Rifondazione del ’91? Spirito dei comunisti italiani del ’98? O semplicemente, coi piedi per terra nel 2013.

di Luca Rodilosso – da www.ridottiallosso.it

pierpaolopoggioLe ciclicità delle competizioni elettorali a volte risultano divertenti, ultimamente sono abbastanza nauseanti.

Non la competizione elettorale in sé, ci mancherebbe, ma il sentimento di trepidante attesa e angoscia che essa si porta dietro, con speranze di carriera politica dei candidati, o semplicemente speranze di sopravvivenza di svariati comitati elettorali. E uso il termine “comitati elettorali” perché di questo stiamo parlando, oggi, in Italia, per quanto riguarda noi comunisti.

Non siamo grillini, e quindi non perdiamo tempo a farci le pippe sulle diarie si – diarie no; riteniamo che la gestione pulita e corretta di una forza politica, se messa a disposizione di una classe sociale, quella dei lavoratori salariati, ha in sé tutti gli elementi per inserire canoni di valutazione e limiti precisi che fanno la differenza tra una dignitosa remunerazione e l’arricchimento. Da questo dovremmo partire.

Ma per partire da ciò, va fatto un chiarimento preciso su che cosa è la natura di un partito e sul tanto abusato e abusante concetto di “utilità”. Nella mia precedente analisi post-elezioni politiche 2013, ho tracciato il profilo logico, a mio modesto parere, di chi, dal di dentro dei nostri partiti propone soluzioni di “assorbimento” e di “sintesi arbitraria e verticistica” quali le proposte rispondenti alla parola d’ordine “sinistra di governo”. Tali proposte fanno cardine centrale sul concetto di “utilità” per la classe, o più socialdemocraticamente parlando, per i “lavoratori”.

Ma in che cosa consisterebbe questa utilità? Essa si esplicherebbe nella presenza istituzionale, collegata a livello strategico in alleanza con forze propugnanti il capitalismo sociale di mercato, di esponenti del “partito” che con la loro sola presenza fisica, e con un residuo peso elettorale, eserciterebbero una sorta di “pressione psicologica” sull’elettorato del partito alleato più grande – cioé il PD – nel proporre, grazie a indubitate capacità esplicative e di convincimento di singoli esponenti politici, soluzioni “più a sinistra” e incisive nella vita comune dei cittadini, sia elettori dell’area politica considerata “democratica”, sia lavoratori a vario titolo e non solo.

Tale ragionamento si scontra amaramente con l’evoluzione politica di questi 20 anni, dallo scioglimento del PCI nel 1991: nemmeno la prima Rifondazione Comunista, dal 1991 al 2001, con cifre elettorali tra il 5 e l’8%, e comunque autonoma rispetto al campo dell’allora Pds-Ds-Ulivo, è riuscita più di tanto a frenare il processo degenerativo dell’esautoramento della sovranità politica in Italia (come del resto è accaduto in Europa), e il PdCI, nato nel 1998 sull’ipotesi del partito comunista incisivo al governo col centrosinistra, ha avuto il suo più alto risultato nel 2006 col 2,4% dei consensi.

In tutto questo quale e quanta “utilità” ha giustificato il persistere di certe strategie? Sicuramente dei piccoli risultati di “contenimento” dello smantellamento sociale si sono ottenuti, ma come in tutti i processi politici, quali sono i meriti di chi fa pressione da dentro un sistema e di chi lo preme da fuori? Ci sono molte valutazioni che non possono limitarsi a considerazioni su dati locali. Tutte le volte che si pontifica l’accordo nel centrosinistra, vorrei ricordare tutte le volte che siamo stati presi a calci nel fondoschiena. Gli accordi si fanno se si ha forza e se si ha un senso di esistenza. Se no si parla di gruppi di persone e di interesse che entrano dentro formazioni più estese. Ma questo non si chiama partito né tantomeno partito comunista. Si chiama lobby. Ma, siccome la “lobby” ha un meccanismo economico, qua dobbiamo riparametrare il ragionamento con il valore umano, e non economico, dei movimenti di classe che da tale “lobby” dovrebbero essere rappresentati. Non a caso Marx parlava di partito e non di “gruppo di interesse”: senza un contrappeso adeguato all’esterno, i contrattualisti lobbistici interni diventano dei meri ostaggi, pedine e pupazzi in mano a chi ha le vere leve del potere nel paese.

Di fronte a queste considerazioni, i ruoli di chi assedia il palazzo e di chi media dall’interno oggi non hanno più senso, stante anche la mancanza totale di “popolo”, sotto questo “palazzo”. Lo disse lo stesso Diliberto al congresso PdCI del 2011 che “le ragioni storiche di divisione del Prc e del Pdci sono venute meno”. Il problema è che non sono venuti meno i vizi e le modalità di ragionamento in questi corpi organizzati. Si sono cristallizzate, ingessate due strategie che hanno avuto specifiche funzioni, nel ’91 e nel ’98, a seguito di sfide storiche e anche drammatiche. Avevano entrambe un loro senso, allora. Ma le cose cambiano, e bisogna aggiornarsi, non dondolarsi nel cercare quello che al momento sembra la tendenza più “forte” in politica. Si è fatto tutto il contrario invece che “esercitare egemonia”, si è posta davanti la tattica di fronte al senso stesso della propria esistenza politica, dandola per scontata perché, erroneamente, acquisita, congelata, ferma. Ed oggi, per commentare lo sfacelo, gli stessi attori di tale errore di inversione logica usano la pigrizia esemplificatoria e i paragoni vetusti.

Compagni, è inutile nasconderci. Le ultime amministrative del 26-27 maggio 2013 sono l’epilogo definitivo di una cultura ondivaga del Prc e del Pdci. E questo perché proprio la non uniformità territoriale dei risultati, la sostanziale residualità di fondo, testimonia appieno il senso individualistico che il corpo elettorale ha mutuato dentro di sé, con poca proposta e protesta per l’alternativa al governo di larghe intese. E di conseguenza testimonia l’inadeguatezza progettuale e programmatica dei due partiti comunisti che hanno segnato la storia d’Italia degli ultimi 10-20 anni.
Il punto di fondo che rimane è quello di fare questa benedetta unità politica in un solo partito comunista (senza istrioni riciclati e demagoghi pseudo stalinisti); di chiudere con la catena di trasmissione fiduciaria e aprire la segreteria del partito a chi propone idee e progetti innovativi, che guardino a un profilo autonomo sia organizzativamente che elettoralmente dal centrosinistra, ma che siano in grado di parlare a quel mondo e a quell’elettorato, recuperando i milioni di voti di delusi dal Movimento 5 Stelle. Si deve imparare l’arte dell’autofinanziamento, potenziare i canali online, da affiancare a una struttura forte e flessibile come un giunco, a una costellazione associativa che copra più versanti sociali, a una rete informativa coordinata e diffusa.
Chi pensa di rilanciarsi facendosi inglobare con qualche sedia nel centrosinistra, scappa solo dallo sfacelo che ha contribuito a produrre. La ricostruzione è veramente da zero. Non servono scorciatoie, chi va altrove non salva nulla, mentre chi vuol salvare entrambe le storie e la Storia dei comunisti in Italia ha da rimanere dov’è, con spirito costruttivo, propositivo, senza demagogie. Né fortino fuori né gabbia nel castello del centrosinistra. Né Rifondazione del ’91 né spirito dei comunisti italiani del ’98. Una storia veramente nuova, e comunista. Coi piedi per terra nel 2013.

 

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One thought on “Rifondazione del ’91? Spirito dei comunisti italiani del ’98? O semplicemente, coi piedi per terra nel 2013.

  1. al nostro congresso precedente dicemmo che puntavamo alla riunificazione dei due partiti, noi e Rifondazione, ma Rifondazione sul tema non ha mai risposto. Anzi ha fatto un suo congresso successivo al nostro. Sarebbe utile rileggere i loro tre documenti congressuali, con attenzione e rendendosi conto che nel documento Ferrero che ha vinto il comunismo è già una mera tendenza culturale. La cosa che distingue Rifondazione dal Partito di Vendola non sono i contenuti. Sono solo le alleanze. Cioè il rifiuto a priorim, ideologico, di stare in alleanza elettorale con il centrosinistra. Dico ideologico perchè le sconfitte amarissime non li schiodano di un millimetro da questa posizione. A prescindere. Diciamo che il modello lobby è il loro non il nostro, anzi, per meglio dire è quello della riserva indiana.
    Nel frattempo siamo andati incontro ad un’altra amarissima sconfitta elettorale con l’ennesima arcobalenata della “società civile” e dei “movimenti anti partito”. Io sono per un PARTITO COMUNISTA che continui ad esistere come Partito comunista. Le lobby sono tipiche del capitalismo nel suo carattere di ipocrisia liberale.

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