I limiti di Soumahoro? Ben poca cosa rispetto ai limiti delle critiche che gli vengono rivolte

di Emiliano Alessandroni

In questi giorni un vespaio di polemiche sta investendo la famiglia Soumahoro per le ragioni che già conosciamo e di cui i grandi media stanno offrendo ampi e particolareggiati resoconti.

La polemica, come spesso accade, ha attecchito anche a sinistra, e anche nella sinistra cosiddetta radicale.

Il paese sembra improvvisamente divenuto l’immagine della regolarità, della coerenza e dell’integrità morale: tutti indignati di fronte a qualcosa che sembra spaventoso e mai visto.

O, in alternativa, tutti pronti a soffiare sul fuoco dell’apoliticismo più becero ed elementare, ripetendo ad ogni occasione che in fondo sono tutti uguali e che, come si suol dire, “il più pulito ha la rogna”.

Ma forse, quantomeno a sinistra, prima di prendere parola per unirsi alla ventata di crocifissione che si sta sollevando, sarebbe il caso come minimo di porsi una domanda: gli attacchi, o se si vuole le pur legittime critiche, che ormai all’unanimità vengono rivolte ad Aboubakar, hanno lo scopo di rendere più solida e coerente la duplice lotta contro il razzismo e lo sfruttamento del lavoro, o di denigrarla per soffocarla nella culla? Hanno lo scopo di spianare la strada ad una più vigorosa battaglia per la dignità di quegli esseri umani che vengono quotidianamente imbarbariti dalle nostre società occidentali o per sottrarle mordente?

Al di là dei buoni propositi soggettivi di ognuno di noi, sembra che sia la seconda ipotesi a trionfare oggettivamente.

Ma soprattutto sembra trionfare anche qualcos’altro: sembrano trionfare il soggettivismo e la personalizzazione della politica.

Per cui non contano più le linee programmatiche a cui si tenta di dare forma, ma soltanto la pulizia del volto del singolo rappresentante di turno. L’integrità morale della persona, più del progetto sistemico di cui essa sarebbe il veicolo.

Oggi tutti noi avremmo ben poca cognizione di che cosa sia lo sfruttamento del lavoro senza l’opera di Karl Marx, il quale dal canto suo, si manteneva in vita e aveva la possibilità di scrivere soltanto grazie al denaro fornitogli da Engels, proprietario di un’azienda. Ebbene, crediamo che nella ditta “Ermen & Engels” i conti fossero tutti a posto, che i pagamenti fossero assolutamente regolari e che non esistesse alcuna forma di sfruttamento lavorativo? E crediamo che Marx non sapesse nulla di che cosa avveniva nelle fabbriche del suo amico da cui riceveva i soldi?

Gettiamo allora a mare anche tutta l’opera di Marx ed Engels, i loro scritti come le loro lotte politiche?

Naturalmente Soumahoro non è Marx e probabilmente neppure gli si avvicina, ma la maniera soggettivista con cui noi oggi ci rapportiamo ai problemi del nostro tempo è molto simile a quella che imperversava già ai tempi di Marx e che Marx aveva già ampiamente criticato.

Credere che i problemi dipendano dal capitalista (dalla volontà del proprietario, dalle sue decisioni, dalla sua cattiveria o bontà), significa assolvere la natura intimamente contraddittoria e disumana del capitalismo stesso, che dovrebbe invece costituire il vero bersaglio di ogni lotta di emancipazione.

Ma già, proprio il buon vecchio Marx, spiegava a suo tempo queste cose:

“Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi”.

Il problema, dunque, risiede nei rapporti sociali capitalistici che devono essere messi in stato d’accusa, che devono essere superati, non nella cattiveria della persona che si trova a dirigere una determinata azienda, per cui basterebbe sostituire quella persona malvagia con una persona di animo più gentile e tutta la questione dello sfruttamento lavorativo sarebbe risolta.

Questo è il messaggio che sta passando nella vicenda Soumahoro: l’ingiustizia non appartiene al DNA del sistema che occorre superare ma alla volontà della singola persona che la perpetra. Così il sistema è sempre salvo e integerrimo: sono gli individui che sbagliano.

A ben vedere, della lotta politico/sociale di cui Aboubakar si è reso promotore il paese avrebbe un disperato bisogno: di quel tipo di lotta politica, non di modelli antropologici in concorso per il conseguimento della santità.

Sembra invece che a volte la sinistra, anche quella radicale, brancoli nel buio, andando alla ricerca più di santi che di lotte politiche.

Il limite di Soumahoro, non risiede in ciò che accade o è accaduto nella cooperativa della compagna, ma nella forma ancora limitata, eppure già di per sé scomoda, della sua lotta.

Come nell’antirazzismo del primo Martin Luther King, il cui sogno si inseriva esplicitamente dentro gli steccati dell’“American dream”, così la lotta di Soumahoro assume le sembianze, almeno per il momento, più di una richiesta di cooptazione dentro l’impero dei dominanti, che di una lotta per il riconoscimento a 360 gradi dei dominati (di una lotta vale a dire in grado di abbracciare anche le spinte anticolonialiste e antimperialiste dei popoli e dei paesi del Terzo Mondo che tentano di scrollarsi di dosso il giogo americano/occidentale). Nessuna parola infatti sulla guerra, sul rischio di olocausto nucleare planetario, sullo sfruttamento e la schiavizzazione che l’Occidente ha operato per secoli sul resto del pianeta, costruendo a suon di deportazioni e genocidi la propria opulenza.

La lotta sociale di Soumahoro e il suo antirazzismo, non sono ancora coniugati con nessuna lotta anticolonialista e antimperialista. Nessuna critica agli Usa e alla politica dell’Occidente, ma quasi una richiesta di essere ammesso, assieme alla propria gente, nel sacro impero del mondo euroatlantico.

Il corso della guerra in Vietnam cambiò tuttavia, a suo tempo, la prospettiva di Martin Luther King, che cominciò a denunciare anche la guerra degli Usa, ad appoggiare la resistenza vietnamita, ad avvicinarsi alle idee di Du Bois e dei marxisti; quindi venne ucciso.

Non è detto, sperando che l’esito sia naturalmente meno tragico, che anche Soumahoro, pur tenendo conto delle dovute proporzioni, non possa maturare politicamente nello stesso modo, arrivando a coniugare anche lui l’antirazzismo e le lotte sociali, con l’anticolonialismo e l’antimperialismo.

Certo è che se noi contribuiamo ad appiccare il fuoco sulla sua lotta politica per quanto accade o è accaduto nella cooperativa della moglie, questa auspicata maturazione non la potremo vedere mai e la stessa lotta a cui egli ha avuto il merito di aver ridato respiro, verrà travolta da un’ondata di qualunquismo, apoliticismo e soggettivismo dilaganti dai quali sarà sempre più difficile riprendersi.

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Il PD è troppo marxista-leninista

di Emiliano Alessandroni

Il 29 ottobre 2022 è uscito su “Domani”, un articolo a firma di Elio Cappuccio sulla crisi del Partito Democratico. Il titolo appare di per sé piuttosto eloquente: “PD, alla radice della crisi ci sono le scelte di Togliatti e Berlinguer”. Nel testo si legge a chiare lettere che “la lunga storia di ostilità ai socialdemocratici nel PCI è uno degli elementi scatenanti delle contraddizioni interne e continue crisi di identità che caratterizzano” il partito di Enrico Letta.

Avete capito?

Qualcuno di voi pensava per caso che la crisi del PD fosse imputabile alla sua inflessione liberale, ossia al completo scollamento da quei ceti sociali che il PCI riusciva ancora a difendere e rappresentare? Qualcuno pensava forse che la crisi del PD fosse dovuta alla perdita di consenso delle masse popolari dopo che, anziché difendere il mondo del lavoro dipendente, questo partito lo ha attaccato in tutti i modi, sottraendogli quell’Articolo 18 tanto faticosamente conquistato, votando contro il suo ripristino anche dopo la fine della segreteria di Renzi e favorendo la privatizzazione di tutto quello che era possibile privatizzare, dalle aziende di Stato, alle reti idriche, dalle telecomunicazioni alla sanità? Qualcuno ha forse pensato che nella sua crisi abbia potuto influire il fatto che, anziché lottare per la pace e per un mondo multipolare come faceva il PCI, il PD si è pressoché sempre battuto per la guerra (cfr. Jugoslavia, Afghanistan, Libia) e per il ripristino della “grande divergenza” nei rapporti internazionali, riabilitando la vecchia retorica del “mondo libero” contro il “mondo barbaro” caro alla tradizione coloniale e agli olocausti ad essa connessi?

Qualcuno ha forse pensato che avere inveito contro il razzismo di Salvini, dopo avere avvantaggiato le procedure per l’arresto di Mimmo Lucano e avere siglato accordi (poi sempre prorogati) per rinchiudere i migranti nei campi di concentramento in Libia (i cosiddetti “lager dell’orrore”) abbia potuto fare perdere una qualche credibilità a questo partito?

Vi sbagliavate tutti quanti! Il PD è entrato in crisi per colpa di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer!

È entrato in crisi perché non è mai stato un vero e proprio partito socialdemocratico.

E voi credete forse che non ha potuto essere un partito socialdemocratico semplicemente perché fin dal principio si è impostato, ideologicamente e politicamente, come un partito liberale? No, vi sbagliate anche questa volta. Il problema del PD non è che è stato un partito troppo moderato, ma che è stato un partito troppo estremista. Non ha infatti potuto essere un partito socialdemocratico a causa delle sue radici marxiste-leniniste che fino all’ultimo ne hanno condizionato la natura e la linea. Sì, il PD non è potuto diventare un partito socialdemocratico perché è sempre stato troppo rivoluzionario!

Non avvertite il senso di riscatto delle masse popolari quando pensate al PD? Non vedete le folle di lavoratori che lo seguono, i mille scioperi promossi e le grandi conquiste sociali ottenute? Non vi siete accorti di come tremi Confindustria al solo sentir nominare Enrico Letta? Non avete notato di come si siano drasticamente ridotte le disuguaglianze ogni volta che il PD è stato al governo e di come sia diminuita la povertà con i suoi provvedimenti?

Ora però è troppo, tutto questo marxismo-leninismo va ridotto! Basta con questa ostinata vocazione rivoluzionaria, ci vuole una svolta moderata; pena il ripetersi della sconfitta elettorale!

Quei Togliatti e Berlinguer continuano a far danni anche da morti e costringono il povero PD, che per il resto ha sempre avuto una linea politica irreprensibile, a perdere le elezioni!

Il PCI alla conferenza mondiale anti-imperialista di Parigi 13-15 ottobre 2022

Luca A. Rodilosso – Dip. Esteri Partito Comunista Italiano

Care compagne e cari compagni,

è con molto piacere che porto i saluti alla presente conferenza internazionalista ed antimperialista da parte del Partito Comunista Italiano e di tutti i suoi aderenti e militanti.

Come tutti potete ben immaginare il mondo si avvia verso un periodo non facile: forti tensioni e guerre che messe tutte assieme delineano una guerra mondiale a pezzi sono già tra noi, se non direttamente nei nostri paesi comunque ai suoi confini prossimi o meno prossimi, comunque nelle economie e nelle vite di tutti i cittadini di ogni Stato.

Stiamo assistendo all’emergere di un nuovo assetto di mondo, quello multipolare, assetto che noi comunisti italiani convintamente sosteniamo e auspichiamo; assetto che anche grazie alle azioni congiunturali dei paesi aderenti all’Organizzazione della Cooperazione di Shangai, vede l’emergere di nuovi centri decisionali non più solo appannaggio degli Stati Uniti e delle vecchie potenze europee.

La cooperazione tra i popoli e l’internazionalismo, che sono le uniche strade possibili di dialogo tra diverse culture e diverse tradizioni popolari, sono state fortemente messe a dura prova da un opposta tenaglia micidiale, costruita scientemente dalle più grandi forze capitalistiche e finanziarie internazionali: da una parte il cosmopolitismo borghese che ha dato l’illusione di una globalizzazione dei diritti senza considerare l’intrinseca voracità del capitale; dall’altra i diversi nazionalismi e sovranismi borghesi che di facciata criticano il globalismo, ma di fatto si nutrono delle stesse dinamiche di sfruttamento capitalistico.



In Italia abbiamo una situazione complessa da un punto di vista politico, dov’è è accaduta una diaspora dei comunisti che ha dissipato energie, risorse, fiducia e coordinamento di classe; Certamente scontiamo come comunisti una grande confusione organizzativistica nell’alveo sociale, in quanto il Partito Democratico, oggi rappresentante degli interessi della borghesia finanziaria e di un ceto medio arricchito, ha ereditato la struttura del Partito Comunista Italiano storico, traendone beneficio e confondendo volutamente le acque della memoria politica italiana.

Questo non giustifica l’inadeguatezza di tutta una classe dirigente della sinistra comunista dopo lo scioglimento del PCI del 1991, ma il dato di fatto di una deriva personalistica e movimentista del comunismo italiano ricade oggi su chi ancora come noi cerca di ricostruire una grande storia. In particolare noi del Partito Comunista Italiano rinnovatosi e ricostituitosi nel 2016 intendiamo combattere certe modalità di fare politica che ormai hanno contaminato la cultura italiana fino alla radice sociologica e antropologica: si pensi al fenomeno di Berlusconi come al fenomeno del partito persona, del partito mediatico, fino ad arrivare a Grillo e al Movimento 5 Stelle che hanno gestito in diverse fasi, camaleonticamente, il dissenso populistico. Attraverso una non meglio precisata democrazia del web.

Oggi la vittoria del partito di Fratelli d’Italia, partito post fascista ma in realtà sovranista solo con i deboli ma di certo non con gli americani, ci pone davanti a un quadro inedito della democrazia costituzionale del nostro paese. La Costituzione Repubblica nata dalla Resistenza antifascista durante la Seconda Guerra Mondiale è stata svilita dall’interno proprio da parte di quelle forze sociali che si proponevano di difenderla: il ruolo trasformista il Partito Democratico è stato letale per la credibilità della Costituzione e dei suoi valori fondanti tra le generazioni più giovani, divise tra rivendicazioni meramente liberali e attinenti solo ai diritti civili oppure fagocitate dalla conveniente narrazione dell’uomo o della donna forte che risolve tutti i problemi.



Questo svilimento della Costituzione, assieme a 10 anni di pasticci in Parlamento e di governi tecnici, vere e proprie ammucchiate politiche, da Monti a draghi, è stato appunto il terreno fertile per derive demagogiche che cercavano di fare dà sfogo al malessere sociale ma evitando in tutti i modi di riportare centrale il conflitto di classe. Queste derive sono state numerose, alcune hanno coinvolto la Lega Nord, altre lo stesso Partito Democratico sotto la segreteria di Matteo Renzi che ha definitivamente distrutto persino quel briciolo di cultura socialdemocratica che rimaneva in quel partito, altri ancora il MoVimento 5 Stelle, ed infine siamo arrivati a Fratelli d’Italia che è stata un’opposizione di comodo al governo Draghi, ha preso il malcontento della piccola borghesia ma anche dei lavoratori, e lo traghetterà verso un’ennesima normalizzazione: già adesso Giorgia Meloni cerca in tutti i modi sulla guerra in Ucraina, sull’azione economica nella gestione del PNRR, una continuità col precedente governo tecnico di Mario Draghi.

Quali risposte dovrebbe dare oggi un partito comunista in Italia? Non esiste un modello e non esiste un sistema di decisione che non preveda una partecipazione collettiva del percorso da intraprendere.

Non ci riteniamo unici depositari di una verità e non riteniamo che allo stato attuale bastiamo a noi stessi: intendiamo crescere, radicarci e diffonderci nella maggior parte possibile del territorio italiano, con spirito di cooperazione al fine di creare un fronte comune delle forze realmente democratiche e sociali; ma su una cosa non transigeremo più, ovvero sulla dignità e sulla storia del Partito Comunista Italiano. Per questo ormai da due anni sicuri non permettiamo più sulla questione di oscurare o nascondere il nostro simbolo, e si badi: non è feticismo, ma difesa di un principio di democrazia e di valori che sempre di più, a partire dalla maledetta risoluzione del Parlamento Europeo di equiparazione del nazismo e del comunismo, viene messo in discussione. I comunisti in Italia sono stati tra i principali promotori della Costituzione che porta la firma del comunista Umberto Terracini.

Va ricostruito da capo, con serietà, il concetto di fare partito, il rispetto degli organismi dirigenti e allo stesso tempo la giusta flessibilità e ragionevolezza nel trattare con la società e con le sue variegate espressioni. Scorciatoie leaderistiche fatte di proclami intransigenti o all’opposto di cedimenti movimentisti non porteranno a nessun tipo di sviluppo né di un partito comunista unito, forte e popolare, né di alcun tipo di fronte comune con le altre forze democratiche e sociali.

Solo completando un processo di questo tipo avremo la giusta dignità al fine di onorare la nostra appartenenza a questa importante piattaforma mondiale anti-imperialista, piattaforma che ha dinanzi a sé sfide enormi in un tempo quanto mai pericoloso qual è quello di oggi, nonché l’ambizioso obbiettivo di fare prevalere una pace giusta e rispettosa dell’autodeterminazione dei popoli, come insegnano le recenti vicende dell’oppressione dei nazisti ucraini in Donbass e della guerra che la Nato ha portato purtroppo fino ai confini della Russia.

Ringraziamo sentitamente tutte le forze politiche che sono intervenute e che interverranno e gli organizzatori di questo importante convegno. Solo uniti e coesi vinceremo.

Al lavoro e alla lotta compagni.

Traduzione in inglese sul sito del People’s Democracy Party di Corea (sud).

http://pdp21.kr/?p=128308

Lukashenko parla della formazione delle idee statali

Pubblichiamo una traduzione di un articolo apparso il 18 ottobre su Beltà.by, l’agenzia stampa di stato bielorussa, di un incontro avvenuto tra il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e il filosofo russo Aleksandr Dughin, colpito recentemente dalla tragedia della morte della figlia Darija. Al di là di ciò che si possa pensare, coi soliti riflessi pavloviani che il nostro sistema mediatico ci vuole indurre, è un articolo che merita di essere letto e approfondito, per capire quale sia la visione dell’occidente, del ruolo Nato, e del proprio passato e futuro, in quella parte del mondo slavo.

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Buona lettura

MINSK, 18 ottobre (Belta-agenzia stampa della repubblica di Belarus) – Un’idea di Stato deve maturare e il tempo stesso incoraggerà la formulazione di tale idea. Il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko ha rilasciato la dichiarazione incontrando il filosofo e personaggio pubblico russo Aleksandr Dugin.

Aleksandr Lukashenko ha osservato che la filosofia era la sua disciplina preferita all’università e l’incontro con Aleksandr Dugin lo aveva costretto a immergersi in una certa misura in questa filosofia. “Mi ha portato a guardare le tue opinioni e ricordare la filosofia che ho studiato: la filosofia Marxista Leninista. Bene, è passato del tempo. Si scopre che non abbiamo creato niente di meglio di quello. Dicono che il marxismo-leninismo sia cattivo. A prescindere da come venga considerato, non abbiamo creato niente di meglio di quello. Ed era un intero sistema di vedute. Non ce l’abbiamo in questi giorni”, ha detto il presidente.

Aleksandr Lukashenko ha continuato: “Hai detto bene quando parli di ideologia di stato, di ideologia nel suo insieme. E che non ne abbiamo. Neanche la Russia ne ha una. Mi è stata offerta una moltitudine di potenziali idee di stato. Le ho rifiutate tutte mi perché non si concludo che è impossibile formularlo finché il tempo non ti costringe farlo. Fiano a quando il tempo non ti costringerà a formularla. Per questo sto già arrivando a pensare: forse ci stiamo sovraccaricando invano. Non puoi inventare un’idea. Deve maturare da solo”, ha concluso il capo dello Stato.


Aleksandr Dugin era d’accordo con la motivazione di Aleksandr Lukashenko sull’ideologia: “Hai perfettamente ragione. Non è un PR artificiale, non un costrutto. Le ideologie devono nascere. Devi contemplare e capire le idee. Nascono dalle persone, dalla sua storia come hai detto giustamente”.

Il filosofo ha richiamato l’attenzione su due cose. Mentre si combatte un avversario rappresentato dall’Occidente collettivo e dal moralismo globale, bisogna tenere a mente che anche qui è in gioco un’ideologia appropriata. “Ed è impossibile combattere un’ideologia con metodi non ideologici. In altre parole, avremmo potuto vivere senza un’ideologia. Ma è impossibile. Perché un’ideologia ci sta attaccando. Non è solo la NATO”, ha detto.

“Sì, questa ideologia non è solo per il bene dell’interno, ma anche dell’esterno. Hai assolutamente ragione”, Aleksandr Lukashenko ha sostenuto il filosofo.

Aleksandr Dugin ha anche concordato con la dichiarazione del capo di stato bielorusso secondo cui ora i tempi potrebbero essere maturi per la nascita di una tale ideologia. “Invece di essere creato artificialmente o imposto, deve nascere. Perché avevamo l’ideologia Marx-Lenin. Ha definito tutto. Ha definito la nostra intera visione del mondo. Bene o male, ma era un sistema”, ha detto Aleksandr Dugin.

Ha affermato che da allora e fino ad ora né la Russia né la Bielorussia hanno avuto un’ideologia completa del genere. Ma il processo va avanti. “Mi sembra che vi stiate un po’ più vicino grazie ad alcuni aspetti ideologici della vostra politica. Ad esempio, non lasci che l’oligarchia si evolva. È una cosa ideologica. L’oligarchia è stata autorizzata ad evolversi in Russia e non possiamo sradicarla ora. Interferisce con noi ad ogni passo”, ha osservato il filosofo.

Aleksandr Dugin ha continuato dicendo che nemmeno la Bielorussia ha accettato il liberalismo occidentale. “La Russia l’ha accettato e sta anche cercando di sradicarlo grazie al nostro presidente, il suo orientamento assolutamente giusto. Lo stiamo sradicando ma a quale costo! Quanta reazione vediamo da questa élite liberale! La chiamiamo la sesta colonna”, ha spiegato il filosofo.

Aleksandr Dugin ha spiegato la sua definizione della sesta colonna. «C'è la quinta colonna. La gente scende in piazza e grida: 'Abbasso Putin! Abbasso Lukashenko! Abbasso la Russia! Abbasso tutto.' E poi c'è la sesta colonna. L'abbiamo incontrato in misura molto maggiore. Condividono la stessa piattaforma della quinta colonna. È una piattaforma assolutamente filo-occidentale: continuazione delle riforme liberali, distruzione della nostra statualità. Ma non dicono: "Abbasso Putin!" Dicono: 'Viva Putin, lo supportiamo! Va tutto bene!' Ma le loro azioni [per minare la stabilità dello stato e della società] sono le stesse. Questa sesta colonna è la cosa più spaventosa", ha detto Aleksandr Dugin. “Pensavamo che sarebbero fuggiti non appena fosse iniziata l'operazione militare speciale. Alcuni lo fecero, ma altri rimasero. Ed è un problema. L'hai impedito. Hai mantenuto il popolo, lo stato sotto la guida della persona che ha messo al sicuro il tuo paese dall'oligarchia, dal liberalismo".

Il filosofo ritiene che ora sia il momento giusto per dare forma a questa idea e ideologia nascenti. “Ora la storia ci incoraggia ad ascoltare la nazione e il progresso della storia e a dare forma a questa ideologia prendendo in prestito qualcosa dal marxismo, qualcosa dal periodo storico sovietico, qualcosa da quello russo, da uno più antico. Dalle radici cristiane ortodosse”, ha osservato. “Alcune parti dell'idea bielorussa si sono evolute nel Gran Ducato di Lituania. Allora l'identità bielorussa iniziò a prendere una certa forma. Coloro che stanno cercando di usarlo contro la Bielorussia, stanno sostituendo le cose. Perché l'idea bielorussa è una parte molto seria della nostra eredità comune".

UNA PRIMA RIFLESSIONE SU CHI E’ STATO MIKHAIL GORBACIEV

Speriamo che questo articolo possa aprire un ciclo serio e scevro da demagogie di ogni tipo su questa figura: la concezione materialistica della Storia è chiara su questo punto: la Storia non la cambiano interamente gli individui, al netto delle loro responsabilità di singoli che vanno comunque valutate. Noi rispettiamo la persona umana anche nella critica politica più aspra che possa esserci. È questo che ci differenzia dai fascisti e dai fascismi.

Mikhail Gorbaciev è venuto a mancare la sera del 30 agosto 2022.
Possiamo ormai affermare che è una figura storica, lo è stata sicuramente a cavallo tra due epoche, andrebbe detto più precisamente una figura di “transizione” sistemica, e definirlo in tale maniera è puramente oggettivo, a prescindere dai giudizi che si possono avere su un personaggio che è impossibile ignorare e non considerare nella sua complessità, complessità che è stata portata avanti fino alla fine dei suoi giorni. C’è da ricordare infatti che, sebbene critico con Putin per ciò che concerne la gestione del potere, nel 2014 difese l’interesse nazionale della Russia sulla questione dell’annessione della Crimea.

Il nostro giudizio d’insieme sull’operato di Gorbaciev alla fine degli anni ottanta del Novecento è e rimane sostanzialmente negativo; da eredi ideologici della visione comunista, potremmo volentieri lasciarci andare alle dinamiche della propaganda, alla condanna senza appello di un atto terribile e vile, quale lo scioglimento di un’Unione Sovietica che la maggioranza degli stessi popoli dell’Unione, tramite referendum, aveva rigettato ma che di fatto venne poi portata avanti con manovre essenzialmente di palazzo.

Pur tuttavia a una certa difficoltà di gestione socio economica in URSS ci si era arrivati, e proprio da comunisti, per poter comprendere il nostro passato, non vanno trascurate le difficoltà e le contraddizioni che in un primo momento, un giovane uomo di apparato venuto su dalle campagne di Stavropol ha cercato di affrontare.

Nato il 2 marzo del 1931 da una famiglia di agricoltori, dopo un’esperienza nel Komsomol – la gioventù comunista – sbarca a Mosca all’inizio degli anni Cinquanta e si laurea in giurisprudenza nel 1955.
Negli anni universitari si iscrive al partito comunista e conosce Raissa Titarenko, che diverrà sua moglie e resterà sua compagna di vita sino alla sua morte, nel 1999.

La carriera in politica di Gorbaciov inizia nel 1970, come primo segretario del partito a Stavropol. Dopo dieci anni torna a Mosca come membro a pieno titolo, e più giovane, del Politburo.
Sotto le ali protettive di Andropov, capo del Kgb e originario anche lui di Stavropol, rafforza la propria posizione: numerosi i suoi viaggi all’estero; nel 1984 incontra per la prima volta l’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher.

Con la morte di Cernenko, l’11 marzo 1985 diventa segretario generale del Pcus a 54 anni, una svolta generazionale importante che se gestita meglio avrebbe potuto essere positiva per il rafforzamento dell’URSS. Il 1986 è già un anno cruciale: a febbraio Gorbaciov lancia le sue parole d’ordine, Glasnost (trasparenza) e Perestroika (ristrutturazione), per migliorare e rinnovare, secondo le sue prime intenzioni il sistema sovietico, considerato troppo stagnante in ambito economico e di gestione.

Ma un segnale inequivocabile dei suoi errori, se in buona fede o meno non ci è dato sapere, che stavano portando ad un precipitare prossimo degli eventi si ebbe già nella conferenza interna del Pcus del 1988, dove si espresse chiaramente contro il ruolo guida del Partito nei processi di compartecipazione stato-mercato, a differenza della transizione attuata in Cina da Deng Xiaoping.

In ottobre invece si incontra con l’allora presidente americano Ronald Reagan a Reykjavik, in Islanda, per discutere la riduzione degli arsenali nucleari in Europa, suggellata l’anno successivo dalla firma di uno storico trattato.
Riallaccia inoltre i rapporti dell’URSS con la Cina, storicamente interrotti da trent’anni, e con una serie di personalità civili e religiose tra cui il Papa.
Il suo impegno per la riduzione delle armi nucleari e il suo approccio dialogante gli valsero la candidatura al Nobel per la pace nell’anno 1990.

Il 1991 però divenne un anno tumultuoso: in agosto venne trattenuto per tre giorni nella villa presidenziale in Crimea, per ragioni di sicurezza nazionale, anche grazie ad alcuni deputati e dirigenti comunisti che non volevano far concretizzare il disastro politico che di lì a poco avvenne, disastro dovuto alla sommossa reazionaria organizzata da un elemento fieramente traditore come Eltsin. Dinanzi alla Storia e a un suo bivio decisivo, Gorbaciev dimostrò la sua inadeguatezza nel decidere una strada e nell’avere lo stomaco per seguitarla fino in fondo.

Con l’8 dicembre successivo, con la firma con Ucraina e Bielorussia e la nascita della Csi, la Comunità di Stati indipendenti, Gorbaciev decise in sostanza la fine dell’URSS, scelta che gli è costata sino ad oggi l’impopolarità per la gran parte dell’opinione pubblica russa.

Di lui, ma soprattutto di Eltsin e di quei giorni concitati, il segretario dell’attuale Partito Comunista della Federazione Russa, Ghennadij Zjuganov, ricorda: “Persone estranee agli ideali comunisti iniziarono a entrare negli organi di governo del partito. Per un po’ mascherarono le loro vere opinioni e intenzioni con la retorica “corretta”. Tuttavia, dal 1985, mostrarono i loro veri volti. L’ascesa al potere di Gorbačëv segnò l’inizio della distruzione dell’Unione Sovietica. Col pretesto di slogan su accelerazione, perestrojka e glasnost, i nuovi governanti iniziarono a distruggere metodicamente tutti i pilastri chiave del sistema socialista: dall’economia all’ideologia. Tale processo culminò nella tragedia del 1991.”

Lo storico Eric Hobsbawn, valutando un’informazione proveniente da un direttore storico della CIA, analizzò ciò che fu il terreno di coltura dell’ascesa di Gorbaciev, ovvero la figura di Andropov, il potente capo del KGB nonché suo padrino politico: “Credo che se (il leader sovietico) Andropov fosse stato quindici anni più giovane quando prese il potere nel 1982, sarebbe esistita ancora l’Unione Sovietica”.
In effetti, già Andropov dette una decisa spinta a una progettualità riformatrice, che con molta probabilità credette di aver trasmesso, nel giusto spirito di tutela e preservazione dell’ideale e del sistema socialista, al suo pupillo Mikhail.

Un sistema complesso come quello dell’URSS, per essere riformato e affrontato a fondo nelle sue criticità relative alla corruzione creatasi sotto Kruscev e protrattasi con Breznev e relative alla seconda economia sommersa – che con le ultime liberalizzazioni gorbacioviane assunse proporzioni spaventose e creò il preludio dello “stato mafia” degli anni novanta – avrebbe necessitato di un’azione lenta e prudente, con la giusta attenzione agli equilibri di potere interni e al mantenimento di un assetto di politica estera adeguato, con la cooperazione degli stati alleati del COMECON anche al fine di sviluppare le integrazioni dei rispettivi mercati. Gorbacev invece, in nome di un dialogo con un occidente sistematicamente traditore dei patti verbali stipulati, sacrificò alleati importanti come la Germania Est di Honecker e la Polonia di Jaruzelski, sacrifici dannosi che non portarono al futuro di stabilità e di pace che tanto auspicava. Lo stesso Vladimir Putin, fortemente critico ma comunque rispettoso della sua figura storica, gli ha sempre rimproverato di non aver mai stipulato patti in forma scritta, con gli americani, per ciò che concerneva la sfera di influenza Nato ad est e le politiche di de-nuclearizzazione.

Andropov aveva in mente tutto ciò, mentre – escludendo la parentesi di Cernenko – il suo successore nonché “pupillo” Gorbacev non seppe, o non volle, per una serie di ragioni storiche anche collegate a una linea socialdemocratica nascosta nel Partito Comunista, mantenere un’impostazione di riforma rigorosa ma al contempo lenta e prudente, perdendo quindi il controllo di quei settori economici sommersi che, sempre più insistentemente, attraverso i loro strumenti di pressione (le cordate, i funzionari corrotti), riuscirono a imporre drastiche misure di liberalizzazione e capitalizzazione privata delle industrie di Stato. Ovvero l’opposto di ciò che costruì la Cina, per la quale vediamo oggi gli ottimi risultati di tali scelte dopo tre decenni.

La stragrande maggioranza delle persone in occidente e in Italia, compresi la quasi totalità di politici e giornalisti, conosce ben poco del dramma economico degli anni novanta, della sofferenza che il popolo russo dovette patire e dalla quale, oggi, che ci piaccia o meno, è uscito trovando in una nuova identità nazionale, comunisti russi compresi, una forza e una sintesi per salvare il loro Stato.
Prima si capisce questa dinamica, prima capiremo fino a che punto e a quali condizioni il popolo russo vuole vivere e coesistere con gli altri popoli, sia delle aree ex sovietiche sia dell’intero pianeta.
Una di queste è che l’occidente non interferisca più nelle dinamiche di altri paesi, e tutto questo è un principio e un discorso completamente innovativo, che permette anche a Indiani, Cinesi, Iraniani, Arabi dei diversi paesi del medio oriente, di trovare un nuovo spazio geografico e economico di auto realizzazione.

Gorbaciev è una figura che ha avuto quindi la sua importanza storica a livello comunicativo, è stato un politico capace di sfruttare ciò che era una debolezza cronica del sistema sovietico – ovvero la stagnazione socio-economica – per sfruttare parole d’ordine di svolta che, se fossero state poste correttamente al servizio dell’URSS, avrebbro anche potuto rafforzarla, come in effetti appariva nei primissimi momenti della sua presidenza.
Il suo agire successivo sconfessò le speranze e le attese, su tutti i fronti, e di lì a poco, prima che nella villa in Crimea, rimase imprigionato da se stesso e dalla non scelta al bivio della Storia, che poi è la tipica sensazione di non scelta della socialdemocrazia. Un dubbio forse molto europeo, “kirkegaardiano”, per il quale i cinesi, educati alla modalità e al pensiero confuciano, probabilmente non ne hanno mai subito gli effetti, scegliendo la via del controllo economico del capitalismo e del ruolo di direzione del partito. Ma del resto, nel 1917 Lenin non è che agì molto diversamente, e ne aveva ben donde.

Attaccato da sinistra e da destra, Gorbaciev perse quindi il controllo anche della sua stessa visione.

Trattato come fiore all’occhiello, di fatto strumentalizzato, da un occidente feroce e disumano nelle sue guerre “umanitarie”, usato come velina di pace in un mondo di guerra, complice comunque quel suo “esporsi gentile”, va considerato per quello che è: un uomo purtroppo inadeguato all’incarico da lui ricoperto, ma che se arrivò fino a lì fu anche perché gli “ortodossi” non seppero contrapporgli una figura altrettanto giovane e che proponesse soluzioni a problemi veri e concreti.

Un personaggio complesso, divisivo, che si è trovato, per un caso della Storia, a essere Presidente dell’URSS in un momento delicato per il socialismo e sul quale, ancora oggi noi comunisti d’occidente, non abbiamo decifrato una soluzione.

Luca Rodilosso – direttore ilcomunista.it

Meglio più propagande che una soltanto

di Emiliano Alessandroni

Ringraziamo Milena Gabbanelli per averci indicato uno dei principali siti di propaganda filorussa (Newsfront.info), che riporta le notizie, filtrate dal punto di vista di Mosca, in numerose lingue del mondo.

Il motivo stesso con cui infatti la Gabbanelli argomenta le sue tesi ci induce a pensare che è un bene che un simile sito esista e sia visibile a tutti (che quindi sia meglio non fare come già abbiamo fatto con Sputnik e Russia Today che li abbiamo completamente oscurati).

La Gabbanelli vuole convincerci che si tratta di un sito di propaganda, cosa peraltro non difficile visto che, come sanno bene gli esperti di linguaggio e comunicazione, il confine fra notizia e propaganda è spesso molto labile e qualunque articolo di politica estera dell’Ansa (per fare soltanto un esempio) potrebbe essere tacciato di faziosità. Ma per convincerci di questa cosa la Gabbanelli cita NewsGuard, estensione per broswer che certificherebbe l’attendibilità delle notizie online. “Secondo NewsGuard”, ci dice, “NewsFront.info è un sito di propaganda e disinformazione”.

Presentando NewsGuard come la bocca della verità (e considerando probabilmente la civiltà bianca e occidentale non solo come l’unica depositaria della democrazia e del Bene, ma anche come l’unica depositaria del vero), si è guardata però attentamente dal dire che si tratta di un programma con sede a New York che riceve i propri fondi da una multinazionale americana (la John S & James L Knight Foundation). Si è guardata bene dal rivelare che tra coloro che fanno parte del comitato consultivo di NewsGuard figurano il generale Michael Hayden, ex direttore della CIA e della NSA, Tom Ridge, Segretario della Sicurezza Interna degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Bush e Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale della NATO.

Fra i siti che NewsGuard ha rilevato come inattendibili e diffusori di fake news compare anche Wikileaks, che pubblica documenti secretati dai governi e che ha rivelato le torture e i crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti (soprattutto in Afghanistan e in Iraq) contro la popolazione civile.

Eppure lo stesso governo degli Stati Uniti, ha emesso un mandato di cattura nei confronti del suo fondatore, Julian Assange, con l’accusa di spionaggio (crimine che negli Usa può comportare la pena di morte) e la diffusione non autorizzata di documenti riservati: “Molti di questi documenti erano classificati a livello ‘secret’, e ciò significa che la loro divulgazione non autorizzata può causare seri danni alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, si legge nella nota del Dipartimento di Giustizia sulle accuse collegate ai documenti pubblicati nel 2010 da Wikileaks. Insomma lo stesso governo americano non accusa Wikileaks di avere diffuso notizie false ma di avere rivelato al mondo delle notizie vere che il mondo non doveva sapere.

È evidente che NewsGuard è un vero e proprio strumento della propaganda americana, suscettibile di inserire fra le fake news non soltanto le informazioni false ma anche tutte quelle notizie che minano la narrazione della propaganda statunitense e l’ideologia dell’eccezionalismo americano.

Youtube, Twitter e Facebook, continua la Gabbanelli, hanno oscurato questa agenzia di informazione russa, facendo quindi, sembra suggerire, un favore alla nostra libertà e alla verità.

Eppure sia il proprietario di Youtube (Google), che Twitter che Facebook, sono stati coinvolti nello scandalo del Datagate, nelle rivelazioni di Edward Snowden sul programma PRISM e TEMPORA, con cui la CIA e la NSA spiano quotidianamente email, chat, chat vocali, videochat, video, foto, conversazioni VoIP, trasferimento di file, notifiche d’accesso e dettagli relativi a siti di reti sociali, di centinaia di milioni di cittadini in tutto il mondo. Insomma anche Google, Twitter e Fcebook, queste apparenti terre di libertà, sono in realtà collegati a stretto filo ai reparti di sorveglianza dei servizi segreti americani.

Quando le cose stanno in questo modo, allora, è forse bene che esistano più propagande anziché soltanto quella intonata con il “Project for the new american century” e con l’ideologia del “Manifest Destiny”. Attraverso più propagande in lotta fra loro è infatti anche possibile rintracciare la verità, quando ve ne è soltanto una, quando esiste soltanto un’unica distorsione, un’unica voce che ripete insistentemente “le cose stanno così”, allora la verità non ha alcuna possibilità di emergere.

Meglio, in sostanza, una pluralità di propagande che una sola propaganda a senso unico: di questo principio Milena Gabbanelli ci ha dato oggi un’ulteriore dimostrazione.

Il regime di Putin e la Democratura

Una risposta a Lucio Caracciolo – ripreso dal blog di Domenico Losurdo, articolo di risposta a cura di Domenico Di Iasio dell’8 marzo 2015, ma ancora utile per capire la guerra presente.

Redazione ilcomunista.it

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“Democratura” in Russia? Una risposta di Domenico di Iasio a Lucio Caracciolo

Per approfondire: Democratura  Oligarchia e populismo la “terza via” di Putin – LUCIO CARACCIOLO Repubblica 7 3 2015

Illiberale, funestato dai delitti politici, privo di equilibrio tra poteri”. Eppure il regime russo non è la semplice tirannia di un uomo solo, perché le sue radici affondano nella storia.

In un articolo apparso su “la Repubblica” del 7 marzo 2015, Lucio Caracciolo critica il regime politico della Russia di Putin, ritenuto oligarchico, populista,illiberale, in una parola, potremmo dire, dispotico. Richiama la categoria politica di “democratura”, avanzata dal saggista croato Predrag Matvejevic, per definire tale regime, recentemente adottato anche dalla Turchia di Erdogan e dall’Ungheria di Viktor Orbán. La “Democratura” è una sintesi di “democrazia” e “dittatura”, nella quale gli istituti democratici, come il parlamento, compaiono ma senza rilevanza politica perché il centro vero delle decisioni politiche rimane pur sempre il Presidente. Si tratta, dunque, di una sorta di presidenzializzazione del sistema politico, da cui, a guardare bene, nemmeno l’Occidente è immune. Ma, a parte questa considerazione che per ora tralasciamo, il punto di fondo dell’articolo di Caracciolo è la condanna netta del regime presidenziale di Putin. È il caso, a nostro avviso, di richiamare lo Spirito delle leggi (1748) di Montesquieu, il vero padre del liberalismo e del costituzionalismo europeo. Vi si afferma, fra l’altro, che non esistono leggi buone per tutti i popoli e che esse devono rapportarsi «al genere di vita dei popoli, agricoli, cacciatori o pastori … alla religione degli abitanti, alle loro inclinazioni … al loro commercio, ai loro costumi, ai loro modi di vita». Se così è, ogni popolo ha il sistema politico che sceglie. D’altro canto, lo stesso Caracciolo ammette che il 55% del popolo russo «pensa che l’unico governo democratico accettabile è quello che corrisponde alle “specifiche tradizioni nazionali russe”». E la minoranza, si chiede sempre Caracciolo, quel 13% di russi «che aspirano alla libertà e allo Stato di diritto», che destino avrà ? La domanda è legittima, perché legittimo è interessarsi delle minoranze perseguitate. Nel nostro caso, però, il ragionamento politico da fare, a nostro avviso, è un altro. Ammettiamo, in teoria, che in Russia sia quel 13% a governare. Sarebbe chiaramente una dittatura della minoranza sulla maggioranza del 55%. È, quindi, più giusto che sia la maggioranza a governare sulla minoranza. Certo qui sorge la questione dei diritti della minoranza che, nel caso della Russia e di tutte le “democrature” e dittature, non sono riconosciuti.


Dunque, se è la nazionalità a determinare un sistema politico, l’Occidente, l’Europa in particolare, deve imparare a rispettare tali nazionalità, ovvero i tratti essenziali di un popolo. Dopo la scoperta colombiana del Nuovo Mondo, un tale riconoscimento della diversità nazionale da parte dell’Europa colonizzatrice non è mai esistito. Colombo e i suoi epigoni pretendevano che gli Indios si convertissero al Cristianesimo e all’occidentalismo, pena la distruzione totale. E di distruzione totale si è trattato! I non convertiti, infatti, erano in genere passati per la spada ed eliminati nei modi più barbari immaginabili. Si arrivò al punto che alcuni coloni europei irrorassero i loro campi con il sangue degli Indios sgozzati! Il misconoscimento della diversità porta a questi eccessi di disumanità e a legittimare le forme di sterminio più crudeli. Ora, si può dire, tutto ciò appartiene al passato. Ma, la storia purtroppo non passa, perché in essa viviamo permanentemente e non possiamo in alcun modo fuoriuscirne. Anche oggi la diversità è rinnegata e si pretende di assimilarla al proprio modo di vivere e di pensare. Purtroppo ancora oggi dobbiamo dar ragione a Montaigne che più di 400 anni fa affermava che «ognuno chiama barbarie ciò che non è nei propri costumi (chacun appelle barbarie ce qui n’est pas de son usage)». Non viene mai in mente a nessuno di considerare relativi i valori della propria cultura. Sicché all’occidentale sembra che i valori della propria cultura siano universalizzabili e pertanto esportabili, come all’islamista, che ritiene possibile l’islamizzazione del mondo, sradicare cioè i valori occidentali della democrazia e delle relazioni interumane, fra cui quelle fra uomo e donna. Oggi a me pare che si stia cristallizzando una fase di misconoscimento reciproco tra i popoli e che, per questa ragione, l’orizzonte della coesistenza stia pericolosamente dileguando. Non viene in mente proprio a nessuno che i regimi politici debbano essere legittimati dai popoli di cui sono l’espressione più diretta e non da istanze politiche esterne ad essi. Perché, se ciò venisse in mente più spesso a governanti e intellettuali, il regime di Putin, ad esempio, sarebbe giustificato, anche se a noi europei può sembrare piuttosto tirannico. E sarebbe apparso legittimo anche il regime dittatoriale della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein. L’Occidente, invece, delegittimando tali regimi, è intervenuto con le armi e spazzato via questi leaders, che comunque riuscivano a garantire una governance adeguata alla cultura dei loro popoli, da questi voluta. Risultato: in questi paesi, ormai è più che visibile, regna l’anarchia più profonda e lo scontro armato tra fazioni ribelli in lotta per il potere centrale. Ovvero, l’intervento armato occidentale non ha prodotto la democrazia o altri valori della cultura occidentale, bensì solo conflitti interni, disordine, confusione e rischi gravi per l’Occidente stesso, dal terrorismo alle continue immigrazioni.
È tempo, a mio avviso, almeno per gli intellettuali occidentali, di liberarsi dagli stereotipi ormai consolidati e giudicare la diversità per quella che è, non già in rapporto alla cultura occidentale, che viene comunque e sempre ipostatizzata. Se a noi europei stanno bene il liberalismo e il costituzionalismo, così come ci sono stati tramandati da Montesquieu e da altri intellettuali dell’Illuminismo, agli altri popoli può darsi che non vadano bene questi valori. Allora, lasciamo liberi i popoli di scegliere le proprie costituzioni, riconosciamo le diversità nazionali, per immetterci così definitivamente sulla strada del riconoscimento, del reciproco rispetto e della pace.


Un’ultima riflessione sulla categoria di “democratura”. Come al solito l’Occidente tende ad espungere dal proprio seno le cancrene che originariamente gli appartengono. In questo caso, la cancrena è per l’appunto la “democratura”. Ma, quale la sua vera origine? Ce lo dice John Feffer, direttore del think tank di Washington Foreign Policy in Focus, in un’intervista rilasciata a Antonello Guerrera : «Se non si fa nulla –dichiara Feffer- per ridistribuire la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, la democratura non sarà più un apparato transitorio, ma diventerà un’alternativa stabile e credibile. E attecchirà anche in Usa, Giappone o Italia. C’è il rischio di diventare tutti piccole democrature» (in «la Repubblica» del 7 marzo 2015, p. 63). Se così è, la questione centrale è allora l’economia globalizzata, la cancrena vera che tale economia porta con sé: la disuguaglianza economica. Ovviamente qui non stiamo parlando di disuguaglianze normali, quali erano descritte, ad esempio, da Rousseau nel Settecento. L’economia globalizzata ha creato disuguaglianze così profonde all’interno delle nazioni e nel rapporto tra di esse, da far assurgere la povertà a tema centrale del nostro tempo storico. Si conta più di un miliardo di persone in condizioni di povertà estrema, cioè in fin di vita e si calcola che nelle nazioni occidentali la classe media tende a dileguare per il suo crescente impoverimento. È chiaro che in condizioni simili i popoli tendono ad optare per politiche di maggiore sicurezza sociale e Welfare più forte in cambio di libertà e diritti soggettivi. Sta succedendo in Ungheria, in Turchia e via dicendo. E nel cuore dell’Europa il sistema politico è in fase di crescente presidenzializzazione. In qualche modo ritorna di moda Hobbes, il cui Leviatano garantiva la vita biologica in cambio della cessione di libertà individuali. Oggi, cioè, tende di nuovo a dileguare il concetto di cittadino e a ricomparire il concetto di suddito, in cerca più di sicurezza che di diritti.


Un tale processo potrebbe essere ostacolato dalle élites politiche che, però, nutrite più da funzionari che da politici veri, non hanno proprio la capacità di comprendere i processi storici in atto, affrontati più con intelligenza tattica che strategica. I rischi reali che la democrazia occidentale corre slittando sempre di più verso le sponde della “democratura” non vengono percepiti, perché la radice di quest’ultima non è stata ancora colta. Ovvero: la povertà. Un esempio? Il Presidente del consiglio italiano ha scelto come consulente economico, anche se a costo zero, un ex-manager della Luxottica, che ha incassato come bonus di buonuscita un assegno di 40 milioni di euro e passa. Ora è chiaro che qui non facciamo i conti in tasca. È il ragionamento politico che ci interessa. Se un governo si affida alla politica economica di un top manager, per quanto bravo, preparato e dinamico che possa essere, si affida pur sempre ad un rappresentante di una politica economica che tende alla massima divaricazione della forbice salariale e stipendiale. Non si può pensare, infatti, che un semplice operaio riceva come bonus di buonuscita una cifra di 40 milioni di euro! Si riproduce, in tal caso, un meccanismo che ha prodotto più che ricchezza, accumulo di ricchezza da un lato e maggiore povertà dall’altro. Un meccanismo che tende, non già a ridurre le disuguaglianze, ma a riproporle e ad approfondirle illimitatamente. Un meccanismo che, in definitiva, produce sulla sponda sociale povertà e disoccupazione, su quella economica recessione e su quella politica “democratura”. Come uscirne? È il problema odierno, ovviamente di difficile soluzione, che però si trova sulla strada della solidarietà, della giustizia sociale e di politiche di Welfare sempre più poderose. Al di là e al di fuori delle ricette nefaste del neoliberismo.

http://domenicolosurdo.blogspot.com/2015/03/democratura-in-russia-una-risposta-di.html

Orsini, Gramsci, Salvini, Nietzsche e la pedagogia

di Emiliano Alessandroni

Anche Alessandro Orsini scivola sulla stessa china ideologica su cui è scivolato Giorgio Agamben e in poche righe manifesta, nella convinzione di aver raggiunto una sorta di celestiale prospettiva super-partes, i tratti peggiori del suo “Edelanarchismus”, del suo “Anarchismo da gran Signore”.

La sua “solidarietà a Salvini” (come se razzismo e xenofobia fossero troppo criticati nel nostro paese e avessero bisogno di un po’ più di solidarietà, mentre dei Mimmo Lucano in fondo “chi se ne importa”) fa il paio con la ripresa delle “tecniche di composizione del testo” di Nietzsche di cui si serve, a suo dire, per criticare la “cultura educativa autoritaria” di Antonio Gramsci.

Dunque, fermiamoci un attimo: per criticare “la cultura educativa autoritaria” di Gramsci (la cui pedagogia, per scrivere simili sciocchezze, evidentemente non ha afferrato) Alessandro Orsini si serve di Nietzsche, ossia dell’autore con la cultura educativa probabilmente più autoritaria di tutta la storia della filosofia occidentale.

“Se si vogliono degli schiavi – e di essi si ha bisogno – si è stolti a educarli da padroni”, scriveva il suo beneamato Nietzsche, ne “Il crepuscolo degli idoli”.

Insomma per criticare la presunta “cultura educativa autoritaria” di Gramsci (di cui tutta la letteratura scientifica in merito è una smentita; cfr. ad es., da ultimo, l’ottimo volume di Massimo Baldacci, “Oltre la subalternità. Praxis e educazione in Gramsci”) si fa ricorso a Nietzsche, ossia a un autore secondo cui l’educazione costituisce un esercizio al dominio, uno strumento per la conservazione o il ristabilimento delle gerarchie naturali che debbono esistere fra gli “Übermenschen” e i “malriusciti”, ovvero fra i “signori” e quelle che egli con disprezzo definiva le “razze decadenti”.

È tuttavia comprensibile che l'”Edelanarchismus” di Orsini, il suo “Anarchismo da Gran Signore” si concili molto meglio con la concezione ribelle/aristocratica di Nietzsche che con il pathos universalistico di Antonio Gramsci, la cui pedagogia, diciamolo chiaramente anche al di là della cattiva ermeneutica che si vorrebbe diffondere, è a conti fatti tutta un’educazione alla libertà e al superamento delle barriere sociali che il mondo capitalistico ha eretto fra gli uomini.

Ma al di là di tutto questo, al di là della sua solidarietà a Salvini, al di là del tentativo di criticare il presunto autoritarismo di Gramsci servendosi di Nietzsche (probabilmente di quello stesso Nietzsche liquido e postmoderno, de-storicizzato e buono per tutti gli usi e i consumi, di cui, attraverso Foucault, si serve anche Agamben), la parte più divertente del post di Orsini è quella iniziale, quando in riferimento a Gramsci scrive: “Il mio è l’unico libro sulla ‘Teoria sociologica classica e contemporanea’ (Utet 2021) che contenga un’esposizione approfondita dei principali aspetti della teoria sociale di quel grande pensatore”.

“L’unico libro”, mi raccomando, non crediate che ve ne siano altri! E diffidate delle imitazioni!

Ora, Gramsci è attualmente, insieme a Dante e a Machiavelli, l’autore italiano più letto e studiato al mondo. Soltanto dal 2014 a oggi (quindi negli ultimi 8 anni) sono stati pubblicati circa 1.200 volumi sul suo pensiero. Almeno 10 volte tanti sono gli articoli e i saggi su riviste scientifiche. Ma sia chiaro, nessuno di essi, secondo Orsini contiene “un’esposizione approfondita dei principali aspetti della teoria sociale di quel grande pensatore”; soltanto il suo libro la contiene. Unico nell’universo per capire Gramsci. Quasi che tutto il lavoro della International Gramsci Society, insomma, fosse tempo perso: bastava leggere il suo libro e l’intera teoria dell’intellettuale sardo era carpita in tutti i suoi principali aspetti.

Ora, io credo che il linciaggio mediatico che Orsini abbia subito per opera di tutto il pensiero filo-atlantista e di giornalisti che sarebbero appena degni di allacciargli le scarpe (e che in altri tempi avrebbero probabilmente fatto i giullari di corte anziché gli opinionisti), sia qualche cosa di inaccettabile. Detto questo, lui potrebbe prestare maggiore attenzione a quello che dice e scrive, cercando di evitare certe uscite e in generale sforzandosi di porsi in una posizione più dialogica che pedagogica, giacché, come insegnava Gramsci, il rapporto fra educatore ed educato è sempre un rapporto dialogico, una relazione dinamica, in cui, secondo quanto scriveva nei “Quaderni del carcere”, “ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro”.

Quando si pensa, invece, di essere l’unico maestro e tutti gli interlocutori i tuoi scolari, si ripropone proprio quella “cultura educativa autoritaria”, cara in realtà non a Gramsci, bensì a Gentile, che Orsini, apertis verbis, sostiene di voler contrastare.



[Il post di Alessandro Orsini si può leggere al seguente indirizzo: https://www.facebook.com/photo?fbid=5138687506227731&set=a.809702392459619%5D

Il Papa è complice di Putin o è libero dal suprematismo occidentale?

di Emiliano Alessandroni

Forse si può compiere un passo indietro per cercare di capire quello che già prima del Papa non soltanto importanti analisti di geopolitica del calibro di Lucio Caracciolo (che ha più volte messo in luce come quella in corso non sia tanto una guerra fra Russia e Ucraina, ma una guerra fra la Russia e la Nato, ovvero fra la Russia e gli Usa che si servono dell’Ucraina unicamente per infiacchire Mosca) ma in sostanza anche la CGIL e l’ANPI, salvo poi essere linciati verbalmente su tutti i media filo-atlantisti, hanno sostenuto.

Un piccolo passo indietro si diceva: il rovesciamento armato e non elettorale del governo Yanukovich in Ucraina, oltre che con un certo protagonismo di militanti banderisti e formazioni neonaziste come Pravy Sektor, è altresì avvenuto nel 2014 con il supporto fondamentale della NED (National Endowment for Democracy), un’organizzazione ufficialmente non governativa americana, ma finanziata dal Congresso degli Stati Uniti che lavora spesso a fianco della CIA (e forse ne è una vera e propria succursale), il cui scopo è quello di “promuovere la democrazia all’estero”, ovvero, secondo la logica statunitense, intervenire negli affari interni degli altri paesi per supportare quelle forze che favoriscono un’estensione della sfera d’influenza americana.

In Ucraina tale organizzazione ha fornito aperto sostegno, secondo quanto ha affermato, alla “Rivoluzione di Maidan che ha abbattuto un governo corrotto che impediva la democrazia”.

La NED costituisce anche una delle fonti di sovvenzione di “Alternativa Democratica”, il partito di Alexey Navalny, oppositore di Putin in Russia.

Tutto questo, dobbiamo domandarci, corrisponde a un sincero amore americano per la diffusione della democrazia o a un tentativo incessante degli Usa di estendere le proprie sfere d’influenza e ripristinare anche in Russia una sorta di nuovo Boris Eltsin pronto a svendere come in passato il proprio patrimonio minerario ed energetico alle grandi compagnie d’oltreoceano? In realtà, nella logica statunitense, le due cose non sono in contraddizione, giacché per gli Usa, che non hanno mai davvero fatto i conti con l’ideologia del “Manifest Destiny” e dell'”eccezionalismo americano”, l’estensione della democrazia e l’estensione delle proprie sfere d’influenza coincidono perfettamente senza scarto alcuno.

Al di là della propaganda russa (al di là quindi della consueta retorica sulla guerra umanitaria, sulla “operazione di pacekeeping” per proteggere le minoranze assediate dal governo tirannico e per democratizzare, ovvero denazificare, il paese), che va giustamente respinta e smascherata come retorica di guerra, ma tenendo comunque conto del quadro delineato sopra, crediamo davvero che l’espansione della NATO nell’Est Europa, sempre più a ridosso dei confini russi, con tanto di arsenali nucleari in grado potenzialmente di colpire Mosca in pochi minuti, non abbia alcuna minima correlazione (che non significa giustificazione politico/morale) con questa guerra, ossia con l’invasione russa dell’Ucraina?

Crediamo davvero che l’espansione militare a Est, che l’avvicinamento degli arsenali nucleari americani alle frontiere del gigante euroasiatico e la recente uscita degli Stati Uniti dal “Trattato INF”, non abbiano mai destato alcuna preoccupazione al governo di Mosca e alla popolazione russa?

Vale la pena ricordare che contrariamente a quanto la nostra stampa ha spesso affermato, in realtà, come ha evidenziato più volte lo stesso Romano Prodi, la Russia anche dopo il 2014 non è mai stata contraria all’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea. Si è invece sempre opposta all’entrata dell’Ucraina nella NATO: richiesta avanzata dal governo di Kiev e quantomeno non negata se non propriamente incoraggiata dal Dipartimento di Stato americano.

Perché questa differenza di atteggiamento da parte della Russia?

Un ultimo aspetto: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal del 3 aprile 2022, il cancelliere tedesco Scholz propose a Zelensky cinque giorni prima dell’attacco di Mosca di rinunciare pubblicamente a entrare nella NATO per scongiurare il conflitto. Scholz avrebbe esortato il presidente ucraino ad accantonare le sue aspirazioni di aderire alla NATO e ad assumere la neutralità come parte di un più ampio accordo di sicurezza nella regione europea. Questo patto sarebbe stato firmato da Vladimir Putin e Joe Biden e avrebbe contenuto clausole per la sicurezza dell’Ucraina. Secondo le informazioni del Wall Street Journal, Zelensky ha respinto la proposta, sostenendo che non ci si poteva fidare di Putin per il rispetto di tale accordo e che la maggioranza degli ucraini era a favore dell’ingresso del Paese nella NATO. “La sua risposta ha lasciato i funzionari tedeschi preoccupati che le possibilità di pace stessero svanendo”, riporta il quotidiano.

Certo, formalmente la proposta di Scholz che, secondo il quotidiano americano, Putin era pronto a sottoscrivere, venne respinta da Zelensky, ma al di là di ciò che è accaduto formalmente un dubbio rimane: il rifiuto è arrivato realmente da Zelensky o da Biden? Si sarebbe mai avventurato Zelensky in una guerra contro l’armata russa senza avere le garanzie della protezione d’oltreoceano? Chi ha rifiutato realmente la proposta del cancelliere Scholz?

Sembra avere ragione Lucio Caracciolo quando afferma che quella attuale è “una guerra per procura” che gli Usa stanno combattendo contro la Russia con la pelle degli ucraini, alcuni dei quali, va aggiunto, sono pronti a farsi usare dagli Stati Uniti per farsi cooptare nel pantheon privilegiato dell’Occidente, del mondo ricco e della razza bianca, in altre parole, del blocco planetario dominante.

Quello che ha affermato il Papa, siamo chiari su questo punto, è allora una giustificazione della guerra? È un’espressa complicità nei confronti di Putin e dell’invasione russa dell’Ucraina? O è un modo, già istintivo per la propria provenienza argentina, di guardare i grandi problemi e i grandi conflitti mondiali con uno sguardo pienamente libero dall’eurocentrismo e dal suprematismo occidentale?

I neonazisti sono i partigiani del XXI secolo?

`di Emiliano Alessandroni

Quella attuale passerà alla storia come la prima guerra in cui, fra le altre cose, formazioni apertamente neonaziste come il “Battaglione Azov” vengono, per fortuna soltanto nello stretto perimetro della propaganda occidentale, chiamate “partigiani” e in cui governi di destra e filobanderisti (celebratori di Stapan Bandera) che rifiutano di condannare in sede Onu la “glorificazione dei crimini e dell’ideologia nazista”, vengono chiamati “democrazie”.

A Di Martedì del 19/04/2022 hanno parlato del titolo di “Guardia” conferito da Putin alla brigata russa che ha combattuto a Bucha. “È la premiazione di un massacro” hanno detto. E se quei soldati sono i responsabili di quel massacro possiamo anche essere d’accordo.

Non è stato però mostrato che poche settimane fa il presidente Zelensky ha premiato Denis Prokopenko con l’onorificenza di “Eroe dell’Ucraina”, il più alto riconoscimento al valore militare.

Prokopenko è il comandante del “Battaglione Azov”, la formazione neonazista accusata di stupri, torture, crimini di guerra e fosse comuni.

Se la premiazione dei soldati russi da parte di Putin costituisce la celebrazione di un massacro, viene da chiedersi, la premiazione di criminali di guerra, responsabili di stupri, torture e fosse comuni, da parte di Zelensky, che cosa sarebbe esattamente? Una celebrazione della resistenza partigiana? Purtroppo sembrerebbe proprio di sì: con il “Ma Putin..”, ci stanno portando dappertutto, con il “Ma Putin” ci stanno piano piano inducendo ad amare persino i neonazisti.