cui pedagogia, per scrivere simili sciocchezze, evidentemente non ha afferrato) Alessandro Orsini si serve di Nietzsche, ossia dell’autore con la cultura educativa probabilmente più autoritaria di tutta la storia della filosofia occidentale.

“Se si vogliono degli schiavi – e di essi si ha bisogno – si è stolti a educarli da padroni”, scriveva il suo beneamato Nietzsche, ne “Il crepuscolo degli idoli”.

Insomma per criticare la presunta “cultura educativa autoritaria” di Gramsci (di cui tutta la letteratura scientifica in merito è una smentita; cfr. ad es., da ultimo, l’ottimo volume di Massimo Baldacci, “Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci”) si fa ricorso a Nietzsche, ossia a un autore secondo cui l’educazione costituisce un esercizio al dominio, uno strumento per la conservazione o il ristabilimento delle gerarchie naturali che debbono esistere fra gli “Übermenschen” e i “malriusciti”, ovvero fra i “signori” e quelle che egli con disprezzo definiva le “razze decadenti”.

È tuttavia comprensibile che l'”Edelanarchismus” di Orsini, il suo “Anarchismo da Gran Signore” si concili molto meglio con la concezione ribelle/aristocratica di Nietzsche che con il pathos universalistico di Antonio Gramsci, la cui pedagogia, diciamolo chiaramente anche al di là della cattiva ermeneutica che si vorrebbe diffondere, è a conti fatti tutta un’educazione alla libertà e al superamento delle barriere sociali che il mondo capitalistico ha eretto fra gli uomini.

Ma al di là di tutto questo, al di là della sua solidarietà a Salvini, al di là del tentativo di criticare il presunto autoritarismo di Gramsci servendosi di Nietzsche (probabilmente di quello stesso Nietzsche liquido e postmoderno, de-storicizzato e buono per tutti gli usi e i consumi, di cui, attraverso Foucault, si serve anche Agamben), la parte più divertente del post di Orsini è quella iniziale, quando in riferimento a Gramsci scrive: “Il mio è l’unico libro sulla ‘Teoria sociologica classica e contemporanea’ (Utet 2021) che contenga un’esposizione approfondita dei principali aspetti della teoria sociale di quel grande pensatore”.

“L’unico libro”, mi raccomando, non crediate che ve ne siano altri! E diffidate delle imitazioni!

Ora, Gramsci è attualmente, insieme a Dante e a Machiavelli, l’autore italiano più letto e studiato al mondo. Soltanto dal 2014 a oggi (quindi negli ultimi 8 anni) sono stati pubblicati circa 1.200 volumi sul suo pensiero. Almeno 10 volte tanti sono gli articoli e i saggi su riviste scientifiche. Ma sia chiaro, nessuno di essi, secondo Orsini contiene “un’esposizione approfondita dei principali aspetti della teoria sociale di quel grande pensatore”; soltanto il suo libro la contiene. Unico nell’universo per capire Gramsci. Quasi che tutto il lavoro della International Gramsci Society, insomma, fosse tempo perso: bastava leggere il suo libro e l’intera teoria dell’intellettuale sardo era carpita in tutti i suoi principali aspetti.

Ora, io credo che il linciaggio mediatico che Orsini abbia subito per opera di tutto il pensiero filo-atlantista e di giornalisti che sarebbero appena degni di allacciargli le scarpe (e che in altri tempi avrebbero probabilmente fatto i giullari di corte anziché gli opinionisti), sia qualche cosa di inaccettabile. Detto questo, lui potrebbe prestare maggiore attenzione a quello che dice e scrive, cercando di evitare certe uscite e in generale sforzandosi di porsi in una posizione più dialogica che pedagogica, giacché, come insegnava Gramsci, il rapporto fra educatore ed educato è sempre un rapporto dialogico, una relazione dinamica, in cui, secondo quanto scriveva nei “Quaderni del carcere”, “ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro”.

Quando si pensa, invece, di essere l’unico maestro e tutti gli interlocutori i tuoi scolari, si ripropone proprio quella “cultura educativa autoritaria”, cara in realtà non a Gramsci, bensì a Gentile, che Orsini, apertis verbis, sostiene di voler contrastare.



[Il post di Alessandro Orsini si può leggere al seguente indirizzo: https://www.facebook.com/photo?fbid=5138687506227731&set=a.809702392459619%5D

Il Papa è complice di Putin o è libero dal suprematismo occidentale?

di Emiliano Alessandroni

Forse si può compiere un passo indietro per cercare di capire quello che già prima del Papa non soltanto importanti analisti di geopolitica del calibro di Lucio Caracciolo (che ha più volte messo in luce come quella in corso non sia tanto una guerra fra Russia e Ucraina, ma una guerra fra la Russia e la Nato, ovvero fra la Russia e gli Usa che si servono dell’Ucraina unicamente per infiacchire Mosca) ma in sostanza anche la CGIL e l’ANPI, salvo poi essere linciati verbalmente su tutti i media filo-atlantisti, hanno sostenuto.

Un piccolo passo indietro si diceva: il rovesciamento armato e non elettorale del governo Yanukovich in Ucraina, oltre che con un certo protagonismo di militanti banderisti e formazioni neonaziste come Pravy Sektor, è altresì avvenuto nel 2014 con il supporto fondamentale della NED (National Endowment for Democracy), un’organizzazione ufficialmente non governativa americana, ma finanziata dal Congresso degli Stati Uniti che lavora spesso a fianco della CIA (e forse ne è una vera e propria succursale), il cui scopo è quello di “promuovere la democrazia all’estero”, ovvero, secondo la logica statunitense, intervenire negli affari interni degli altri paesi per supportare quelle forze che favoriscono un’estensione della sfera d’influenza americana.

In Ucraina tale organizzazione ha fornito aperto sostegno, secondo quanto ha affermato, alla “Rivoluzione di Maidan che ha abbattuto un governo corrotto che impediva la democrazia”.

La NED costituisce anche una delle fonti di sovvenzione di “Alternativa Democratica”, il partito di Alexey Navalny, oppositore di Putin in Russia.

Tutto questo, dobbiamo domandarci, corrisponde a un sincero amore americano per la diffusione della democrazia o a un tentativo incessante degli Usa di estendere le proprie sfere d’influenza e ripristinare anche in Russia una sorta di nuovo Boris Eltsin pronto a svendere come in passato il proprio patrimonio minerario ed energetico alle grandi compagnie d’oltreoceano? In realtà, nella logica statunitense, le due cose non sono in contraddizione, giacché per gli Usa, che non hanno mai davvero fatto i conti con l’ideologia del “Manifest Destiny” e dell'”eccezionalismo americano”, l’estensione della democrazia e l’estensione delle proprie sfere d’influenza coincidono perfettamente senza scarto alcuno.

Al di là della propaganda russa (al di là quindi della consueta retorica sulla guerra umanitaria, sulla “operazione di pacekeeping” per proteggere le minoranze assediate dal governo tirannico e per democratizzare, ovvero denazificare, il paese), che va giustamente respinta e smascherata come retorica di guerra, ma tenendo comunque conto del quadro delineato sopra, crediamo davvero che l’espansione della NATO nell’Est Europa, sempre più a ridosso dei confini russi, con tanto di arsenali nucleari in grado potenzialmente di colpire Mosca in pochi minuti, non abbia alcuna minima correlazione (che non significa giustificazione politico/morale) con questa guerra, ossia con l’invasione russa dell’Ucraina?

Crediamo davvero che l’espansione militare a Est, che l’avvicinamento degli arsenali nucleari americani alle frontiere del gigante euroasiatico e la recente uscita degli Stati Uniti dal “Trattato INF”, non abbiano mai destato alcuna preoccupazione al governo di Mosca e alla popolazione russa?

Vale la pena ricordare che contrariamente a quanto la nostra stampa ha spesso affermato, in realtà, come ha evidenziato più volte lo stesso Romano Prodi, la Russia anche dopo il 2014 non è mai stata contraria all’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea. Si è invece sempre opposta all’entrata dell’Ucraina nella NATO: richiesta avanzata dal governo di Kiev e quantomeno non negata se non propriamente incoraggiata dal Dipartimento di Stato americano.

Perché questa differenza di atteggiamento da parte della Russia?

Un ultimo aspetto: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal del 3 aprile 2022, il cancelliere tedesco Scholz propose a Zelensky cinque giorni prima dell’attacco di Mosca di rinunciare pubblicamente a entrare nella NATO per scongiurare il conflitto. Scholz avrebbe esortato il presidente ucraino ad accantonare le sue aspirazioni di aderire alla NATO e ad assumere la neutralità come parte di un più ampio accordo di sicurezza nella regione europea. Questo patto sarebbe stato firmato da Vladimir Putin e Joe Biden e avrebbe contenuto clausole per la sicurezza dell’Ucraina. Secondo le informazioni del Wall Street Journal, Zelensky ha respinto la proposta, sostenendo che non ci si poteva fidare di Putin per il rispetto di tale accordo e che la maggioranza degli ucraini era a favore dell’ingresso del Paese nella NATO. “La sua risposta ha lasciato i funzionari tedeschi preoccupati che le possibilità di pace stessero svanendo”, riporta il quotidiano.

Certo, formalmente la proposta di Scholz che, secondo il quotidiano americano, Putin era pronto a sottoscrivere, venne respinta da Zelensky, ma al di là di ciò che è accaduto formalmente un dubbio rimane: il rifiuto è arrivato realmente da Zelensky o da Biden? Si sarebbe mai avventurato Zelensky in una guerra contro l’armata russa senza avere le garanzie della protezione d’oltreoceano? Chi ha rifiutato realmente la proposta del cancelliere Scholz?

Sembra avere ragione Lucio Caracciolo quando afferma che quella attuale è “una guerra per procura” che gli Usa stanno combattendo contro la Russia con la pelle degli ucraini, alcuni dei quali, va aggiunto, sono pronti a farsi usare dagli Stati Uniti per farsi cooptare nel pantheon privilegiato dell’Occidente, del mondo ricco e della razza bianca, in altre parole, del blocco planetario dominante.

Quello che ha affermato il Papa, siamo chiari su questo punto, è allora una giustificazione della guerra? È un’espressa complicità nei confronti di Putin e dell’invasione russa dell’Ucraina? O è un modo, già istintivo per la propria provenienza argentina, di guardare i grandi problemi e i grandi conflitti mondiali con uno sguardo pienamente libero dall’eurocentrismo e dal suprematismo occidentale?

I neonazisti sono i partigiani del XXI secolo?

`di Emiliano Alessandroni

Quella attuale passerà alla storia come la prima guerra in cui, fra le altre cose, formazioni apertamente neonaziste come il “Battaglione Azov” vengono, per fortuna soltanto nello stretto perimetro della propaganda occidentale, chiamate “partigiani” e in cui governi di destra e filobanderisti (celebratori di Stapan Bandera) che rifiutano di condannare in sede Onu la “glorificazione dei crimini e dell’ideologia nazista”, vengono chiamati “democrazie”.

A Di Martedì del 19/04/2022 hanno parlato del titolo di “Guardia” conferito da Putin alla brigata russa che ha combattuto a Bucha. “È la premiazione di un massacro” hanno detto. E se quei soldati sono i responsabili di quel massacro possiamo anche essere d’accordo.

Non è stato però mostrato che poche settimane fa il presidente Zelensky ha premiato Denis Prokopenko con l’onorificenza di “Eroe dell’Ucraina”, il più alto riconoscimento al valore militare.

Prokopenko è il comandante del “Battaglione Azov”, la formazione neonazista accusata di stupri, torture, crimini di guerra e fosse comuni.

Se la premiazione dei soldati russi da parte di Putin costituisce la celebrazione di un massacro, viene da chiedersi, la premiazione di criminali di guerra, responsabili di stupri, torture e fosse comuni, da parte di Zelensky, che cosa sarebbe esattamente? Una celebrazione della resistenza partigiana? Purtroppo sembrerebbe proprio di sì: con il “Ma Putin..”, ci stanno portando dappertutto, con il “Ma Putin” ci stanno piano piano inducendo ad amare persino i neonazisti.

Crimini di guerra in Ucraina – Chi sono i veri negazionisti?

di Emiliano Alessandroni

Il 5 aprile 2022, Il Foglio, noto quotidiano liberalconservatore, pubblica un articolo dal titolo “L’esercito dei negazionisti di Putin”. Gli fanno presto eco il Quotidiano Nazionale (“Il mostro antico del negazionismo. Quelli che a Bucha chissà chi è stato”), pronto ad accostare coloro che, come l’ANPI, richiedono inchieste indipendenti sulle stragi ai negazionisti antisemiti dell’Olocausto, e il Corriere della Sera (“Da Freccero a Cacciari, negazionisti d’Italia su Covid e morti in Ucraina: «È propaganda»”) che ammassa sostanzialmente in un unico calderone indistinto coloro che non pendono dalla bocca dei comandanti della NATO e la cerchia dei No-Vax.

È evidente l’assunto: nutrite dei dubbi sui vari avvenimenti ucraini? Non prendete per oro colato ciò che sostengono Zelensky, la stampa di Kiev e i media occidentali? Credete che la guerra sia anche una guerra di propaganda e che questo strumento venga impiegato da tutte le parti coinvolte nel conflitto? Pensate che gli 11 giornalisti professionisti ed ex inviati al fronte che hanno denunciato una narrazione strumentale e mistificante di quanto sta accadendo1 non siano degli stupidi e in fondo qualche ragione ce l’hanno? Allora siete dei “negazionisti di Putin” e tutti gli 11 inviati di guerra che hanno denunciato la strumentalità della narrazione occidentale sono dei “negazionisti” proprio come voi! Occorre dunque aggiornare la lista di proscrizione di Gianni Riotta, che sta diventando sempre più folta mano a mano che aumentano i dubbi sulla corsa al riarmo, ovvero sui progetti della Nato e in particolare dell’asse angloamericano, di percorrere la strada della risoluzione militare, anziché quella politico/diplomatica, del conflitto.

Forse i nuovi materiali recentemente apparsi2 vi fanno mettere in discussione non soltanto la versione della propaganda russa (secondo cui la blogger Marianna Vyscemyrska sarebbe un’attrice che recita la parte di due diverse donne incinta portate via in barella), ma a ben vedere anche la versione del mainstream occidentale (secondo cui non vi erano militari ucraini nell’ospedale pediatrico di Mariupol, l’ospedale era perfettamente funzionante ed è stato bombardato dall’aviazione russa)? Siete allora dei “negazionisti di Putin”.

Il fatto che a Bucha larga parte dei cadaveri avessero la fascia bianca intorno al braccio (la stessa per intenderci indossata dai soldati russi), il fatto che avessero, cioè, quella stessa fascia che nel corso della guerra hanno portato i civili ucraini in cerca di rifugio presso i soldati di Mosca, i civili che cercavano da questi protezione o quantomeno di usare i loro corridoi umanitari per andarsene dalla guerra ed eludere la coscrizione obbligatoria imposta dal governo di Kiev3, il fatto che i giornali ucraini il 2 aprile avessero annunciato che “Il Reggimento SAFARI delle forze speciali ucraine ha iniziato l’operazione di sgombero a Bucha dai sabotatori e complici della Russia”4 e il fatto che in un video di Bucha pubblicato dal leader della Difesa Territoriale di Kiev, Sergei Korotkikh, si vedono due militari ucraini di cui uno accorda all’altro il permesso di sparare ai “ragazzi senza i bracciali blu” (segno di riconoscimento dei civili che invece cercavano soccorso e protezione presso le forze armate ucraine)5, il fatto che a Bucha dopo la partenza dei soldati russi fossero giunti anche miliziani del “Battaglione Azov”, tutto questo vi fa per caso nutrire dei dubbi, delle perplessità, su quanto a Bucha sia realmente accaduto? Allora siete dei “negazionisti di Putin”!

Dopo che un giornalista ucraino su una delle principali reti televisive nazionali ha invitato esplicitamente a seguire il consiglio di Adolf Eichmann e ad uccidere i bambini russi6, dopo che nel 2014 sono apparse foto di soldati ucraini che combattevano nel Donbass e che indicavano col sorriso stampato in volto, delle granate con la scritta “per i bambini”7, dopo che è emerso che un missile con la scritta “per i bambini” ha compiuto una strage della popolazione russofona nella città del Donbass di Kramatorsk e che il missile non era un missile Iskander, in dotazione ai russi, come hanno sostenuto i media ucraini, ma un missile Tochka-U, in dotazione alle forze ucraine, dopo tutto questo credete forse che a uccidere quei civili russofoni potrebbero, soltanto potrebbero, anche non essere stati i russi, ma i soldati ucraini? Allora siete “negazionisti di Putin”.

Certo, se di ogni singolo civile morto presente in Ucraina non v’è alcun dubbio che sia stato ucciso da mano russa, cosa ci sarebbe di meglio per confermare in maniera incontrovertibile questa convinzione di un’inchiesta indipendente? Perché tanto scalpore di fronte a questa richiesta avanzata dall’ANPI, da Amnesty International e a ben vedere anche dalle primissime dichiarazioni di Ursula von der Leyen (prima di correggere il tiro e di sostenere poi la necessità non di una inchiesta indipendente ma di una inchiesta Ue-Ucraina)?

Il problema è che per un’inchiesta indipendente realmente efficace è necessaria la pace, cosa che i nemici di Papa Francesco, dell’ANPI e della CGIL, ossia i sostenitori infatuati della corsa al riarmo e dell’aumento vertiginoso della spesa militare, sembrano tutt’altro che propensi a volere. Il loro obbiettivo è infatti una risoluzione militare del conflitto, sono convinti (loro che dopo avere sostenuto per settimane la spiegazione psicopatologica dello scontro, ora credono evidentemente nella bontà di Putin) che la Russia perderà la guerra e decreterà la propria sconfitta senza mai accarezzare neppure per un secondo l’idea del ricorso alle armi nucleari. Credono in sostanza a questa utopia bellica e bellicista, non sapendo in realtà di stare perseguendo quelli che sembrano essere i reali obbiettivi dell’asse angloamericano: trasformare l’Ucraina in una sorta di enorme palude in cui intrappolare la Russia per gli anni a venire proprio come gli Usa sono rimasti per due decenni impantanati in Afghanistan8.

Un’unica parola si ripete allora come un ritornello nelle loro teste: non già “pace, pace e ancora pace”, ma “armi, armi e ancora armi!”. Come giustificare però una simile volontà di portare nel territorio del conflitto e di consegnare alle forze combattenti ucraine (fra cui come sappiamo vi sono diverse formazioni neonaziste), tonnellate di missili, lanciarazzi, carri armati, mitra, bombe e aerei militari?

La risposta è una sola: il negazionismo, primo anticamera della trasfigurazione storica.

Sì, costoro negano completamente i crimini di guerra e le stragi di civili che con le armi proprie e con quelle consegnategli dall’Occidente hanno commesso le forze armate ucraine.

Queste si sono macchiate infatti di innumerevoli delitti: hanno ucciso giornalisti, come Anatoli Klian e Andrea Rocchelli, sparando deliberatamente sulla popolazione civile9. Hanno tolto la vita, dopo averlo torturato, a Serghei Dolgov, il giornalista russo che aveva avviato un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani delle forze armate ucraine nel Donbass10. Hanno ucciso il reporter Oles Buzina11. Hanno bombardato, oltre alle miniere di carbone e agli impianti idrici, le case dei civili12, le scuole13 e gli ospedali14. Hanno travolto bambine di 8 anni, donne e neonati in carrozzina con i propri blindati15. Hanno ucciso 46 attivisti nelle proteste filorusse del 2014.

Alla fine del 2021, impietoso era il bilancio: 3.500 civili russofoni, che vivevano nel Donbass, sono stati uccisi dalle forze armate ucraine dopo una continua violazione di quegli “Accordi di Minsk” che prevedevano, oltre al rispetto dell’autonomia delle Repubbliche di Lugansk e di Donetsk e oltre alla fine delle leggi sulla derussificazione del paese, l’allontanamento dei militari di Kiev dalle zone di contatto nel Donbass.

9.000 sono stati i civili feriti e almeno un milione e mezzo gli sfollati, perlopiù in cerca di riparo in Russia.

All’inizio del 2022 gli attacchi missilistici delle forze armate ucraine sul Donbass sono ricominciati senza sosta16, con bombardamenti su Luganks e su Donetsk dove sono stati colpiti asili e scuole17, provocando una nuova ondata di sfollati18.

Un rapporto Osce ha rivelato crimini di guerra commessi dalle forze armate ucraine nel Donbass, come l’uccisione in massa di prigionieri, l’occultamento di cadaveri nelle fosse comuni e l’uso sistematico della tortura19.

Amnesty International e Human Right Watch hanno puntato il dito contro l’SBU, l’agenzia dei servizi segreti ucraini, per avere questa allestito strutture di detenzione segrete in cui i civili vengono tenuti in isolamento e sistematicamente torturati20. Secondo alcune indagini dell’ONU, l’SBU ucraino è responsabile oltre che di tortura anche di casi di sparizioni forzate e di violenze sessuali a danno di civili inermi21.

Recentemente l’accusa di violenze sessuali è venuta da parte dell’Onu anche nei confronti delle forze regolari ucraine e delle milizie della protezione civile di Kiev22.

Dobbiamo sapere che anche tutto questo deriva dal nostro invio di armi, lanciamissili e mezzi corazzati pesanti in Ucraina. Ma i sostenitori della corsa agli armamenti, ovvero coloro che sono contrari alla risoluzione diplomatica e politica del conflitto, possono sperare di convincere qualcuno della giustezza di questo invio soltanto dopo avere tentato una macroscopica operazione di negazionismo: un’operazione che consiste nel negare la violazione dei diritti umani, i crimini di guerra, gli stupri e le violenze condotti contro la popolazione civile da parte delle forze armate ucraine, che sono già stati testimoniati dalle stesse fonti occidentali e dalle inchieste indipendenti.

Quando noi chiediamo allora, insieme all’ANPI e ad Amnesty International, che inchieste indipendenti vengano effettuate su altri crimini, non è perché vogliamo negarne l’esistenza o vogliamo negare che i russi li abbiano commessi, ma perché vogliamo avere la certezza, sapendo che potrebbero essere stati perpetrati da entrambi i belligeranti, di chi siano i veri responsabili. Chi sostiene invece che gli autori dei crimini più efferati possono essere sempre e soltanto i russi, sta scivolando in un vero e proprio negazionismo, giacché sta negando la possibilità che crimini atroci e inauditi contro la popolazione civile possano essere commessi dalle stesse forze ucraine. E lo sta negando dopo avere d’altro canto negato, o quantomeno occultato, il fatto che queste li abbiano già ampiamente commessi e che, senza grandi remore, li stanno continuando a commettere.

Ad analizzare, dunque, l’intera situazione nella sua ampiezza e complessità, sembra che le accuse di negazionismo rivolte all’ANPI dal Foglio e dal Corriere della Sera (da due giornali impegnati a soffiare sul vento della guerra e a spingere verso un sempre più massiccio invio di armi in Ucraina) siano destinate a rivoltarsi contro chi le ha pronunciate.

Insomma, come solitamente accade nei peggiori casi di dogmatismo e falsa coscienza, i sostenitori accaniti dell’invio di armi e dell’aumento della spesa militare, intenti come sono a cercare con la lente d’ingrandimento le pagliuzze negazioniste negli occhi dei pacifisti, dell’ANPI, di Amnesty International e di coloro che chiedono inchieste indipendenti sui crimini commessi in Ucraina, non si rendono conto delle travi negazioniste presenti ampiamente nei loro, forse anche perché queste travi hanno raggiunto dimensioni tali da annebbiargli completamente la vista.

1 “Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”, Il Fatto Quotidiano, 02/04/2021, https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/02/ecco-perche-sullucraina-il-giornalismo-sbaglia-e-spinge-i-lettori-verso-la-corsa-al-riarmo-lo-sfogo-degli-ex-inviati-in-una-lettera-aperta-basta-con-buoni-e-cattivi-in-guerra-i-dubbi-sono/6546348/.

2La versione di Mariana: https://www.youtube.com/watch?v=pj5ElB3Fnp0.

3I civili evacuati a Mariupol verso la Russia attraverso i corridoi umanitari russi avevano tutti la fascia bianca intorno al braccio.

4Cfr. https://en.lb.ua/news/2022/04/02/12441_special_forces_regiment_safari.html.

5https://t.me/vityzeva/53030.

6 “Un presentatore televisivo ucraino cita Eichmann e chiede lo “sterminio dei bambini russi””, TPI, 17-03-2022, https://www.tpi.it/esteri/un-presentatore-televisivo-ucraino-cita-eichmann-e-chiede-lo-sterminio-dei-bambini-russi-20220317880193/.

7https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/08/strage-di-kramatorsk-il-nome-del-missile-le-caratteristiche-le-dotazioni-di-kiev-e-mosca-tra-scambio-di-accuse-e-lipotesi-della-falsa-pista-ecco-cosa-sappiamo-finora/6553515/?fbclid=IwAR0vxtOgETcudIBwYo5i5mwr1-B0BybmFmRy_wyfxm6kOKrZ7B7tZ—EE_c; https://www.facebook.com/AIUTATECI-A-SALVARE-I-BAMBINI-ONLUS-121112907924577/photos/4974574939244992.

8Cfr. “Perché Stati Uniti e Regno Unito sembrano remare contro i colloqui di pace”, Corriere della Sera 30/03/2022, https://www.corriere.it/america-cina/2022/03/30/ora-scetticismo-sospetti-eaf877f0-aff7-11ec-9789-5da5d2d36231.shtml; “Il segretario della Nato Stoltenberg: “La guerra può durare mesi o persino anni””, RaiNews, 06-04-2022, https://www.rainews.it/articoli/2022/04/il-segretario-della-nato-stoltenberg-la-guerra-pu-durare-mesi-o-persino-anni-ca255e8f-121f-4d27-89ed-0f7fcf35ce9e.html.

9 Cfr. https://www.rainews.it/video/2022/02/app-ospiti-rocchelli-a35482e4-db47-49c8-8647-4e131f31b710.html; e https://www.rainews.it/video/2022/02/la-disciplina-del-silenzio-inchiesta-sulla-morte-di-andrea-rocchelli-e-andrej-mironov-464938d7-a4a9-401f-970d-9a777b495090.html.

10 Cfr. https://www.corriere.it/esteri/14_luglio_14/ucraina-torturato-ucciso-giornalista-filorusso-rapito-6da5fd04-0b36-11e4-9c81-35b5f1c1d8ab.shtml.

11 Cfr. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/04/17/ucraina-rivendicate-uccisioni-reporter_664fc53a-4763-4ab5-8dc3-fb97c1939b9c.html.

12 Cfr. https://reportage.corriere.it/cronache/2014/vivere-nei-bunker-lucraina-e-la-tregua-che-non-ce/.

13 Cfr. https://www.corriere.it/esteri/14_ottobre_01/donetsk-colpi-mortaio-una-scuola-oltre-dieci-morti-e453b532-4956-11e4-bbc4-e6c42aa8b855.shtml; https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/10/01/cannonate-sulla-scuola-a-donetsk-e-strage-in-ucraina_621e078f-f146-4614-947a-cb660c21db18.html.

14 Cfr. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/01/19/ucraina-governativi-colpiscono-ospedale_d6f88ec4-8823-4a3d-961d-13e9fabbd834.html; https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/02/04/ucraina-media-colpito-ospedale-donetsk_d8f6f654-4c96-4ad3-8798-1bdf7b671c0c.html; https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/02/04/razzi-kiev-su-ospedale-donetsk-e-strage_c25b9f33-8ff8-4bfd-8a68-cbf9b3e9db61.html.

15 Cfr. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/03/17/ucraina-blindato-uccide-bimba_0c826850-2911-4698-81fa-6a2f59ce6e54.html; https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/03/24/ucraina-ribelli-kiev-uccide-bambini_1676c62e-7446-4e6a-a8a0-d8047071d740.html.

16Cfr. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/03/17/ucraina-blindato-uccide-bimba_0c826850-2911-4698-81fa-6a2f59ce6e54.html; https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2015/03/24/ucraina-ribelli-kiev-uccide-bambini_1676c62e-7446-4e6a-a8a0-d8047071d740.html.

17Cfr. https://www.ilmessaggero.it/mondo/asilo_colpito_donbass_russia_ucraina_cosa_e_successo_cosa_significa_oggi_17_febbraio_2022-6510408.html; https://www.agenzianova.com/a/62383aec1dbdb3.01963129/3810299/2022-02-25/donbass-esercito-ucraino-bombarda-scuola-a-gorlovka-uccisi-due-insegnanti.

18Cfr. https://www.ilgiorno.it/mondo/ucraina-bombe-mortai-fuga-profughi-confine-repubbliche-donetsk-lugansk-1.7381681.

19 Cfr. https://www.osce.org/files/f/documents/e/7/233896.pdf.

20Cfr. https://www.amnesty.org/en/documents/eur50/4455/2016/en/.

21Cfr. https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/Countries/UA/ReportCRSV_EN.pdf; https://www.ohchr.org/sites/default/files/Documents/Countries/UA/UAReport19th_EN.pdf.

22 Cfr. https://www.iltempo.it/esteri/2022/04/05/news/violenze-sessuali-stupri-ucraina-soldati-guerra-onu-denunce-rosemary-dicarlo-russia-esercito-31106609/; https://www.globalist.it/world/2022/04/06/ucraina-denuncia-onu-stupri-militari-ucraini/.

“Amate la guerra e adorate l’Occidente” – Le amnesie storiche di Massimo Gramellini

di Emiliano Alessandroni

Secondo Massimo Gramellini il problema dei problemi, oggi, non sembra affatto essere la guerra in Ucraina e il come porvi fine il più rapidamente possibile, secondo Gramellini il problema dei problemi è, a ben vedere, il dispotismo russo che, guerra o non guerra, sta sfidando con la propria stessa esistenza gli eterni valori della democrazia euroatlantica (che poi “democrazia” e “suprematismo occidentale” per Gramellini coincidano è un altro paio di maniche).

Ci vorrebbe, in sostanza, per lui, altro che la fine della guerra o l’apertura di un dialogo diplomatico con la Russia che cerchi di trovare una soluzione politica alla tragedia ucraina, ci vorrebbe, secondo lui, una bella esportazione manu militari della democrazia da parte dell’Occidente, che porti la luce della civiltà nelle tenebre barbare e selvagge di Mosca. Purtroppo Dio ci ha creato come razza eletta e “il fardello dell’uomo bianco”, o il fardello dell’uomo democratico che dir si voglia, non ce lo scrolleremo tanto facilmente di dosso.

Gramellini esprime con il suo discorso il fondamentalismo liberale nella sua più intima essenza. Parla come un seguace del Manifest Destiny ed evoca gli scenari della Seconda Guerra Mondiale per convincerci a prepararci alla Terza.

Peraltro si dimentica che nel ’39 a governare il Regno Unito non c’era affatto Churchill, come afferma, ma un Neville Chamberlain che, nella “Conferenza di Monaco” dell’anno precedente, assieme al suo omologo francese e a Benito Mussolini, aveva stretto per primo un patto con Hitler che offriva alla Germania nazista l’occupazione dei Sudeti.

E si dimentica altresì che ad avere giurato fedeltà ad Hitler collaborando con lui nella deportazione di ebrei e polacchi nei campi di concentramento e di sterminio era stato proprio quello Stepan Bandera che oggi il suo beneamato Zelensky elogia e che il suo “democratico” governo ucraino, prima ancora di avere bandito tutti i partiti di opposizione, ha innalzato a eroe nazionale.

Noi di parole contro l’invasione russa dell’Ucraina ne abbiamo spese parecchie e siamo sempre pronti a spenderne altre, ma da Gramellini qualche parola contro i bombardamenti effettuati dagli Usa e dal blocco occidentale su Belgrado, Kabul, Bagdad, Tripoli e Gaza la ascolteremo mai? Oppure egli ritiene che quelli siano, ed eventualmente saranno, “bombardamenti democratici”? Ascolteremo mai un’unica parola di Gramellini, una soltanto, contro le celebrazioni di Stepan Bandera che per decreto governativo si svolgono ogni primo gennaio in Ucraina? Ascolteremo mai un’unica parola di Gramellini sul voto contrario espresso dagli Stati Uniti e dall’Ucraina alle mozioni presentate ogni anno dal 2014 in sede Onu che chiedono di condannare apertamente la “glorificazione dell’ideologia e dei crimini nazisti fra cui l’Olocausto”?

Ma soprattutto, ora come ora, vista la premura della situazione, ascolteremo mai un’unica parola su quale sia, secondo lui, la strada che l’Europa dovrebbe percorrere per porre fine alla guerra?

Il celebre editorialista del Corriere della Sera (di un giornale peraltro, non dimentichiamolo, ampiamente compromesso con il fascismo durante il Ventennio), sembra non capire o far finta di non capire che nessuno di noi (almeno di noi a sinistra) ritiene che “i valori democratici siano carta straccia”; semplicemente neghiamo che la sua adorata civiltà bianca, il suo venerato asse angloamericano, sia il depositario eterno di quella democrazia di cui tanto, giustamente ma un po’ ipocritamente, tesse le lodi.

D’altronde proprio l’imperialismo coloniale britannico e lo Stato razziale degli Usa (che egli celebra de facto come espressione più compiuta della democrazia, o quantomeno, come baluardo della tradizione democratica per eccellenza) sono stati i due modelli storici a cui, come emerge evidentemente dai suoi scritti, ha guardato con ammirazione Hitler durante la costruzione del Terzo Reich.

Il massacro di Bucha

di Emiliano Alessandroni

Le “prove” fornite finora dall’apparato di propaganda russo secondo cui il video sul massacro di Bucha sarebbe soltanto una costruzione cinematografica non sono convincenti: il “movimento del braccio” di uno dei cadaveri prima del passaggio dell’auto non è affatto chiaro come i media di Mosca sostengono e può essere benissimo una goccia di pioggia sul parabrezza del veicolo di chi sta effettuando la ripresa; anzi, a ben vedere, sembra proprio che sia così.

L’immagine (su cui analogamente insiste il mainstream russo) del cadavere che appare nello specchietto laterale destro dell’auto e che sembra mettersi a sedere dopo che il veicolo è passato, è in realtà tutt’altro che nitida e la sequenza può essere benissimo provocata da un effetto ottico dovuto all’allontanarsi dell’auto che produce il movimento dei corpi retrostanti, fra cui gli stessi edifici.

Peraltro la tesi filo-Cremlino secondo cui il cadavere si alza dopo il passaggio del veicolo è in contraddizione con la stessa tesi filo-Cremlino che sostiene che molti di quei cadaveri portavano la fascia bianca al braccio, ed erano pertanto civili che nel cercare soccorso presso i russi sono stati uccisi dalle forze armate ucraine.

Insomma, secondo i media di Mosca i cadaveri che portano la fascia bianca sono cadaveri reali uccisi dai soldati ucraini, quelli che non portavano la fascia bianca sono in realtà attori che si sono prestati ad una montatura cinematografica per accusare i russi di efferata crudeltà e mettere così l’Occidente in maggiore imbarazzo di fronte al reiterato rifiuto di un proprio diretto intervento armato.

Eppure, è proprio quel cadavere che i media di Mosca sostengono si stia alzando dopo il passaggio dell’auto ad avere la fascia bianca al braccio (la stessa, per intendersi, che portano i soldati russi in guerra).

Naturalmente, però, questo elemento (la presenza di cadaveri con la fascia bianca al braccio) getta l’ombra del dubbio anche sulla stessa versione ucraina.

Le truppe russe si sono ritirate da Bucha il 30 marzo. Il video e la notizia dei cadaveri sulle strade sono apparsi il 3 aprile, esattamente 4 giorni dopo. Il 31 marzo il sindaco di Bucha comunica che la città è libera dagli occupanti ma non pronuncia una sola parola sulle file di cadaveri che gremiscono le strade. Nessun riferimento neppure nei giorni successivi. È successo qualcosa in questo lasso di tempo? Oppure non è accaduto nulla e la mancata menzione dei cadaveri da parte delle autorità locali è semplicemente dovuta a un qualunque altro motivo, ad altre urgenze incombenti o al fatto che ormai le salme erano divenute così abituali da non farci neppure più caso?

Tutto può essere. Quel che è chiaro è che le truppe russe sono tutt’altro che dei santi benefattori. Ma anche fra le forze armate ucraine, come ben sappiamo, c’è gente che non scherza: è di appena una settimana fa il video dei prigionieri russi con le mani legate e le fasce bianche intorno al braccio che vengono gambizzati dai militari ucraini (Cfr. https://www.ilmessaggero.it/…/ucraina_il_video_choc_dei…) e nel servizio lanciato in onda il 31/03/2022 da Corrado Formigli a Piazza Pulita, durante l’intervista a Michele Santoro, viene mostrato il corpo di una donna con un panno bianco sul volto (legato da un nastro adesivo) che è stata torturata e uccisa dall’ormai noto Battaglione Azov della Guardia Nazionale Ucraina dopo che questi l’ha marchiata a fuoco con una grossa svastica nazista sul ventre (Cfr. minuto 11.30 –> https://www.la7.it/piazzapulita/video/lintervista-integrale-di-corrado-formigli-a-michele-santoro-il-nostro-maggiore-nemico-e-la-guerra-31-03-2022-432056).

Non si può allora, per quel che conosciamo fino a questo momento, non concordare con il comunicato redatto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia:

“L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.

Si tratta, a ben vedere della stessa posizione di Amnesty International, che richiede “una rapida inchiesta internazionale indipendente che accerti le responsabilità”. Ma questa è anche la posizione della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la quale, dopo essere venuta a conoscenza dei fatti, ha affermato che “un’inchiesta indipendente è necessaria e urgente” (salvo poi correggere il tiro e affermare che l’inchiesta dovrà comunque essere condotta da un team investigativo congiunto Ue-Ucraina).

Inutili i riferimenti alla crudeltà del nemico e al rispetto delle vittime a cui le tifoserie di entrambi i campi possono ricorrere per aumentare il sensazionalismo e oscurare la ragione, così da fare tacere i propri interlocutori e puntare con più veemenza il dito contro quello che ognuno ritiene, in cuor suo (o meglio in fede sua), essere il responsabile. È proprio, a ben vedere, in ragione del rispetto delle vittime che tutti noi dobbiamo nutrire, che è importante ricomporre, per filo e per segno, i pezzi di quanto sia accaduto, in maniera tale che si possano rintracciare i responsabili senza alcuna tema di smentita, col supporto di prove oggettive e inconfutabili (provenienti da fonti super partes) al cospetto delle quali nessun apparato di propaganda potrà più fare nulla.

Ucraina: laboratorio culturale, umano e biologico per la “nuova guerra”

E’ notizia recente la scoperta di una trentina di laboratori biologici in Ucraina, finanziati probabilmente dagli americani: a detta del Ministero russo della difesa, si sarebbe desunto ciò, oltre che da riscontri e prove in loco, anche da diverse mail che lo stesso figlio del presidente americano Biden, con partecipazioni in varie società ucraine, avrebbe mandato a interlocutori per la mediazione sulle sostanze biologiche e sulla loro acquisizione.

A tal proposito, la Cina ha preso atto con preoccupazione di queste informazioni rilasciate dalla Russia,  per la quale “le preoccupazioni sollevate dovrebbero essere affrontate adeguatamente”, esortando le parti interessate a “fornire un chiarimento completo e ad accettare una verifica multilaterale”.

Anche la “Coalizione per la proibizione delle armi biologiche”, in un suo comunicato, richiede una immediata attività investigativa imparziale a seguito delle dichiarazioni russe riprese dalla diplomazia cinese. Riportiamo tale comunicato:

“A seguito dell’operazione speciale in corso in Ucraina, sono stati scoperti documenti segreti sull’eliminazione d’urgenza delle tracce del programma biologico militare in corso di attuazione, finanziato dal Pentagono statunitense. Il 24 febbraio i dipendenti dei laboratori biologici ucraini hanno consegnato i documenti che ordinavano la distruzione immediata di agenti patogeni particolarmente pericolosi di peste, antrace e altre malattie particolarmente pericolose.

Al momento, in Ucraina è stata individuata una rete di oltre 30 laboratori biologici americani, operanti nell’ambito dei programmi biologici militari del Pentagono. Quindi, i laboratori di Leopoli hanno lavorato con gli agenti causali della peste e dell’antrace, a Kharkov e Poltava: difterite e dissenteria. E questo non è ancora un elenco completo degli studi che sono stati condotti sul territorio di questo paese.”

“L’esercito americano ha lavorato anche con gli insetti, così come con molte specie di animali, e campioni di agenti patogeni sono stati trasportati nell’UE e negli Stati Uniti. Così, 140 contenitori con ectoparassiti di pipistrelli – pulci e zecche – sono stati trasferiti all’estero dal solo laboratorio di Kharkiv. È interessante notare che tali attività assomigliano a ciò che fecero i militaristi giapponesi nel territorio occupato della Cina negli anni ’40 nel distaccamento 741.

Allo stesso tempo, biologi militari americani e tedeschi stavano lavorando sul materiale genetico degli abitanti dell’Ucraina appartenenti a gruppi etnici slavi, il che indica che stanno sviluppando bioagenti che agiscono in modo selettivo e sono in grado di colpire specifici gruppi nazionali.

Ora tutti gli sviluppi, la documentazione e gli agenti patogeni vengono esportati dagli americani dall’Ucraina e le restanti attrezzature e riserve di biomassa vengono frettolosamente distrutte. Tutto ciò viene fatto per nascondere le tracce di questa attività criminale alla comunità mondiale e impedire un’indagine su vasta scala sullo sviluppo, la sperimentazione e la produzione di nuovi tipi di armi biologiche.

Ma già questi documenti pubblicati incriminano la violazione da parte degli Stati Uniti e dell’Ucraina dell’articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi batteriologiche (biologiche) e tossiche. Pertanto, il Pentagono è interessato alla completa distruzione dei risultati della ricerca segreta e degli agenti patogeni accumulati. La divulgazione della portata di tali attività solleva la questione della necessità dell’eliminazione immediata di tutti questi laboratori e strutture dell’Agenzia per la riduzione delle minacce DTRA sotto il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nello spazio post-sovietico, in particolare in Kazakistan, Armenia, Georgia , Azerbaigian, Uzbekistan e in tutto il mondo.”

Quello che emerge, quindi, è il fatto di come l’Ucraina, dopo aver subito dentro il suo paese negli ultimi 8 anni – attraverso processi di nazionalizzazione coercitiva della lingua, con la messa al bando del russo nell’utilizzo della vita pubblica quotidiana, l’impostazione della storia in chiave fortemente antisovietica, della memoria con la riabilitazione dei collaborazionisti nazisti e di Stepan Bandera, dopo essere divenuta epicentro europeo di centri di addestramento e reclutamento gestiti da battaglioni facenti riferimento a esplicite ideologie naziste, con tanto di addestramento di minori, dopo tutto ciò, è stata utilizzata come centro di ricerca per la guerra biologica, il tutto in un atteggiamento politico di contrapposizione ipernazionalista alla Russia, accresciutosi molto negli ultimi 8 anni.

Quale è il “pro” che ha portato la maggioranza della popolazione ucraina a votare politici e rappresentanti che hanno promosso il progetto di servire così tanto l’occidente e la Nato da sperare di entrarvici? In certi casi, la migliore protezione con un vicino così forte come la Russia avrebbe dovuto essere il dialogo, non vi sarebbe stata altra strada. Eppure le cose non sono andate così.

Certamente la situazione dello Stato ucraino fin dallo scioglimento dell’URSS nel 1991 è stata segnata dalla corruzione e da una politica infiltrata da consorterie mafiose di ogni tipo. La posizione strategica di vicinanza alla Russia ha richiamato inoltre gli interessi delle potenze occidentali, che fin dai primi tempi dell’indipendenza ucraina mandarono missioni commerciali, politiche e ong col compito di iniziare la costruzione di una struttura informativa in chiave antirussa – vedi Radio Free Europe, oltre che la bielorussa Nexta.

La situazione corruttiva della classe politica era già oggetto di dibattito pubblico interno fin dai primi anni 2000, ovvero dalle prime “rivoluzioni colorate”, che in Ucraina presero il colore dell’arancione (simbolicamente usato anche da una certa sinistra “radical chic” nostrana). Ma tutta questa operazione non fu altro che un riciclo di una parte della vecchia classe dirigente dell’Ucraina sovietica che aveva maggiori collegamenti col nazionalismo: anziché soccombere nel malcontento della popolazione, questa parte di oligarchia decise di staccarsi in maniera definitiva da Mosca e abbracciò la narrazione nazionalista, cercando di deviare questo malcontento su una nuova impostazione politica contrapposta alla Russia. Ovviamente, come in ogni vicenda umana, vi fu un’altra parte di oligarchia che decise di rimanere fedele alla vecchia impostazione economica di collegamento con Mosca, pur non disdegnando aperture commerciali all’Europa – ovvero quella parte rappresentata dall’ex Presidente Yanukovich. 

La vicenda della Tymoshenko (pasionaria della seconda ondata della rivoluzione arancione, già vicepremier con Yushenko, ma sconfitta dal “filorusso” Yanukovich alle elezioni del 2010), per descrivere la frattura in seno all’oligarchia risulta emblematica: già presidente della vecchia Komsomol ucraina di epoca sovietica (la gioventù comunista), con la nuova indipendenza statale e la liberalizzazione conseguente sviluppò una capacità in merito alla gestione degli affari, fino ad arrivare alla costituzione di una Società per l’intermediazione sulla compravendita del gas. Ed in effetti, proprio durante la presidenza Yanukovich, la Tymoshenko affrontò un processo per frode su tale gestione economica. Questo rimane a significare il fatto che la divisione pro o contro Mosca, pro o contro Unione Europea o Nato, in Ucraina è sempre stata gestione delle oligarchie e strumentale utilizzo di copertura mediatica per non affrontare i temi della povertà, della corruzione e dei diritti dei cittadini ucraini.

I compagni del rinato Partito Comunista Ucraino (KPU) poi messo fuorilegge nel 2015 dal presidente Poroshenko dopo il colpo di Stato del Maidan nel 2014, hanno sempre denunciato tale deriva oligarchica criticando sia il blocco filo occidentale che quello filo russo, pur mantenendo un minimo criterio di cooperazione con quest’ultimo ai fini della tutela dei minimi assetti statali di impresa e gestione. Probabilmente non è stato perdonato questo approccio dalle autorità ucraine post golpe, che sicuramente, in nome di una ideologica lotta alla corruzione, hanno cercato sempre di attuare piani di privatizzazione senza regole rigide e chiare, che poi è sempre stata la linea politica di tutti gli “innovatori” nello spazio ex sovietico, financo ad arrivare alle opposizioni bielorusse a Lukashenko e alla piattaforma di opposizione russa prima sostenuta dall’oligarca oppositore Khodorkovsky e poi da Navalny.

La questione non è più, in una guerra, di semplice reversibilità. Sicuramente noi come Partito Comunista Italiano non possiamo ignorare le posizioni e l’attività portata avanti in trent’anni dai rispettivi partiti comunisti ricostituitisi nei due paesi dopo il crollo dell’URSS (KPRF e KPU), che hanno da sempre cercato di mantenere, in un’ottica di opposizione costruttiva alla vecchia oligarchia e di tutela della cittadinanza dalla corruzione e dal malaffare, il ponte del dialogo russo-ucraino, condannando da sempre le interferenze americane ed europee. Il tema della democrazia e della libertà di stampa usato dal nostro circuito mediatico di guerra è sempre stato, ben prima del 24 febbraio 2022, condizionato, omissivo, parziale e tendenzioso. Da trent’anni i giornali italiani, ad esempio, riportano sempre informazioni parziali sui paesi ex sovietici, non specificano mai a fondo le percentuali di consenso espresse in varie elezioni, delegittimano i sistemi elettorali tout-court, riportando giustamente i difetti ma non specificando mai anche i casi di funzionamento e di pluralismo. 

Che poi il pluralismo non sia quello gradito a Washington perché in diverse elezioni di grandi città russe abbiano vinto in questi ultimi dieci anni anche sindaci comunisti (oppositori di Putin in politica interna ma convergenti sulla linea di tutela della sovranità estera) anziché gli iperliberisti legati a Kasparov, Navalny o Khodorkovsky, è un problema di interesse meramente geopolitico, non del pluralismo in sé.

Gli standard pluralistici non saranno stati sicuramente quelli europei, ma nemmeno gli standard europei funzionano a certe condizioni socio economiche, perché in fondo nel corso dei decenni post seconda guerra mondiale vi è stato un importante terrorismo interno anche da noi, in qualche modo riconducibile a operazioni di copertura indirettamente legate a ambienti Nato, dove alla fine neanche la giustizia italiana ha potuto procedere oltre (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, treno Italicus, Stazione di Bologna, Cernis ecc…).

Cosa rimane, in questo panorama di odio, tensione, distruzione, dolore? In un continente, quello europeo, dove delle parole minimanente sensate da parte di istituzioni di massa pare rimangano solo quelle di una guida spirituale quale è il Papa?

Non possiamo rispondere a tutti, purtroppo. Possiamo per tutti, da comunisti, dire che comunque la guerra va fermata, e per fermarla siamo noi che dobbiamo iniziare un’azione di pace, che quindi non è l’invio di armi. Siamo noi che dobbiamo “umanizzare” un nemico che viene descritto solamente come diabolico e in preda a una improvvisa “follia”.

Quanto descritto in questo articolo argomenta, purtroppo con una lunghezza necessaria, le nostre ragioni che spiegano come questo odio tra due popolazioni, russi e ucraini, si sia costruito in trent’anni di interessi, di finanziamenti (non da ultimi quelli a carattere di usura forniti dal Fondo Monetario Internazionale all’Ucraina), di manipolazioni mediatiche e costruzioni dell’odio. L’installazione di laboratori biologici a ridosso di una potenza nemica è quindi l’ultima evidenza di questa strategia di pressione coordinata trentennale, che in fondo non ha alcun interesse a preservare la pace e la serenità delle popolazioni coinvolte ai confini della Russia, popolazioni che, pur avendo ragioni storiche per ricercare alternative di libertà, non possono essere usate come “piattaforme umane” e “laboratori umani” di sfondamento del “nemico”. La “libertà” di queste popolazioni, spesso confusa strumentalmente col “libero mercato” e le privatizzazioni selvagge a favore della finanza occidentale, la si ottiene con una neutralità di confine, assieme e con la libertà della Russia di essere riconosciuta, assieme a Cina e India, come attore alla pari di un nuovo mondo multipolare dove l’America e l’Europa potranno giocare un ruolo da comprimari, ma non più da primi. 

Luca Rodilosso – direttore ilcomunista.it

“Complici di Putin” o “Complici della guerra”? – L’inclinazione bellicista della propaganda

di Emiliano Alessandroni

Quando ci si accorge che nessuna fonte di informazione è imparziale e non garantisce la conoscenza dei fatti, anziché non ascoltarne più nessuna, come spesso e in maniera qualunquista ci si sente dire, occorrerebbe invece cominciare ad ascoltarle tutte, badando che nessuna campana degli attori coinvolti nel conflitto sia, almeno nella propria testa, interamente censurata o messa drasticamente ai margini.

Soltanto attraverso il confronto dei punti di vista particolari è possibile ricostruire l’Intero, ossia la verità (che in ogni caso può pendere benissimo da una parte, e che comunque non ha nulla a che spartire con i giudizi di assoluzione e condanna dei soggetti a cui si permette di avere voce).

La distorsione del vero, le narrazioni unilaterali che espungono il punto di vista del nemico, l’industriosità con cui i giornalisti tentano di aumentare nelle proprie cronache il numero dei morti e delle vittime innocenti, l’incremento del sensazionalismo e il tentativo di fornire descrizioni sempre più manichee degli avvenimenti, si può ben capire che possono avere il sincero scopo di suscitare una condanna più massiccia e più unanime dell’aggressore, ma in realtà, finiscono per produrre qualcosa di molto pericoloso: finiscono per diffondere una caricatura del nemico, una sua de-umanizzazione e mostrificazione, così che sempre più privi di senso appaiono ai nostri occhi gli sforzi per le trattative e i negoziati. Come si può infatti negoziare con Satana? Come ci si può sedere intorno a un tavolo? Come è possibile dialogarci, razionalmente dialogarci? Come si possono ascoltare anche solo per un istante le sue richieste? Avete mai provato a conversare con uno squinternato dalle sinapsi cerebrali completamente danneggiate? Avete mai provato a ragionare con la follia assoluta, con un malato cronico con la bava alla bocca, assetato di violenza e di sangue? Avete mai provato a parlare con uno “stupratore seriale” o con un “lupo”, per stare agli esempi che Massimo Gramellini ha voluto usare per “aiutarci a capire” (secondo lui) l’azione russa? Se è proprio Satana che abbiamo di fronte, se è uno “stupratore” o una belva, ovvero un “lupo”, allora è vero, sono più folli quelli che sostengono la via delle trattative, dei negoziati e della pace. Se abbiamo Satana di fronte a noi, non ha senso parlarci, ha senso combatterlo a oltranza anche a costo di una Terza guerra mondiale, anche a costo di un conflitto nucleare di dimensioni planetarie. Se è davvero Satana l’aggressore con cui siamo chiamati a misurarci, allora, dobbiamo ammettercelo, non c’è momento più opportuno e ragione più giusta per mettere a rischio l’esistenza dell’intera umanità che questa.

Satana deve essere eliminato costi quel che costi. Come potrà mai infatti l’umanità convivere con il Principe delle Tenebre? Che senso può avere parlare di “coesistenza pacifica” con il demonio? L’annientamento è l’unica soluzione, qualunque prezzo esso abbia.

Soltanto farebbero bene a capire coloro che supportano le spiegazioni psicopatologiche o teratologiche del conflitto (più esperti in genere in retorica e comunicazione che in geopolitica), che quanti si impegnano a smascherare le fake news della propaganda occidentale, quanti indagano le “cause profonde” (per dirla con Tucidide) degli avvenimenti, quanti mettono in discussione la de-umanizzazione e l’animalizzazione del nemico, non lo stanno facendo perché “complici di Putin”, ma perché contano ancora su una via d’uscita diplomatica, anziché militare, dello scontro in corso. Perché ritengono che la via d’uscita militare potrebbe non essere una vera via d’uscita, in quanto non si sa dove potrebbe portarci. Perché ritengono che quando una guerra comincia non si sa mai né quando né come potrà finire, specie oggi che sempre più numerosi sono i Paesi dotati di armi chimiche e di arsenali nucleari.

E poco efficaci si rivelano anche le altezzose accuse di utopismo: chi è infatti più utopista, chi pensa che la risoluzione del conflitto possa essere soltanto di tipo negoziale o chi invece crede di vedere la possibilità di una risoluzione armata?

Certo, se ne potrebbe parlare, se non fosse che i primi sono accusati dai secondi di essere “complici di Putin”, ossia a loro giudizio, “complici di Satana”.

Ma chi accusa i pacifisti di questa complicità e connivenza si è mai domandato un solo istante se la storia unilaterale, manichea e sensazionalistica che racconta e che ha raccontato a se stesso (priva di qualunque senso critico verso le menzogne, le mistificazioni e la propaganda occidentale) non possa essere invece “complice della guerra”? Si è mai domandato se il proprio atteggiamento aiuti realmente a spegnere il fuoco o se non faccia altro, a dispetto del proprio senso morale, che ingrandire la fiamma? Si è mai domandato se il proprio comportamento riduca o non piuttosto aumenti il numero delle vittime innocenti che stanno pagando questa guerra, anche più di quanto finora rispetto ai fatti l’hanno aumentato le proprie parole?

Un ringraziamento doveroso intanto va a Donatella Di Cesare che, nonostante tutti i maltrattamenti e le minacce subite, continua ad avere ancora la forza e il coraggio di sostenere la causa delle trattative e della coesistenza pacifica.

Ma trattative con Satana (si dirà)? Sì, anche con Satana: ché se una simile narrazione manichea fosse vera, questo “lupo” satanico non avrebbe aspettato 20 anni per scannarci, ma ci avrebbe già divorati tutti da molto tempo.

Come si può ben vedere, la spiegazione psicopatologica o teratologica, in realtà, non spiega assolutamente nulla….a meno, ovviamente, di non tradire se stessa.

Ucraina: guerra immaginaria e guerra reale

di Emiliano Alessandroni

La foto della bambina bionda che scruta l’orizzonte con un lecca-lecca in bocca, i capelli legati dai colori della bandiera nazionale e un fucile in mano (simbolo dell’innocenza e del candore angelico dei combattenti ucraini), non è un’istantanea di un momento di lotta in cui le forze celestiali si oppongono, a costo della propria stessa vita, all’avanzata dell’inferno russo, ma piuttosto un’istantanea della propaganda di guerra.

La bambina infatti ha 9 anni e non combatte. È figlia di un fotografo che l’ha conciata a modo prima di farla mettere in posa, istruirla su dove guardare, darle in mano un fucile scarico e poi scattarle alcune foto.

Fa il paio con un’altra foto che ha fatto il giro del mondo: quella del muro di libri eretto sulla finestra di una casa, una sorta di “scudo” contro la pioggia di bombe. Simboleggerebbe un’Ucraina, espressione della cultura e della civiltà, che resiste a una Russia, incarnazione dell’ignoranza e della barbarie.

Ed è nella direzione di questo stesso immaginario che si collocano avvenimenti come la sostituzione del direttore d’orchestra russo Gergiev alla Scala o il tentativo dell’Università Bicocca di cancellare un corso di letteratura su Dostoevsky: Gergiev, Dostoevskij, ecc, finiscono infatti per urtare contro quella raffigurazione manichea della guerra che l’inconscio occidentale si sta costruendo, additando la Russia come patria di incultura e bestialità primordiale.

E verso questo stesso manicheismo fantasioso, che ha i tipici tratti del fondamentalismo, vorrebbero indurci la foto della bambina bionda con il fucile in mano e la foto del muro di libri.

Entrambi questi scatti hanno infatti l’obbiettivo di raffigurare l’idea occidentale del conflitto che si immagina un unitario blocco del Bene (di per sé angelico e mai responsabile di vittime innocenti) opposto a un unitario blocco del Male (di per sé demoniaco e sempre responsabile di vittime innocenti).

Ma se queste fotografie rappresentano perfettamente il nostro immaginario (ed è questa la ragione per cui hanno avuto una diffusione così ampia), nessuna di esse rappresenta la realtà.

Soltanto oggi, ad esempio (14 marzo), l’esercito ucraino ha bombardato il centro di Donetsk, nel Donbass, provocando 20 morti e 26 feriti…tutti civili. Fra i morti, figurano 3 bambini.

La notizia naturalmente, per non scalfire il manicheismo narrativo dell’Occidente, non viene riportata da nessun giornale del mondo euroatlantico, se non in un minuscolo trafiletto della CNN che nessuno ovviamente potrebbe vedere se non andasse appositamente a cercarlo. E proprio ieri, sembra che le forze armate ucraine, durante la ritirata, abbiano sparato con un carro armato su un ospedale a Volnovakha, città sotto il controllo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, uccidendo 6 persone.

Quel che è certo, è che a combattere contro l’esercito russo, non ci sono né le bambine di 9 anni né le pile di libri. Ci sono invece la Milizia Nazionale, il Battaglione Aidar, Pravy Sektor e il ben più noto Battaglione Azov, che risponde al Ministero degli Interni e che ha affrontato e seguita ad affrontare le truppe russe a Mariupol, sparando spesso sui corridoi umanitari per fare rispettare la coscrizione obbligatoria, costringere la popolazione civile a combattere e dissuadere chi tenta di fuggire.

Ma ci sono, si badi bene, anche detenuti che sono stati liberati dalle carceri, criminali, balordi e assassini, ai quali il governo ucraino ha concesso l’amnistia a condizione di arruolarsi in guerra contro quello che gli è stato indicato essere “l’Impero del male”.

Posto che tutto ciò non giustifica l’invasione russa di uno Stato sovrano e membro dell’Onu qual è l’Ucraina e posto che la terza foto che si può vedere qui sotto non rappresenta la totalità delle forze armate in lotta contro l’esercito russo, essa tuttavia ha almeno il merito, rispetto alle altre ben più conosciute, di raffigurare non l’immaginazione, ma la realtà di chi in questi giorni sta combattendo veramente in Ucraina.

Chiaro, se questa foto più realistica e più rappresentativa dei combattenti fosse circolata tanto quanto sono circolate le altre due, l’intera narrazione manichea che l’Occidente ha diffuso sarebbe crollata come un castello di carte. Meglio allora far circolare immagini che diano man forte ai sogni eterei della nostra fantasia, al candore della nostra immaginazione, piuttosto che mostrare la brutalità del conflitto reale in corso, in cui nessuna delle due parti può essere al riparo dalle accuse di avere ucciso bambini e civili innocenti.

Anche perché, d’altro canto, se lo scopo della nostra stampa è quello di spingere opinione pubblica e governi a mandare carichi di armi in Ucraina, chi acconsentirebbe, senza esitazione, all’invio di questi carichi dopo aver saputo che essi non finiscono in mano alle bambine bionde con il lecca-lecca e alle pile di libri, ma a formazioni militari di spietati criminali e neonazisti soltanto per la più importante delle quali 40 deputati del Congresso degli Stati Uniti hanno chiesto al Dipartimento di Stato l’inserimento nell’elenco delle organizzazioni terroristiche straniere a causa delle loro posizioni dichiaratamente suprematiste e antisemite? Appena pochi giorni fa d’altronde (l’8 marzo scorso), una spedizione di lanciagranate e istruttori militari della NATO è giunta a Kharviv. E il primo reggimento a cui la NATO ha consegnato il carico è stato proprio il “Battaglione Azov” evidentemente ritenuto il più esperto e il più combattivo.

Ovviamente, però, se le foto che circolano dovessero mostrare la realtà, anziché riprodurre la nostra fantasia, la favola dello scontro fra Buoni e Cattivi, fra Bene e Male, su cui si fonda la narrazione del mondo euroatlantico, finirebbe per sciogliersi rapidamente come neve al sole. E così, addio al pantano ucraino nel quale gli Usa vedrebbero bene invischiata la Russia nei decenni a venire come loro sono rimasti invischiati in Afghanistan!