La Serbia: avvelenata e occupata dalla NATO, asservita e immiserita dal FMI e dalla UE

di Enrico Vigna

da http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=738:la-serbia-avvelenata-e-occupata-dalla-nato-asservita-e-immiserita-dal-fmi-e-dalla-ue&catid=2:non-categorizzato

settembre 2015

Prendendo spunto dall’eccezionale reportage dalla Serbia della giornalista russa Daria Aslamova, tradotto e proposto dal Forum Belgrado Italia, dove emerge in modo preciso la situazione della Serbia dei nostri giorni, colgo l’occasione per offrire un ulteriore sguardo sulla situazione. Un paese uranizzato e occupato dalla NATO, comprato e asservito dai “Bankster” del FMI e della UE. Una terra avvelenata per i prossimi 100 anni e forse più; un popolo con una grande e fiera storia, immiserito e umiliato.

La Serbia uranizzata

L’uranio impoverito, questo “innominabile” ma inesorabile killer, a partire dal 1999, anno dei bombardamenti NATO della Jugoslavia, fa strage tra la popolazione serba e kosovara, anche albanese: sì, perché non bada alla nazionalità. Le munizioni sparse dagli aerei dell’Alleanza continuano a seminare morte e lo faranno ancora per molto tempo. In questi anni l’insorgenza del cancro in Serbia è aumentata fino a cinque volte. I casi più diffusi sono tumori del polmone e tumori degli organi riproduttivi. Anche i soldati della Nato sono stati colpiti, soprattutto italiani e portoghesi. In 78 giorni di aggressione le forze NATO hanno bombardato 112 volte il territorio dell’ex Repubblica Federale di Jugoslavia con l’uranio impoverito isotopo U238. Sono state contaminate 91 località, di cui 1 in Montenegro, 9 nel sud della Serbia centrale e addirittura 81 sul territorio del Kosovo e Methoija. Nel 2000 la NATO ammise l’utilizzo di armi contenenti uranio impoverito durante la missione “Angelo Misericordioso” concepita per “portare la pace” in Kosovo.

Il Pentagono non potè nascondere la causa delle morti di cancro di molti soldati in servizio nella regione. Tuttavia le loro denunce sui media hanno costretto nel marzo del 2000 la Nato ad ammettere per la prima volta di aver sganciato nel corso della “guerra umanitaria” circa 31 mila proiettili all’uranio impoverito.
Secondo le statistiche internazionali la Serbia è al primo posto in Europa per il tasso di mortalità e malformazioni per cancro, con una crescita media annua del 2,5 %. I dati sono stati confermati dall’oncologo S. Čikarić, presidente della Lega serba per la lotta contro il cancro, durante il convegno “Attualità in Oncologia”, in occasione del “Mese della lotta contro il cancro”. L’oncologo ha dichiarato che il motivo del crescente numero di casi e di decessi da tumori maligni è dovuto al bombardamento della NATO, durante la quale in Serbia sono state gettate 15 tonnellate di uranio impoverito. Ha inoltre aggiunto che secondo il rapporto sull’evoluzione dei tumori maligni del Registro Tumori dell’Istituto per la salute pubblica “Dr Milan Jovanovic Batut”, nel 2012 il numero totale di nuovi casi ammontava a 36.408, con 21.269 persone decedute. Secondo il rapporto, fra gli uomini il più frequente è il cancro ai polmoni, mentre nelle donne la causa di morte più comune è il cancro al seno.  “Le proiezioni sono terribili ed anche la frequenza dei cosiddetti tumori solidi comincia a crescere su base annuale, del due per cento soltanto nell’ultimo: e visto che il materiale radioattivo rimane sul nostro territorio possiamo solo attenderci un forte aumento dei tumori maligni“. Egli ha inoltre evidenziato che non ci sono ancora i dati per il 2014, ma si prevede che il numero di nuovi ammalati sia di circa 40.000, tenendo conto dei tassi di crescita annui di mortalità. Questo significa che in Serbia per ogni milione di abitanti si scopriranno 5.512 malati di cancro”, ha detto Čikarić. “In Serbia nel 2014 il numero di tumori di nuova manifestazione su un milione di abitanti sarà 2,8 volte più alto rispetto alla media mondiale, il che raffigura una “catastrofe serba”. L’uranio impoverito è in Serbia, e la sua emivita è di circa quattro miliardi e mezzo di anni. La prevenzione primaria e secondaria oncologica, nonché  le cure palliative dei pazienti  si trovano a livelli inesistenti e una delle principali modalità terapeutiche, la radioterapia, sta al livello più basso rispetto agli standard europei. Sono drammaticamente aumentati i casi di linfomi e leucemie, che rappresentano il 5 per cento di tutte le neoplasie, in nove anni la loro frequenza e’ salita del 110 per cento e quella della mortalita’ del 118, questo significa che per questo genere di malattie la frequenza dei decessi e’ salita dall’11 al 12 per cento“. La malattia ha cominciato a far registrare questa espansione sette anni e mezzo dopo la campagna di bombardamenti, ossia nel 2006, e questi non sono i risultati di una ricerca improvvisata ma di un’indagine approfondita che ha coinvolto i dati medici di 5 milioni e mezzo di cittadini.

Nella figura: carro armato colpito da proiettili all’uranio

Anche il quotidiano Vecernje Novosti ha riportato che, negli ultimi anni, nella regione meridionale serba di Leskovac, non lontana dal Kosovo, sono morti più di cento veterani delle guerre degli anni novanta nella ex Jugoslavia, in massima parte ex combattenti del conflitto armato in Kosovo. Le vittime sono uomini di età fra i 37 e i 50 anni, morti al 95% di cancro. “Non passa giorno che la nostra organizzazione non perda uno dei suoi componenti“, ha detto al giornale il presidente dell’Associazione dei veterani di guerra Dusan Nikolic. Ai primi posti fra le cause di morte, ha precisato, figurano il cancro all’intestino, all’esofago, ai polmoni, pochi i casi di infarto.

Il presidente di un organizzazione umanitaria locale serba “Angelo Misericordioso” e medico nel centro sanitario di Kosovska Mitrovica, Nebojsa Srbljak, dice che non ci sono dubbi: Belgrado dovrebbe informare l’opinione pubblica mondiale che la NATO, attraverso l’operazione “Angelo misericordioso” ha portato alla Serbia una drammatica crescita del numero di tumori maligni e di morti. Il numero degli ammalati di cancro inKosovo è cresciuto negli ultimi 12 anni di 200 volte, e la percentuale annua di crescita degli ammalati di cancro è di 2,4%. Per quanto riguarda il collegamento dell’uranio con l’aumento del numero degli ammalati di patologie maligne, secondo Srbljak c’è un dato inequivocabile: prima dei bombardamenti il numero degli ammalati di cancro sul territorio di Kosovska Mitrovica era di 1:10.000, nel 2002 il rapporto si era già ridotto a 1:1.000.

 “In un primo momento abbiamo avuto per lo più ammalati di cancro dei polmoni, dell’età tra i 35 e i 45 anni, mentre prima della guerra le persone colpite erano in genere anziani sopra i 70 anni. Con un’analisi più profonda abbiamo accertato che la maggior parte degli ammalati erano uomini ingaggiati nella difesa del paese sulla direttrice Djakovioca-Pec in Kosovo e Methojia. Che non si tratta di una coincidenza lo conferma il fatto che gli ammalati sono di diversa età, origine sociale, e la maggior parte non aveva in famiglia altri casi simili. Significativo il caso accaduto a un intero reparto di una decina di soldati, che durante i bombardamenti si erano nascosti nel buco di una bomba dal quale usciva un fumo viola. Tutti si sono ammalati entro breve di cancro ai polmoni, e tutti sono deceduti cinque anni fa. La forma più terrificante di questa patologia tra la popolazione kosovara è la comparsa del raro carcinoma giovanile delle ossa, con la morte certa come esito, che viene scoperto nei bambini di 11 anni. Siamo quotidianamente testimoni del sempre più alto numero di varie deformità nei neonati, gli aborti spontanei sono sempre più presenti ed è allarmante l’aumentata sterilità”, ha denunciato il dottor Srbljak, in un intervista alla Radio MRS.

Anche Miodrag Milkovic, veterinario nel sud della Serbia, una delle regioni più bombardate, afferma che vi è la prova che “qualcosa” non va: “Negli ultimi 10 anni ho visto molti vitelli a due teste, agnelli a sei e otto zampe ed altre malformazioni fra gli animali. Le mutazioni sono una cosa normale, ma quando si verificano così tanti casi è un sintomo. La nostra natura è malata e certamente a causa della radioattività del nostro territorio”.

Il sito Gazetaexpress aveva rivelato che le Nazioni Unite avevano nascosto la relazione del capo della missione per il programma spaziale dell’Onu Bakari Kante, nella quale era stato precisato che la NATO aveva lanciato nei bombardamenti del 1999, nel solo Kosovo, 10 tonnellate di uranio impoverito. L’uso dell’uranio impoverito ha conseguenze devastanti sulla qualità dell’aria, della terra, dell’acqua e sulla catena alimentare. Le generazioni future vengono esposte all’insorgenza di conseguenze pericolose e mortali come leucemia, cancro e deformazioni dei feti. La relazione di Bakari Kante sulle conseguenze terribili dei bombardamenti della NATO contro la Serbia non è stata mai resa di pubblico dominio. Alcune parti della relazione sono apparse grazie al giornalista statunitense Robert Parsons, il quale ha svelato che le relazioni sull’uso di uranio impoverito sono state censurate e modificate negli uffici delle Nazioni Unite, come riportato anche dall’agenzia Kosovapress.

L’uranio impoverito è uno scarto della produzione di uranio. Gli Usa ne producono 30 mila tonnellate l’anno. Costruire armi è il modo più facile per smaltirlo, proprio perchè ha ottimi effetti militari.

Contro queste applicazioni vi sono a livello internazionale numerose campagne, che hanno lo scopo di formalizzare in un trattato internazionale la pericolosità di questa sostanza, garantendo così, almeno formalmente un minimo di strumenti giuridici dissuasori in più.

La Serbia immiserita e asservita

Come scrive Nicola Dotto di west-info.eu , la povertà ha il volto della Serbia.In uno studio effettuato su 90 Paesi per classificare i paesi più poveri al mondo la Serbia si colloca al terzo posto. Mentre se si tiene conto solo dell’Europa occidentale conquista addirittura il primo gradino del podio, avendo la percentuale di poveri più alta nel Vecchio Continente. I risultati si riferiscono all’ultima indagine condotta dall’Istituto “Cato” di Washington. L’inchiesta sul calcolo della povertà ha preso in esame 4 parametri: Prodotto Interno Lordo, tasso di disoccupazione, tasso di inflazione, tasso di interesse ed ha assegnato al Paese balcanico addirittura la posizione più bassa. A pesare maggiormente nelle casse dello stato e nella vita dei cittadini serbi è, secondo gli analisti, l’elevato tasso di disoccupazione attestato ultimamente intorno al 29%. Per capire questa disastrosa situazione, si può portare l’esempio di Prokuplje, una piccola cittadina di circa 40.000 abitanti situata nel sud della Serbia, in prossimità del confine amministrativo col Kosovo, a 90 km da Priština e a 30 km da Niš. Secondo i dati ufficiali del governo è la città con il minore reddito pro-capite e lo standard economico più basso dell’intero paese. La popolazione è un mosaico multietnico: serbi, molti di recente immigrazione, profughi dal Kosovo e, prima ancora, dalla Krajna di Knin, rom, romeni e multiconfessionale (ortodossi, musulmani e cattolici). La crisi economica, grave e continua in tutta la Serbia, assume qui caratteristiche particolarmente drammatiche. Le fabbriche sono chiuse, ci sono molti disoccupati, chi non lavora non ha diritto ad alcun tipo di assistenza sanitaria, chi ne ha diritto deve comunque acquistare farmaci e materiale sanitario perché gli ospedali non ne hanno, i bambini muoiono per mancanza di farmaci o per l’alto costo. Un esempio: il vaccino antimeningite per i neonati costa 3000 dinari (circa 36 euro), pari alla metà della paga di un lavoratore dell’industria, di una commessa o del part-time di un insegnante; va ordinato in anticipo e non si è sicuri di acquistare un vaccino attivo, un vaccino scaduto o dell’acqua distillata. Lo stato è assente, la corruzione dilagante, il diritto incerto. La gente è prostrata dalla miseria e dall’impotenza. In questo scenario la povertà colpisce indistintamente tutte le componenti etniche, particolarmente la minoranza rom che rappresenta il 12% circa della popolazione e comprende anche molti rifugiati provenienti dal Kosovo. Le infrastrutture della città sono in pessimo stato, spesso si verificano black-out di elettricità o dell’approvvigionamento idrico, le strutture scolastiche ed ospedaliere fatiscenti.

Nel paese balcanico una volta socialmente all’avanguardia nella regione, la povertà cresce su vasta scala e dilaga. In questo scenario gran parte della popolazione serba ha enormi problemi per comprare i prodotti di prima necessità e pagare le bollette. Secondo i dati del governo serbo il 20% degli abitanti delle regioni rurali sono la parte più povera della nazione: si tratta persone con bassa scolarizzazione, disoccupate, che hanno più di 65 anni e senza pensione lavorativa, mentre le famiglie con due e più bambini sono le più povere. Negli ultimi anni anche i bambini che hanno meno di 14 anni fanno parte di questa categoria della popolazione.
Nel frattempo le differenze tra la popolazione rurale e quella che vive nelle città sono diventate più profonde. Quasi il 10% delle famiglie che vivono nei villaggi è povero, mentre soltanto il 4% della popolazione che vive nelle città lo è.
Le differenze si sono aggravate notevolmente negli ultimi anni. Se si raffronta il comune di Belgrado, il cui tasso di povertà nell’anno 2007 era del 3%, con le zone rurali della Serbia sudorientale, emerge che il rapporto sul tasso di povertà ammontava al 6,2%, mentre pochi anni prima esso era soltanto il 2,9%.

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto statale per la statistica nell’anno 2008 il salario medio nei comuni più ricchi, Surcin, Beocin e Novi Beograd, ammontava a circa 50 mila denari, vale a dire 570 euro. Nei comuni più poveri, Bela Palanca, Bojnik, Svrljig, il salario medio non superava 14 mila denari, ossia circa 160 euro.

Secondo gli ultimi rilevamenti forniti dall’Istituto statistico nazionale della Serbia (RZS) iltasso di povertà in Serbia è al 24,6% mentre i dati delle ricerche internazionali indicano che quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Secondo le statistiche ufficiali in Serbia su 7,3 milioni di abitanti circa un quarto della popolazione, ovvero 1,8 milioni di individui, vive in povertà, e circa il 9,2% della popolazione serba vive al di sotto della soglia di povertà: si tratta di persone costrette a sopravvivere con un salario mensile inferiore a 8.000 dinari, circa 80 euro.180mila necessitano di sussidi per sopravvivere e 370mila pensionati, soprattutto ex contadini, campano con meno di 100 euro al mese. Sono 70mila le famiglie che ricevono assistenza dallo Stato e 50mila i serbi, tra cui 6mila bambini, costretti a rivolgersi quotidianamente alle «narodne kuhinje», mense popolari che sfamano come possono i bisognosi. E i dati preannunciano un aumento di questa situazione nei mesi a venire.

Nella figura: una mensa popolare a Belgrado

Il dato stabilito di povertà nel 2012 (ultimi dati ufficiali), era fissato sotto la soglia di 13,680 dinari al mese per una famiglia mononucleare, a 24.624 dinari per una famiglia di due persone e a 28,728 dinari per una famiglia composta da tre persone, affermano dall’istituto di statistica di Belgrado. Intanto i funzionari governativi dichiarano che per la tanto attesa mappa della situazione sociale del paese, non c’è né personale né soldi.

Una ricerca pubblicata dalla rivista “Analisi e tendenze macroeconomiche” (MAT), ripresa da Serbian Monitor, rivela che il 24,6% dei giovani serbi è a rischio povertà.

Uno degli autori di MAT, l’economista Miladin Kovacevic, sostiene che il tasso di rischio di povertà rappresenta solo una dimensione (quella monetaria) della povertà; il dato serbo è al livello massimo se messo a confronto con quello degli altri Paesi europei. La categoria sociale più minacciata sono i minorenni, con una percentuale di rischio del 30%, mentre la più sicura è quella delle persone con più di 65 anni (19,5%). La sicurezza data dalla pensione viene fuori anche da un altro dato: un terzo delle spese familiari viene coperto dalle pensioni. Secondo Kovacevic, i dati indicano una crescita della disuguaglianza e della povertà.

Anche i dati sulla disoccupazione non confortano: sono 720mila i senza lavoro. Di questi, 100mila sono «over-55», persone ormai fuori dal mercato e che, se non hanno già conosciuto questo destino, precipiteranno presto nei bassifondi della piramide sociale.

Inserisco qui un comunicato inviato dal segretario del sindacato Samostalni dell’ex Zastava di Kragujevac, che penso possa dare un utile contributo di comprensione della reale situazione del popolo serbo.

Kragujevac 31 luglio 2015.

È difficile essere ottimisti in Serbia dopo gli anni di embargo, bombardamenti e successiva transizione che ha portato il popolo alla povertà e lotta per la sopravvivenza.

–          Alla situazione economica difficile hanno contribuito numerose aziende in fase di liquidazione con migliaia di lavoratori che saranno licenziati (Prva petoletka – Trstenik; IMT-Belgrado trattori e motori; Zastava Kamioni – Kragujevac, Filip Kljajić – Kragujevac, 14. Oktobar – Kruševac…). È il lungo elenco di queste aziende che negli anni precedenti erano sovvenzionate dallo stato e che ora porteranno in povertà migliaia di persone. Si stima che ultimata la privatizzazione e chiuse le aziende non privatizzate, altri 40.000 lavoratori rimarranno senza lavoro. Inoltre, si prevede anche il  licenziamento di circa 9000 impiegati negli uffici pubblici. Secondo le ultime informazioni saranno licenziati 1000 impiegati nel settore di istruzione e 1500 nella sanità.

–          La situazione demografica è tragica. Ogni anno la popolazione viene ridotta di 35.000 persone. Questo succede non solo per natalità calata ma anche perchè molte persone se ne vanno all’estero. Soltanto in due anni precedenti circa 1000 medici e infermieri hanno abbandonato la Serbia e già si sentono le conseguenze. Si prevede che l’anno prossimo ci saranno 50.000 abitanti di meno e se continua così, fra 100 anni ci sarebbero 5 milioni di cittadini in meno mentre ora popolazione conta di 7,1 milioni!

L’età media in Serbia è 42,6 anni, il numero dei pensionati è elevatissimo (1,6 milioni), il fondo pensionistico è vuoto, 1,5 milioni di lavoratori versa i contributi non per proprie pensioni ma per quelle attuali…Oltre questo dal budget ogni mese vengono presi altri 350 milioni di euro per le pensioni.

–          Nell’ambiente politico non ci  sono delle novità, il partito del primo ministro Aleksandar Vučić ha ancora un grosso appoggio popolare. Ma il Kosovo rappresenta ancora un grande problema e serve all’Unione Europea per condizionare l’accesso della Serbia all’Unione Europea nel futuro lontano (sempre se la Serbia riconosce lo Stato Kosovo). Il nostro presidente è cosciente della forza ed importanza della Germania e si impegna ad essere il migliore allievo di Tsipras, recentemente ha organizzato per la Merkel un caloroso benvenuto a Belgrado. La Merkel è stata contenta, ha parlato al modo positivo delle attività del governo serbo, innanzitutto delle sue politiche restrittive. Ha dato la promessa che la Serbia sarebbe stata premiata da Bruxelles… Non ha detto però quello che sappiamo tutti qui: che la strada per Bruxelles può essere percorsa solo tramite la ”normalizzazione” dei rapporti tra Belgrado e Priština, un posto del Kosovo nelle Nazioni Unite, la  revisione dell’Accordo di Dayton  relativo alla Repubblica Serba di Bosnia

Il governo serbo è tra i 10 governi peggiori nel mondo secondo il Forum economico mondiale. Dopo la Serbia seguono Libia, Angola, Mauritania…

Durante il mandato del governo attuale il debito della Serbia è aumentato da 16 a 26 miliardi di euro.

Il segretario Samostalni ex Zastava Kragujevac.   Rajko Blagojevic  

  

In compenso il governo ha aumentato il salario minimo: da 92 centesimi a 1 euro all’ora circa.

 “Cerco lavoro”

In Serbia vi è un ulteriore bomba sociale: gli oltre 500mila profughi e rifugiati, la grande maggioranza in situazione di necessità sociale e senza una vita dignitosa.

L’indicatore principale del livello di disagio sociale è l’altissimo tasso di disoccupazione. Come dimostrato dal sondaggio effettuato dall’UNHCR, quasi un terzo dei profughi non ha nessuna occupazione.  Più della metà delle famiglie dei rifugiati hanno il guadagno mensile inferiore è di 123 dollari.Secondo i risultati di un sondaggio, il tasso di disoccupazione dei profughi socialmente in pericolo è del 39 percento. L’unico guadagno o quello principale per la maggior parte dei profughi è la cosiddetta quota kosovara, per tutti quelli che erano occupati nelle istituzioni statali in Kosovo e Methojia, e che, a causa dell’emigrazione forzata, sono rimasti senza lavoro. Quella quota, che è di 8mila dinari, viene ricevuta da circa il 10,2 % dei profughi.

La Serbia occupata

Sono molto complicati i rapporti tra la NATO e la Serbia, e le prospettive future estremamente delicate stante l’intento del governo serbo di adesione, e la radicata ostilità del popolo serbo verso l’alleanza militare occidentale, come ben documentato nell’articolo della Aslamova.

La NATO e la Serbia hanno da tempo costruito livelli di cooperazione e di relazioni stabilizzate, da quando il paese ha aderito al Partenariato per la Pace e al programma del Consiglio di partenariato euro-atlantico nel 2006. Nel mese di gennaio 2015, la Serbia ha accettato di approfondire la cooperazione con la NATO attraverso un piano d’azione di partenariato individuale. Ma restano tre punti delicatissimi, soprattutto per la situazione interna alla Serbia e i suoi eventuali contraccolpi nello stesso elettorato governativo, dove è molto profondo il radicamento di una posizione di estraneità all’alleanza atlantica se non di ostilità. Uno è la questione “indipendenza del Kosovo”, il secondo è la negazione (attraverso il veto della Russia) del seggio Kosovaro all’ONU e il terzo è il nodo della Repubblica Serba di Bosnia. Io penso che sarà attorno a questi tre nodi che lo scenario politico in Serbia avrà una svolta di lungo termine, sia che vada in un senso o in un altro.

Nella figura: un manifestante patriottico serbo fronteggia un soldato USA

Di fatto la NATO ha messo radici profonde nella regione balcanica, dove ormai occupa il territorio e condiziona le varie repubbliche sorte negli ultimi vent’anni. Nella situazione specifica della Serbia, un dato fa riflettere: un generale americano della NATO presiede la commissione governativa serba per la riforma e la ristrutturazione dell’esercito serbo.

La dimostrazione di questo è rappresentata simbolicamente, ma anche militarmente da Camp Bondsteel in Kosovo, la più grande base USA costruita dai tempi del Vietnam.

Ma perché esiste ancora Camp Bondsteel?

Camp Bondsteel è una base militare che fu costruita nel 1999 per ospitare le forze americane subito dopo la fine di bombardamenti sulla Jugoslavia e dopo gli accordi di pace di Kumanovo con il governo jugoslavo di allora. Ci sono 25 chilometri di strade e più di 300 edifici a Camp Bondsteel, circondati da 14 chilometri di terra e barriere in cemento, 84 chilometri di filo spinato e 11 torri di guardia.

E’ così grande che ha tre distretti al suo interno: un centro, un distretto semicentrale e una periferia. Una base che può ospitare fino a 7000 soldati, oltre a migliaia di locali impiegati in essa, con costi di centinaia di milioni di dollari all’anno; nella base c’è il miglior ospedale di tutto il Kosovo, un cinema, una discoteca, tre palestre, locali ricreativi che hanno sale con videogiochi, internet point, biliardo ecc. Ha una cappella con vari servizi religiosi, un enorme mensa, una biblioteca, una stazione dei pompieri, una stazione della polizia militare, un centro dove vengono offerti corsi universitari, bar e pub, un Burger King, un Taco Bell, ristoranti, pizzerie, un negozio di barbiere, una lavanderia, un negozio di sartoria e una sala massaggi thailandese. Tra le varie risposte due hanno solide e chiare motivazioni. Una è economica: i soldati USA restano lì perché la base genera milioni di dollari di profitti per gli appaltatori americani, e i generali dell’esercito, solitamente compartecipi del business, mai hanno chiuso una base, senza che i leader politici lo abbiano richiesto. Alcuni dati concreti: la Brown & Root Services offre tutti i servizi di supporto per Camp Bondsteel, il che include 600.000 litri d’acqua al giorno, abbastanza elettricità per alimentare una città di 25.000 abitanti e un centro di approvvigionamento con 14.000 linee di prodotti, il lavaggio di 1.200 sacchi di biancheria, 18.000 pasti al giorno e il 95 per cento delle strutture ferroviarie e dei campi di aviazione. Essa fornisce anche il servizio antincendio. Brown & Root è il maggiore datore di lavoro in Kosovo, con più di 2.000 albanesi kosovari locali e altri migliaia nei propri libri contabili…con una paga tra 1 e 3 dollari all’ora. L’altra è geostrategica. L’instabilità politica dei Balcani è storica, e gli strateghi statunitensi hanno più volte affermato e che la Serbia, ma non solo, vanno tenute strettamente sotto controllo, senza fidarsi di una sottomissione che potrebbe essere rovesciata negli anni a venire. Nei piani USA vi è l’obiettivo di controllare o perlomeno condizionare il petrolio e il gas dal Caspio e dal Mar Nero, senza dimenticare che la base si trova vicino a oleodotti e corridoi energetici vitali attualmente in progettazione, sia dalla la Russia che dagli Stati Uniti, ci quali sponsorizzano progetti di corridoi alternativi a quelli russi ed eurasiatici. Se proviamo a calcolare quante migliaia di milioni di dollari e interessi geopolitici sono in gioco, possiamo immaginare quanto utile possa essere per gli appaltatori statunitensi, quali la Halliburton Corporation, il principale fornitore di prodotti e servizi per l’industria petrolifera, e la già descritta Brown & Root (una divisione della stessa Halliburton), e gli altri minori, una presenza militare stabile nell’area.

Una barzelletta che gira anche tra gli altri i soldati della KFOR sintetizza il tutto: “Quali sono le due cose che possono essere viste dallo spazio? Uno è la Grande Muraglia cinese, l’altro è Camp Bondsteel…”.

O forse al Pentagono conoscono le parole di un antico poema serbo

Ja sam Srbin –                                     

Io sono serbo, nato per fare il soldato

figlio di Ilja, di Milos, Vasa, di Marko, nostri eroi nazionali,

I miei fratelli sono numerosi, come i grappoli di vigna,

ma essi sono meno  fortunati di me, figlio di una libera Serbia!

Cresco, imparo a cantare e essere soldato alla svelta,

perché c’è chi mi aspetta, gente a cui devo portare aiuto e soccorso,

il mio popolo, il mio paese…la mia patria”.

Una cosa è certa, Camp Bondsteel è un luogo chiave per strategici interventi militari e politici futuri degli USA, attraverso la NATO.

Quale futuro per il popolo serbo?

Ritengo estremamente difficile fare previsioni o analisi, spesso meccanicistiche ma non reali. Le lascio volentieri alle Cassandre che riempiono Internet.  Per cercare di capire come evolverà la situazione del futuro prossimo in questo paese, preferisco stare su fatti e realtà verificabili sul terreno. Dal reportage della Aslamova e dai sintetici dati forniti dal sottoscritto in queste pagine, supportati da documentazione ma anche dalle testimonianze e indicazioni di sindacalisti, giornalisti, attivisti, nostri referenti sul campo in Serbia, penso sia impossibile non evincere una condizione e un sentimento del popolo serbo di profonda sconfitta, di profonda umiliazione, di profonda disillusione, di profondo avvilimento, di profonda impotenza.Come non potrebbe essere così per un popolo che dal 1991 ha subito di tutto: da embarghi, sanzioni, aggressioni, sacrifici, ricatti, promesse e tradimenti, il tutto in una profonda solitudine. Un dato emerge dai convincimenti di chi là vive sulla propria pelle, questa “catastrofe sociale serba”, creata dai bombardamenti e dall’immiserimento ed è la convinzione che attorno ai tre ricatti della comunità internazionale occidentale, indicate sopra: accettazione dell’indipendenza del Kosovo, accettazione del seggio all’ONU del Kosovo e questione della Bosnia serba, si deciderà il futuro del popolo serbo. Senza dimenticare l’aspetto culturale e identitario di un popolo che da 700 anni non si è mai arreso e che ha nell’anima il senso profondo della fierezza, della propria identità nazionale come tratto storico fino ad oggi ineludibile, anche nelle sconfitte temporanee. Intendendo per questo, che, sia che la Serbia andrà nella direzione di una accettazione di fatto dell’occupazione e l’ingerenza totale militare e politica della NATO, sia che il popolo serbo trovi una leadership onesta, fortemente ancorata ai concetti di indipendenza, di sovranità, di interesse nazionali e ribalti l’attuale politica di resa e sottomissione, comunque vada saranno scelte con implicazioni strategiche.

Un dato è certo e verificabile, nel panorama politico serbo: non c’è una leadership visibile, che abbia i connotati sopra descritti, in grado di contrastare e sconfiggere la tendenza governativa che va nella direzione della completa sottomissione agli interessi e dettami occidentali. Questo vale per i partiti politici, per istanze sociali o sindacali; ad onor del vero, può piacere o meno, l’unica figura di opposizione, veramente popolare in Serbia oggi è Vojislav Seselj, leader del Partito Radicale Serbo. Un partito falcidiato da ricatti, pressioni e scissioni, ma che, dal ritorno dall’Aja del suo Presidente, sta risalendo velocemente nei sondaggi, ed è l’unica forza oggi in grado di portare in piazza migliaia di persone. Le sue parole d’ordine sono contro la NATO, contro l’entrata nella UE, contro il Kosovo indipendente, per la difesa delle conquiste sociali attaccate dalle riforme governative, contro le privatizzazioni e svendita delle imprese strategiche serbe, per l’entrata nel mercato economico dell’Eurasia e una stretta collaborazione in tutti i livelli con la Russia. Su questo programma Seselj, impareggiabile oratore e leader carismatico, dall’ottobre 2014 data del suo ritorno in Serbia per motivi di salute, infatti i medici dell’Aja gli hanno dato pochi mesi di vita per un cancro al fegato (dopo 11 anni di carcere al carcere di Sceveningen in Olanda, dove si era consegnato volontariamente  per controbattere le accuse del TPI contro il popolo serbo), è diventato un punto di riferimento anche per molti ex elettori socialisti, disgustati dalle svendite di questo partito dopo la morte di Milosevic; ma anche di tutte le forze minori patriottiche, progressiste e di opposizione. Così come per tutti i popoli slavi, fondamentali saranno anche gli orientamenti della Chiesa Ortodossa Serba, una forza spirituale radicata nel popolo ma anche politicamente influente in tutti gli aspetti della società serba.

La speranza è che una opposizione più pericolosa e vincente nasca nel prossimo periodo dal crescente malcontento dei ceti popolari, il quale non potrà che aumentare ancora, viste le condizioni capestro richieste alla Serbia dalla UE e dal FMI. Una condizione che faccia nascere nella resistenza ai dettami degli avvoltoi occidentali e in uno spirito patriottico, una forza politica unitaria che ridia la Serbia al suo popolo ed ai suoi interessi nazionali, come fu ai tempi del governo jugoslavo di unità nazionale del 1999. Ma questo per ora è solamente un auspicio.

Presidio del Forum Belgrado

 

Parata militare a Belgrado

Manifestazione per l’arrivo di Putin a Belgrado lo scorso anno

Riportare questi dati produce in me un dolore interiore enorme. Da sedici anni sono al fianco del popolo serbo, condividendone le paure, le delusioni, le umiliazioni, ma anche le piccole grandi cose solidali che siamo riusciti a fare come Associazione SOS Yugoslavia-Kosovo Methoija per i bambini dei disoccupati della Zastava, per i figli dei rapiti del Kosovo Methoija, per le vedove di guerra, per i malati di Sclerosi del Kosmet, per le enclavi, per i Padri resistenti di Decani. Tutto realizzato lavorando fianco a fianco con queste donne e uomini serbi dotati di una profonda grandezza d’animo, di dignità, fierezza. Non posso che ringraziarli per la ricchezza interiore ricevuta, cosciente che qui in occidente sono argomenti incomprensibili per la maggioranza.

E’ come quando un bicchiere di sljivovica (liquore di prugne) mi fa ricordare questi anni e tutte le situazioni anche drammatiche vissute insieme. Ecco allora che arriva implacabile la malinconia. Fanno capolino ferite, ricordi, visi, occhi piangenti o sorridenti, strette di mano e abbracci tra fratelli e sorelle. E allora a quel punto mi assalgono mille domande, ma mi dico che non hanno più importanza, perché i miei fratelli e sorelle, i miei compagni serbi sono in ginocchio.

Riporto qui le righe di un grande giornalista, grande perché sempre stato prima di tutto un uomo libero e indipendente, Fulvio Grimaldi. Anche lui ha sempre manifestato una solidarietà fortissima con il popolo serbo.  I suoi filmati e i suoi articoli ne sono la testimonianza. Righe che non hanno bisogno di spiegazioni, solo di molta capacità di “sentire”, capire, senza paraocchi.

“Nel bar di Belgrado, al tavolo di fronte, sola, con una sigaretta dopo l’altra tra le lunghe dita bianche, una donna immobile. E’ sui quaranta e, dunque, non può averle viste tutte. E’ pallida e le ciglia tracciate dalla matita scorrono alte, come usava in decenni lontani, su occhi che non piangono ma sanno di pianti e che fissano qualcosa che non sta nella stanza, ma dentro di lei. I capelli sono lunghi e lisci sulle spalle e hanno una ricrescita di settimane. Ogni tanto guarda la punta della sigaretta, poi la tovaglia, ma sono certo che non vede quello che guarda. Quando rivolge gli occhi per un attimo verso di me, lo sguardo si arena molto prima di raggiungermi. Tutto quello che guarda pare essere chiuso dietro la barriera dei suoi pensieri.   E’ bella ed è stanca. E’ come immersa in un vuoto immenso. Sopra, sulla parete, la classica icona alla bizantina della madonna col bambino. E’ lì da quando sono entrato. E’ lì immobile quando me ne vado, dopo più di un’ora. Aspetta. Che cosa aspetta? La sua solitudine è peggio di Gaza. Credo che si chiami “Serbia”.     (Fulvio Grimaldi)

A cura di Enrico Vigna – Forum Belgrado Italia – SOS Yugoslavia, Kosovo Methoija

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