Tesi emendative al documento congressuale del PdCI

EMENDAMENTO AGGIUNTIVO (PARAGRAFO 1bis)

L’AUTOCRITICA COME STRUMENTO NECESSARIO PER RINNOVARE IL PDCI

Il settimo Congresso del Pdci presenta l’autocritica più severa, riconoscendo apertamente ed onestamente che i difetti del partito, a 15 anni dalla sua fondazione, sono numerosi. L’autocritica è fondamento stesso del nostro modo di essere e può essere un fattore di arricchimento del Partito. Ovviamente è necessaria a tal fine una critica onesta, aperta, l’autocritica comunista.

Un’ autocritica che trova il suo fondamento nella chiara separazione tra politico e sociale, tratto distintivo della sinistra italiana sbilanciata verso l’uno o l’altro aspetto, che ha caratterizzato il nostro Partito negli ultimi anni e che ha sempre più allontanato il Partito dalla realtà concreta e vissuta.

Il settimo congresso si celebra all’indomani del disastroso risultato delle elezioni politiche del 24 febbraio 2013, che hanno nuovamente visto il partito e la sua coalizione rimanere fuori dal parlamento nonostante l’aggravarsi della crisi economica che è la più grave della storia del capitalismo, mettendo a nudo i gravi limiti soggettivi dei comunisti e della sinistra italiana, arrivata ad essere un’anomalia al contrario rispetto al protagonismo dei comunisti e della sinistra in tutta Europa. Per la seconda consecutiva volta dalla fine della seconda guerra mondiale nessun comunista siede in parlamento, ove le larghe intese tecniche hanno assunto il profilo politico neoconservatore del governo Letta/Alfano. Al risultato elettorale sono seguite le dimissioni del segretario e della segreteria nazionale. Atto doveroso che non deve rimanere rituale ma sollecitare la più ampia discussione sui percorsi e le scelte degli ultimi anni, al fine di poter avviare il superamento della grave crisi che investe il Partito.

Una posizione giustificazionista ed autoassolutoria del fallimentare risultato non sarebbe utile alla necessità stringente di svolgere una analisi oggettiva e veritiera della nostra azione politica in questi anni.

Se perseverare nell’errore è diabolico, ci siamo riusciti, insistendo in un’impostazione già compiuta nel 2008 con l’esperienza della Sinistra Arcobaleno, pure successivamente da noi stessi considerata molto negativamente

Purtroppo come PdCI, in questi cinque anni abbiamo accumulato solo errori, ritardi, insufficienze e inadeguatezze, consegnandoci alla tattica, al tatticismo esasperato e talvolta alla subalternità, smarrendo visione generale e strategia complessiva.

Si badi bene, Grillo cominciando dal 2007 è arrivato a diventare oggi il primo partito alla Camera. Noi dal 2008 abbiamo solo collezionato sconfitte e insuccessi. La colpa non può essere sempre degli altri. Evidentemente in questi anni non siamo più stati in sintonia con il sentire comune dei lavoratori e delle lavoratrici, con le ansie, le angosce e le speranze del nostro popolo, a cui invece Grillo con il suo populismo è riuscito a parlare ottenendo un successo strepitoso.

Nell’attesa messianica di elezioni che ogni anno dovevano essere anticipate, abbiamo praticamente rinunciato a fare politica e a svolgere un ruolo attivo come comunisti nel paese con proposte e iniziative.

Abbiamo compiuto scelte che alla prova dei fatti e in diverse circostanze si sono rivelate disastrose. All’inizio del governo Monti incredibilmente abbiamo fatto addirittura un’apertura di credito nei suoi confronti.

Eppure dal Congresso del 2008, dopo l’Arcobaleno, ci mettemmo a disposizione di una ricomposizione unitaria dei principali partiti comunisti PdCI-Prc, ancora dotati di una rete nazionale di compagne/i e di strutture, quale primo passo contro la diaspora e la divisione che affligge il movimento comunista.

A questo fine abbiamo orientato il nostro lavoro negli ultimi quattro anni, contribuendo alla nascita della Federazione della sinistra e arrivando alla grande manifestazione del 12 maggio 2012 a Roma, nonostante le tante resistenze anche dei nostri gruppi dirigenti.

La Federazione della Sinistra è stata però varata, con pari responsabilità di PdCI e Prc, come cartello elettorale ed è stata inizialmente costruita per impedire la fusione tra i due partiti. L’idea di federare i due partiti per superare gli sbarramenti e non cimentarli in una discussione strategica unitaria ha determinato un dibattito tra gruppi dirigenti ristretti, interessati solo all’autotutela: ovvero determinati a decidere su se stessi, aldilà e al di sopra di qualsiasi necessità unitaria. Il sistema pattizio che sottostava a quel rapporto ne ha determinato l’implosione di fronte alla divisione sull’unica questione che aveva originato l’unità: le elezioni. Certamente la forma e la sostanza delle esperienze politiche hanno un nesso indissolubile. Il motivo che ha fatto nascere la FdS l’ha fatta morire. E le stesse modalità ambigue che l’hanno tenuta insieme erano falsamente unitarie.

In tale quadro la nostra spinta, seppure ostacolata dalla netta chiusura del Prc, non ha visto una pratica concreta ed efficace nella direzione dell’unità. L’evocazione dell’unità dei comunisti da sola non basta a produrre effetti.

Certamente poi le scelte di linea del PdCI e la scarsa disponibilità e la chiusura del Prc, che non ha avuto il coraggio di aprire ad un confronto pubblico con il centrosinistra sul terreno dei contenuti, che da soli dimostravano l’inconsistenza di ipotesi concrete di alleanze con il Pd, hanno fatto il resto.

L’idea di un patto del PdCI col Pd, che si fa largo nel partito a partire da luglio 2012, è risultata velleitaria ed illusoria, ed è stata smentita dalla situazione concreta, dal governo Monti come dall’art. 18 e dalla controriforma pensionistica, dalla fine del bipolarismo come dalla forza e dalla decisiva influenza del capitale finanziario sui maggiori partiti italiani, a cominciare proprio dal Pd. La decisione del PdCI di partecipare alle primarie di novembre si è rivelata, pertanto, un grave errore, che ha portato al definitivo superamento della Federazione della sinistra e ad una svolta radicale e repentina nella politica del partito, proteso ormai al momento elettorale come unico momento di mobilitazione, nell’assunzione teorizzata di un unico obiettivo strategico: quello del ritorno  in parlamento a tutti i costi.

L’unica vera linea politica che alla fine abbiamo avuto è stata quella di affermare la necessità che i comunisti dovevano tornare in Parlamento e che senza questo sarebbe stata la fine: per assecondare questo obiettivo abbiamo cercato di non disturbare il manovratore non comprendendo che le alleanze sono il frutto dei rapporti di forza e, quindi il PdCI, poteva essere appetibile solo se considerato politicamente rilevante e capace di promuovere un’iniziativa politica autonoma.

Un obiettivo certamente condivisibile ma non esclusivo: tornare in Parlamento era giusto ma non a tutti i costi, senza rinunciare, quindi, alla nostra autonomia e senza accettare alcuna subalternità.

La svolta dell’autunno 2012 ha gravemente disorientato e indebolito il nostro corpo militante. In modo repentino ed eclettico si è passati dall’unità dei comunisti e dalla Federazione della Sinistra alla propaganda per il voto alle primarie, prima per Vendola e poi per Bersani, presentando al Partito un accordo con il PD che alla prova dei fatti, già il giorno dopo la conclusione delle primarie, si è rivelato totalmente inesistente.

Infatti, il Pd ha rimandato al mittente ogni proposta di alleanza, perseguendo il proprio progetto politico che mirava addirittura alla realizzazione di un’alleanza di governo con l’UDC e con Monti. Nei confronti del Pdci nessun accenno neanche di ringraziamento, mentre paradossalmente si è ringraziato il contributo di chiunque altro alla realizzazione delle primarie e della relativa campagna.

Così, a due mesi dalle elezioni il partito si è ritrovato isolato e solo grazie alla disponibilità di una personalità come Ingroia, pur rivelatasi elettoralmente inconsistente, si è potuto rimettere insieme ciò che si era appena rotto. Ci siamo dunque presentati alle elezioni con Rifondazione, ma senza la Federazione della Sinistra, insieme a l’Italia dei valori e ai Verdi nella coalizione di Rivoluzione Civile. Quindi, a un mese dalla precedente svolta, nuova inversione di linea politica, nuovo disorientamento del corpo militante e degli elettori. In Rivoluzione civile, nonostante lavorassimo da 4 anni all’unità con Rifondazione, ci siamo ritrovati in seconda fila, sia dal punto di vista dei candidati che dal punto di vista dei contenuti, oltre che del simbolo, in una campagna elettorale in cui il messaggio della coalizione è stato percepito anzitutto come un messaggio legalitario, importante ma incapace di affrontare adeguatamente la fase di disperazione sociale che stiamo attraversando.

Il risultato elettorale di Rivoluzione Civile (di cui ci assumiamo, per la parte che ci compete, tutte le nostre responsabilità) e con essa dei comunisti e delle forze di sinistra che vi hanno contribuito ha anche delle peculiarità specifiche ed è stato disastroso.

I tempi strettissimi insieme alle scelte sbagliate sulle liste e sui contenuti della campagna elettorale, sono stati i fattori determinanti di questa ennesima debacle che la sinistra registra in questo paese.

Il coraggio straordinario di Antonio Ingroia che va riconosciuto, apprezzato e ringraziato non può annullare il gravissimo fallimento.

La cancellazione dei partiti della sinistra con i loro simboli e i loro uomini e donne,  sostituiti con improbabili e talora improvvisati personaggi della cosiddetta società civile, si è rivelata un errore grossolano.

La costruzione di liste e candidature calate dall’alto senza alcun tipo di radicamento nei territori, è stata un’operazione centralistica e verticistica che in partenza appariva segnata dalla sconfitta.

Da questi risultati bisogna trarre tutte le conseguenze, con una profonda autocritica e un rinnovamento radicale dei gruppi dirigenti e della linea politica del Partito.

Purtroppo, neanche nel 2013 i Comunisti sono tornati in Parlamento, nonostante siano stati sperimentati tutti i tatticismi possibili, a conferma ancora una volta del fatto che la tattica non può in alcun modo supplire alla mancanza di una politica e al deficit di un progetto.

È necessaria, pertanto, un’ urgente e radicale inversione di tendenza per contribuire a salvare un patrimonio culturale, storico e politico che è già alle nostre spalle, perché non l’abbiamo difeso, rinnovato e vivificato come necessario. Ricominciare a praticare l’idea originaria del partito, non come uno qualsiasi dei partiti presenti o come uno strumento qualsiasi, ma come la parte migliore del paese, degli operai, dei lavoratori, degli intellettuali, degli studenti, rifuggendo qualsiasi idea di autosufficienza, di boria organizzativa, di recinti da difendere in nome di chissà quale ortodossia, proprio mentre le condizioni di vita del proletariato italiano, con i salari più bassi d’Europa ed ormai sostanzialmente privo di un vero stato sociale, impongono anzitutto ai comunisti di voltare pagina abbandonando per sempre le strade della propria divisione e della autoreferenzialità.

Il nuovo gruppo dirigente che uscirà dal Congresso dovrà essere l’espressione più alta della capacità collettiva di rinnovare il Partito per realizzare le scelte politiche innovative che il Congresso assumerà.

Dobbiamo aprirci una strada nuova nelle intemperie della crisi, ma non potremo farlo se non guarderemo impietosamente ai nostri limiti politici ed organizzativi. Se facessimo del congresso un momento di autoassoluzione addossando ad altri le responsabilità di una sconfitta storica renderemmo un pessimo servizio alla nostra causa.

La dilapidazione del nostro patrimonio è sotto gli occhi di tutti, ora si tratta di ricominciare urgentemente e pazientemente a tessere il nostro filo dell’unità dei lavoratori e della lotta contro le politiche di austerità e di miseria imposte dall’Europa delle banche e del capitale finanziario. Riprendiamo in mano la battaglia per la difesa e l’espansione dei diritti dei lavoratori e della democrazia, mai così pericolosamente minacciati. Il nostro orizzonte rimane la costruzione del socialismo nel XXI secolo.

MICHELANGELO TRIPODI, FABIO NOBILE, ITALO ARCURI, PAOLO BATTISTA, LUCA BATTISTI, FILIPPO BENEDETTI, ORESTE DELLA POSTA, FABRIZIO DE SANCTIS, LORENZO FASCI, ROSANNA FEMIA, GIOVANNI GUZZO, DANIELA LABATE, GIULIA LOCHE, GLORIA MALASPINA, CLAUDIO MASSIMILLA, SARA MILAZZO, GIOVANNINO SANNA, ISABELLA SARTOGO, MICHELE TRIPODI, SAVERIO VALENTI.

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EMENDAMENTO SOSTITUTIVO DEL PARAGRAFO 24

FINE DEL CENTROSINISTRA, NATURA DEL PD E LA NOSTRA COLLOCAZIONE

Il processo di ristrutturazione capitalistico della società europea non poteva attuarsi senza l’impegno della politica e dei partiti “tradizionali”. A tale riguardo, non si sono registrate differenze significative tra grandi partiti di centrodestra e di centrosinistra. Anzi, la socialdemocrazia europea ha svolto un ruolo decisivo nell’attuazione dei nuovi assetti. L’allineamento di centrodestra e centrosinistra sulle politiche della Ue e della Bce ha provocato in Italia ed Europa occidentale la crisi del bipolarismo, l’emergere di terzi e quarti poli e, soprattutto, l’aumento dell’astensionismo.

In Italia il Pd presenta, accentuate, le caratteristiche di degrado della sinistra europea. Il Pd, in quanto erede del Pds e dei Ds oltrechè del Popolari e della Margherita, nasce fuori dell’ambito socialdemocratico tradizionale, ispirandosi alla liberal-democrazia. Il Pd si è fatto rappresentante, nel corso degli ultimi anni, delle principali tendenze di controriforma a livello politico ed economico. Ma questa deriva era già stata avviata con le scelte in materia di governabilità, con le modifiche della Costituzione e del sistema elettorale, in senso maggioritario e bipolare, con la legge Treu dei processi di precarizzazione, con la riduzione della progressività delle imposte e con spinta alle privatizzazioni, con l’allineamento alla Nato e agli Usa e con l’appoggio all’aumento delle spese militari e all’interventismo militare italiano all’estero.

Soprattutto, il Pd si è fatto difensore dell’euro e del processo di unificazione europeo, rappresentando un fondamentale pilastro delle politiche di austerity. La contrapposizione personalistica a Berlusconi – contro il quale, allo scopo di preservare il bipolarismo, il Pds-Ds-Pd non ha mai affondato il colpo – ha mascherato una durevole convergenza bipartisan sulle questioni decisive, che si è manifestata apertamente con il sostegno al governo Monti e con il governo dell’inciucio Letta-Alfano.

Una parte importante della base e dell’elettorato del Pd sono orientati a sinistra. Ma non sono questi a decidere gli indirizzi e soprattutto la natura di classe del Pd, di cui settori rilevanti del gruppo dirigente fanno ormai parte in modo sempre più organico del blocco moderato e centrista, sia a livello nazionale che euro-atlantico. Il gruppo dirigente del Pd, per quanto diviso, è oggi espressione anche di importanti settori del capitalismo italiano ed internazionale, come dimostrano le politiche europee concretamente portate avanti, il continuo riferimento ai mercati finanziari, la frequentazione di forum come Trilaterale, Bilderberg e Aspen di suoi esponenti come Letta, il ruolo che vi ricoprono uomini come Colaninno, e l’appoggio che organi di stampa, espressione della borghesia internazionale, hanno dato alle ultime elezioni a Bersani e al Pd.

Noi dobbiamo evitare settarismi ed opportunismi, rivolgendoci a tutti i lavoratori, compresi quelli che votano Pd. A questa parte del popolo di sinistra occorre rivolgersi affinché rifletta sullo scivolamento moderato del suo gruppo dirigente. Ma dobbiamo rivolgerci anche a quelli che votano M5S e soprattutto a coloro, sempre più numerosi, che si astengono. Ma se vogliamo fare questo per davvero, riconquistando la credibilità perduta dinanzi ai lavoratori, dobbiamo abbandonare ogni posizionamento subalterno, tatticista, ondivago e incerto.

Nel contesto di un attacco senza precedenti alle classi lavoratrici e di crisi di legittimità della politica tradizionale è imprescindibile assumere una collocazione politica che risulti coerente con la nostra analisi su tutte le tematiche principali, a partire dall’Europa. Una linea politica di questo tipo è, nei fatti, in netta contraddizione con la linea strategica perseguita tenacemente dal Pd a livello nazionale ed europeo.

Tale situazione pertanto, se vogliamo mettere in atto l’autonomia politica e ideologica dei comunisti, rende impraticabile e non credibile, sul piano nazionale, ipotesi di alleanze con il Pd.

Il “centro-sinistra”, almeno così come lo abbiamo conosciuto finora, non esiste più. Il nostro lavoro deve indirizzarsi alla costruzione di un Fronte unitario e di sinistra che raccolga quelle forze che siano realmente disponibili a ingaggiare la battaglia di opposizione contro il nuovo Governo Letta-Alfano e ad avviare finalmente anche in Italia un’iniziativa dal basso sui temi dell’Europa. In questo senso, rispetto all’orientamento del congresso precedente, emerge la centralità dell’impegno sui temi dell’autonomia comunista e dell’unità della sinistra.

SARA MILAZZO, DANIELA LABATE, GIULIA LOCHE, FABIO NOBILE, MICHELANGELO TRIPODI, ITALO ARCURI, PAOLO BATTISTA, LUCA BATTISTI, FILIPPO BENEDETTI, ORESTE DELLA POSTA, FABRIZIO DE SANCTIS, LORENZO FASCI, ROSANNA FEMIA, GIOVANNI GUZZO, GLORIA MALASPINA, CLAUDIO MASSIMILLA, GIOVANNINO SANNA, ISABELLA SARTOGO, MICHELE TRIPODI, SAVERIO VALENTI.

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EMENDAMENTO SOSTITUTIVO AL PARAGRAFO 30

UNITÀ DEI COMUNISTI E FRONTE UNITARIO DELLA SINISTRA

Il movimento comunista italiano affronta oggi una delle più gravi crisi della sua storia ed esiste il rischio concreto che i comunisti vengano eliminati come soggetto politico capace di avere un ruolo attivo nella realtà del paese. Di fronte a questa minaccia e alla forza dell’attacco in atto contro la classe lavoratrice, la sola idea che i partiti comunisti esistenti possano essere divisi o addirittura in competizione tra loro è inammissibile. Dunque, la questione dell’evoluzione e dell’autosuperamento contestuale delle attuali organizzazioni, per dar vita ad un nuovo soggetto comunista unitario, è una questione di assoluta urgenza.

In questo senso noi non ci consideriamo la risposta al problema della ricostruzione del partito comunista in Italia, degno di questo nome e all’altezza dei compiti, né il suo nucleo dirigente predeterminato. Crediamo però di esprimere, oggi, un patrimonio importante di idee ed una rete di alcune migliaia di militanti e di quadri che mettiamo al servizio di un processo di ricostruzione, aperto alle soggettività comuniste, organizzate e non. Non è un’indistinta, generica, “unità dei comunisti” quella che vogliamo perseguire, ma la costruzione di un’unica, nuova organizzazione comunista, di tutte le forze che in Italia si richiamano al patrimonio migliore del movimento operaio e comunista italiano e internazionale. La ricostruzione comunista in Italia è quindi ad una fase cruciale: o la dispersione e dissipazione, o la ripresa di un processo di reale ricostruzione.

Dobbiamo, però, partire dalla constatazione che negli ultimi cinque anni il progetto di unità dei comunisti è stato lanciato molte volte, senza che ci si avvicinasse di un palmo alla sua realizzazione. È ovvio che non è facile realizzare tale unificazione tra organizzazioni e soggetti politici divisi da un quindicennio. Una certa resistenza da parte delle organizzazioni esistenti e dei loro gruppi dirigenti è comprensibile ma non più giustificabile in alcun modo. Rimpallarsi a vicenda le responsabilità della mancata unificazione non ci fa fare alcun passo in avanti. Dobbiamo uscire dalla pura declamazione dell’unità dei comunisti, per corrispondere nella pratica politica alla domanda crescente di unità che proviene da vasti settori di quello che possiamo ancora definire il popolo comunista con e senza tessera.

Ci auguriamo che la crisi induca tutti ad un minore spirito di autosufficienza, e lo diciamo a partire da noi stessi.

In tal senso vogliamo cominciare fin da subito ad agire l’unità dei comunisti e avanziamo questa proposta in primo luogo ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista e della sinistra diffusa che non si riconoscono  più in nessuna organizzazione politica.

L’unità si può fare solo se c’è chiarezza sulla collocazione politico-strategica dei comunisti e se su questa si verifica l’esistenza di una reale condivisione dei militanti.

Da questo punto di vista vanno recuperati all’attualità alcuni principi fondamentali posti all’origine del nostro movimento:

– il superamento del capitalismo e la costruzione del socialismo del XXI secolo quale obiettivo strategico unificante di fondo.

– la completa ed assoluta autonomia politica dalle classi dominanti, ovvero la centralità del conflitto capitale/lavoro che si fa organizzazione.

– l’opposizione senza mediazioni possibili alla guerra imperialista e l’impegno permanente per la pace.

Se vi è condivisione di tali principi tutto sarà possibile e non procedere unitariamente costituirebbe una responsabilità politica imperdonabile verso i nostri referenti sociali.

Nell’immediato, la nostra azione dovrebbe focalizzarsi contro le politiche imposte dal capitale finanziario europeo per mezzo della Bce e dei singoli governi. Un’iniziativa di lotta politica e sociale che punti, cioè, alla rottura dei vincoli e degli equilibri che attualmente regolano l’Unione Europea.

In tale contesto, diventa fondamentale per il nostro futuro tornare ad essere percepiti come utili, tornare ad essere comunisti nella società e nel territorio con tutti i contenuti rivoluzionari che questo presuppone. Siamo consapevoli che se non riprendiamo ad occuparci anzitutto dei problemi delle persone, della loro vita, del loro lavoro, del loro futuro per noi non c’è alcuna prospettiva di ripresa e di rilancio. Occorre tornare a vivere e conoscere il dolore sociale e la sofferenza di milioni e milioni di uomini e di donne, giovani e anziani, che in questo paese non hanno lavoro, non hanno reddito, non hanno un presente e non hanno un futuro e sono costretti a vivere in condizioni di estremo disagio, povertà e disgregazione sociale.

Unità dei comunisti non come fatto nostalgico o passatista, ma come espressione di una necessità urgente frutto delle contraddizioni, delle diseguaglianze e delle ingiustizie di questo inizio di terzo millennio, per promuovere contenuti rivoluzionari di trasformazione economica e sociale, per costruire un nuovo soggetto politico fondato sulla centralità del lavoro e capace di essere considerato  utile e credibile dalle classi sociali che vogliamo sostenere e rappresentare.

Per riuscire a realizzarla nella pratica va intrapreso, da subito, un percorso in tal senso e soprattutto vanno definiti, almeno in linea di massima, i passaggi e i principi di tale percorso. Qui di seguito ne proponiamo alcuni.

L’unificazione non potrà avvenire che attraverso un percorso unitario, democratico e aperto, al quale il Pdci con i suoi militanti si rende fin d’ora disponibile. Quindi nessuna unità pattizia come nella FDS, ma la scelta del protagonismo dei militanti, nelle mani dei quali rimettere tutte le decisioni.

Dobbiamo sapere che quello che individuiamo è un percorso di lotta politica, culturale e organizzativa. Tale percorso è tuttavia urgente e deve avere inizio da quest’anno.

Il processo di unificazione auspica la partecipazione, in primo luogo, delle due principali organizzazioni comuniste, il PdCI e il Prc, ma deve fare in modo di attrarre, su un piano di parità, anche i comunisti al di fuori di queste due organizzazioni, con una particolare attenzione ai molti senza partito e ai moltissimi, che sono fuoriusciti da PdCI e Prc negli ultimi anni. Il recupero del patrimonio di militanza perduto deve essere un obiettivo fondamentale del nuovo partito, insieme e collegato all’altro obiettivo principale: il recupero alla lotta politica dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, degli studenti e degli intellettuali.

L’unificazione dei comunisti è necessaria e possibile. Non possiamo, però, negare l’esistenza di differenze tra le organizzazioni, in qualche caso non di poco conto. Tali differenze sono, in parte minore, il prodotto della sconfitta e della forte offensiva ideologica e politica dell’avversario di classe. In parte forse maggiore, sono la conseguenza della mancanza di un dibattito e di un confronto unitario, nonché della indisponibilità a confrontarci e a fare i conti con i nostri limiti e la nostra storia. Noi crediamo che queste differenze non siano tali da impedire il processo unitario. Crediamo, altresì, che già all’interno del percorso unitario si possa cominciare a costruire momenti di confronto unificanti, partendo dall’analisi della realtà e delle sue modifiche. A questo scopo pensiamo che insieme all’unità d’azione sul terreno della lotta sociale e politica, debbano essere  organizzati seminari congiunti di PdCI e Prc aperti al contributo di tutti i comunisti, di dibattito e approfondimento sui temi principali, dall’Europa, alla forma partito, al sindacato.

L’unificazione dei comunisti è condizione necessaria ma non sufficiente alla ripresa della lotta e alla ricostruzione del radicamento sociale. Anche se oggettivamente l’unità costituisce già maggior radicamento e maggiore credibilità. Alla ricostruzione di un nuovo e unitario soggetto comunista va, quindi, accompagnato il tema della costruzione del Fronte unitario della sinistra. Un Fronte il cui valore fondante sia l’alternativa alla natura e alle politiche dell’Unione Europea e alle sue braccia operative: il PPE ed il PSE. Un Fronte che si costruisca a partire dagli obiettivi di lotta politica e sociale e che sappia, nella chiarezza degli obiettivi ma senza settarismi, allo stesso tempo allargare la sua azione nella costruzione dell’opposizione al Governo Letta/Alfano ed alle politiche di Confindustria. Di fronte ai vari percorsi in campo a sinistra, l’unica via per favorire un lavoro unitario e processi di riaggregazione è definire obiettivi e percorsi di lotta chiari dentro cui sedimentare organizzazione e prospettiva.

Il Congresso straordinario è il primo atto necessario e doveroso per aprire un confronto libero da condizionamenti e per decidere cosa si vuole fare di questa comunità chiamata PdCI, alla quale ci siamo dedicati e per la quale in questi anni ci siamo spesi con passione e generosità conseguendo in talune realtà anche risultati significativi. Prendiamo atto finalmente che non siamo più autosufficienti e che questo richiede l’assunzione di scelte innovative, di svolta e di rinnovamento che finora non abbiamo avuto il coraggio di compiere. Ci rivolgiamo pertanto innanzitutto a Rifondazione comunista per avviare questo percorso.

Non c’è più nessun orticello e nessuna rendita da difendere.

Lanciamo un appello a tutti/e coloro i quali pensano che è possibile promuovere e sviluppare un progetto di unità dei comunisti e della sinistra e sono interessati/e e disponibili ad offrire il proprio contributo per il successo di un tale progetto politico che possa fare tornare utili e credibili i comunisti nella società.

Siamo consapevoli che la nostra crisi non si può risolvere rinchiudendosi in una mera logica identitaria, ma puntando ad andare oltre il PdCI e il PRC.

È un impresa davvero ardua e difficile, ma i comunisti hanno saputo affrontare momenti e situazioni ancora più complesse e proibitive. La presenza di una forza organizzata dei comunisti è necessaria per il Paese e per lo stesso rilancio della sinistra politica e sociale. L’Italia ha bisogno dei comunisti.

FABIO NOBILE, MICHELANGELO TRIPODI, ITALO ARCURI, PAOLO BATTISTA, LUCA BATTISTI, FILIPPO BENEDETTI, ORESTE DELLA POSTA, FABRIZIO DE SANCTIS, LORENZO FASCI, ROSANNA FEMIA, GIOVANNI GUZZO, DANIELA LABATE, GIULIA LOCHE, GLORIA MALASPINA, CLAUDIO MASSIMILLA, SARA MILAZZO, GIOVANNINO SANNA, ISABELLA SARTOGO, MICHELE TRIPODI, SAVERIO VALENTI, FRANCESCO RIZZATI.

 

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