Il Comune Solidale

Riflessioni sulle possibili prospettive di un nuovo comunalismo, contributi alla discussione

Samuele Garini – Circolo PRC di Lodi

La crisi del capitale, la voragine dentro la quale lavoriamo

Per riuscire ad affrontare meglio una discussione sull’utilità, la prospettiva, il supporto di un Comune Solidale (o meno) nei confronti delle classi lavoratrici, è necessario affrontare il quadro oggettivo dentro al quale  le classi lavoratrici e la Sinistra di classe  sono costrette a muoversi.

solidaleMi limito ad una breve analisi, la quale, ovviamente, necessita di ulteriore studio ed  approfondimento.

Come è stato osservato, e come è stato esposto alla festa R@P (Rete per l’Autorganizzazione Popolare) di Viareggio; la crisi in cui oggi versa il capitale è epocale, in lessico marxiano, sfodera le sue cause antagonistiche, in linguaggio storico, segna la fine di un’epoca. Il sistema capitalistico non ha, in sostanza, la possibilità oggettiva di ritornare ad accumulare profitti in grado di supportare la sua struttura produttiva e sociale. Tale struttura si è venuta a formarsi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ed iniziò a decadere alla fine del Novecento.

La dimensione epocale ha grande significato, poichè implica non soltanto un cambio di economia, non soltanto un generale attacco alla classe dei salariati, ma letteralmente degli interi rapporti di produzione, sociali ed anche esistenziali che saranno costretti a trasformarsi o a sparire, in quanto tali rapporti saranno insostenibili a coniugarsi con la profittabilità del gruppo capitalista dominante.

La trasformazione stessa del mercato, che da nazionale (e quindi soggetto ai governi ed ai singoli Stati), si fa continentale e non soggetto più a Stati, né a strutture democraticamente elette, ma ad un rapporto mercatocratico fra i grandi gruppi finanziari ed istituzioni di governance; implica necessariamente, per quanto ci riguarda come Sinistra di classe, una riflessione acuta, su come organizzarci ed affrontare questa situazione estremamente difficile in cui i lavoratori sono e saranno costretti a trovarsi.

La borghesia, costretta nella morsa dalla sua stessa crisi ad una sempre più assidua competizione interna, muove, nella sua organicità, attacchi pesanti alle classi subalterne, produce e produrrà sempre di più nuove mancanze ai lavoratori, mancanze che prima erano coperte dallo Stato sociale ed assistenziale, costruito grazie alle lotte sindacali e politico-parlamentari, che contribuirono a creare e a mantenere la collaborazione sociale fra classi.

Lo Stato ridurrà sempre di più le sue funzioni, non riuscirà più a sostenere il ‘peso’ della società, tutta la sua ricchezza (e anche quella risparmiata dai lavoratori) dovrà andare nelle casse dei grandi gruppi finanziari per poter sostenere la competizione intercontinentale che si dovrà affrontare nel futuro della crisi globale.

In questa crisi cade la vecchia Costituzione italiana costruita sulla Resistenza; cadono le lotte sindacali, a causa dell’impossibilità di ottenere vantaggi dalla contrattazione ormai resa fittizia dall’instabilità del sistema economico; cadono le battaglie politico-parlamentari della Sinistra; cade la sovranità nazionale; insomma cade un intero mondo a cui eravamo abituati a lottare e a pensare.

Quali prospettive per la Sinistra e per la classe nella crisi?

Ma, dato che siamo comunisti, non possiamo farci prendere dal panico, non possiamo ancorarci ad un passato ormai in decomposizione, dobbiamo saper agire, saper studiare, saper analizzare le giuste soluzioni, o meglio, le giuste azioni da fare in questo drammatico contesto.

Nella lingua cinese la crisi non esiste, una parola sola racchiude in sé i due termini che le sono propri, sciagura ed opportunità. Ciò ha un altissimo significato e ci è di grande aiuto per saper orientare le nostre prospettive politiche. Partiamo appunto da questa parola in salsa cinese, per basare la nostra discussione.

Che la crisi sia una sciagura è assodato e non è necessario un ulteriore chiarimento: quanto detto sopra e quanto viviamo tutti i giorni ci fa ben comprendere questo significato; ma opportunità? Dove la crisi potrebbe essere un’opportunità?

In senso marxiano generale, la crisi è un’opportunità poiché il capitale costringe i proletari a condizioni tali che sono obbligati ad unirsi, organizzarsi e prendere il potere: in altre parole l’opportunità è la Rivoluzione.

Rivoluzione, una parola che fa ridere o tremare, e anche a Sinistra ormai non è più pensata. Ma che senso ha oggi parlarne? E soprattutto è ancora attuale?

Io credo di sì, le condizioni rivoluzionarie, come ci insegnano i grandi del marxismo, non sono date dalla mente delle persone, ma  dalle condizioni oggettive dettate dall’ordine del giorno, sono date perché imposte, non perché volute.  Credo, di conseguenza, che la crisi ci stia dando un’opportunità rivoluzionaria, non immediata ovviamente, ma in prospettiva; credo che la crisi ci stia imponendo una Rivoluzione, ci stia imponendo di essere rivoluzionari.

Come si manifesta però il processo rivoluzionario? Come questa grande opportunità si concretizza? Questo è abbastanza difficile a dirsi in astratto ma possiamo fare alcune considerazioni generali.

La crisi capitalistica colpisce i salari, lo Stato previdenziale e sociale (Scuola, sanità ecc ecc.), e aumenta i prezzi dei generi di consumo e le necessità dei proletari, rendendoli insoddisfabili o, per meglio dire, incapaci di soddisfare i bisogni attraverso logiche e rapporti sociali precedenti, nel nostro caso il rapporto sociale denaro-merce.

Ciò impone quindi due cose, la morte-emigrazione-indigenza oppure una soluzione a questo problema come classe, e la soluzione è inevitabilmente l’organizzazione, il porsi il problema di gestire la vita collettivamente. Da qui si pone il passo successivo, abbattere il potere politico della borghesia, il potere della dittatura del capitale, ed instaurare quello proletario.

Questo problema si è posto nella Russia del 1917. In quel contesto i proletari non riuscivano più a soddisfare i bisogni più elementari, quindi si posero il problema di una nuova forma sociale che fosse in grado di soddisfarli o quanto meno di tentare di attenuarli; si pensò a forme organizzative collettive, i Soviet, che nel loro periodo iniziale, erano organismi di assistenza e solidarietà locale. In seguito riuscirono a diventare un potere sociale ed economico autonomo rispetto a quello dello Stato russo, borghese ed aristocratico. Il dualismo di potere, unito all’azione soggettiva dei bolscevichi, provocò la Rivoluzione d’Ottobre, ma in che modo e per quali motivi si individuò in questi la fonte proletaria del potere?

Cosa ha fatto di loro un organismo rivoluzionario? Osserviamo questi stralci di uno scritto di Lenin sulla Pravda del 9 (22) aprile 1917:

“… La nostra rivoluzione è particolarmente originale proprio per aver creato un dualismo di potere. […] In che cosa consiste questo dualismo di potere? Nel fatto che, accanto al governo provvisorio, al governo della borghesia, si è costituito un altro governo, ancora debole, embrionale, ma tuttavia reale e in via di sviluppo: i soviet dei deputati degli operai e dei soldati. […]

Qual è il suo carattere politico? La dittatura rivoluzionaria, cioé che poggia direttamente sull’azione rivoluzionaria, sull’iniziativa immediata, dal basso, delle masse popolari, e non sulla legge emanata dal potere statale centralizzato. […] Questo potere è dello stesso tipo di quello della Comune di Parigi del 1871. …”

Questa analisi spiega che cosa sia un potere proletario, si tratta cioé di una forma organizzativa che sia la pura e semplice espressione cosciente degli interessi di tutta la classe proletaria, un’espressione organizzativa, la quale coniuga l’aspetto sia politico (la difesa e conquista di spazi di potere) che economico (gli interessi economici della classe), che badi sia all’aspetto particolare, che generale della lotta in corso, ovvero delle condizioni di tutti i proletari, non solo di quelli sindacalizzati o politicizzati.

Ma su quali azioni concrete un potere del genere nasce, si sviluppa, e raggiunge maturità rivoluzionaria? Per mezzo di quali fasi? Inutile dire che il tutto dipende dalle condizioni specifiche della situazione socio-economica, ma questa risposta non chiarisce il senso della domanda. In senso generale, una tale forma di potere nasce se, e solo se, vi sono condizioni oggettive e soggettive le quali, pongono in primo piano il superamento della lotta economica individuale e corporativa, ed in secondo luogo una condizione, nata dalle esigenze, che spinge a svilppuare pratiche, dapprima sporadiche e deboli poi sempre più frequenti e strutturate, che portino i proletari a riconoscersi come un’unica classe con una propria soggettività e una propria volontà, in contrasto con quella della classe dominante.

Uno scorcio di come queste pratiche nascono e si sviluppano ce lo offre sempre Lenin, in un suo discorso conclusivo, tenutosi durante la VII conferenza panrussa del POSDR, è il 7 maggio (24 aprile) 1917:
Concludo richiamando un discorso che ha prodotto su di me la più profonda impressione. Un minatore ha pronunciato un eccellente discorso nel quale, senza usare un solo termine libresco, ha raccontato come essi hanno fatto la rivoluzione. Per loro non si trattava di avere o non avere un presidente, la questione che li interessò, dopo aver occupato i pozzi, fu quella di proteggere i cavi per evitare che la produzione si arrestasse. Si presentò poi la questione del pane, che loro mancava, e si accordarono per trovarne. Ecco, questo è il vero programma della rivoluzione, un programma che non è tratto dai libri. Questa è la vera conquista del potere su scala locale. …”

Si possono comprendere quindi due cose, la prima che il processo rivoluzionario è basato unicamente sui bisogni, da quelli più semplici a quelli più complessi. L’azione che si pone il problema di risolverli in modo tale da superare i rapporti sociali precedenti è rivoluzionaria. La seconda è che questo tipo di processo ha un suo sviluppo iniziale su scala  locale, i territori quindi sono la prima prova su cui si costruiscono nuovi rapporti sociali, la prima forma di unità di classe, la prima espressione di un potere rivoluzionario.

Potrebbe essere questa una prospettiva per la Sinistra di Classe?

Mutualismo: una Storia dimenticata, un possibile futuro

Cosa c’entra il mutualismo con quanto affermato precedentemente? Cosa c’entra il mutualismo con la Rivoluzione? A prima vista nulla e, anzi, sembra proprio il contrario, in quanto, a detta di molti esponenti della Sinistra, rappresenta gli albori               del movimento operaio stesso, la preistoria della stessa idea di classe operaia, ancora legata all’illuminismo o all’utopismo della borghesia progressista.

Quando si parla di neomutualismo a Sinistra, delle esperienze concrete e importanti (come ad esempio l’azione di Emergency in Italia o di alcune forme restaurate di Società mutualistiche atte a creare un reddito in caso di disoccupazione, piuttosto che le azioni del Partito Sociale come i Gruppi d’Acquisto Popolare i GAP, o il dentista sociale), si guarda il tutto con molta diffidenza in quanto è visto come un arretramento dal punto di vista della coscienza di classe e della lotta per i diritti, i quali, secondo l’ideologia dominante a Sinistra, dovrebbero essere garantiti da interventi diretti dello Stato.

In sostanza a Sinistra, il neomutualismo è visto come un ripiegamento dei proletari su se stessi, anziché contro la classe dominante. In altre parole è considerato una sconfitta politica ed economica.

Credo che questo modo di porsi sia sbagliato. Il mutualismo, nella fase attuale, è senz’altro un sintomo di una sconfitta, di una sconfitta non solo politica ma anche economica. Il punto è che la Sinistra non ha mai fatto i conti con questa sconfitta storica della classe operaia, non si è mai posta il problema di analizzarla e di studiarne gli effetti i quali, sono abbastanza evidenti.

L’unità di classe, in grado di avanzare e di difendersi sotto un profilo di lotta

d’ampio raggio s’è rotta, e non solo il lavoratore si è individualizzato a seguito della sua patrimonializzazione del reddito conseguita nel corso degli anni ’70-’80; in più i nuovi proletari, figli dei vecchi patrimonializzati, vivono da una parte in uno stato di benessere (dovuto ai padri) ma dall’altra in un profondo stato di precarietà lavorativa e reddituale. Questo, unito ad uno spogliamento produttivo del paese, che di fatto combacia con un suo sottosviluppo, fa sì che tutte le possibilità di lotta basata su piattaforme rivendicative generali siano insufficienti e talvolta controproducenti per fermare o anche tamponare l’attacco che il capitale sta avanzando. Penso che il mutualismo sia, in questa fase, una risposta vincente per ricostruire un tessuto organico della classe, anche e soprattutto fra i proletari con caratteristiche soggettive diverse. Credo che la Sinistra debba occuparsi dei bisogni della classe in quanto tale, e non concentrarsi unicamente sulle rivendicazioni in corso (le quali vanno comunque appoggiate, sia chiaro). L’autorganizzazione propria del mutualismo rende inoltre evidente un particolare paradosso, ovvero che nei paesi più arretrati e con scarse possibilità d’unità di classe in base ad organizzazioni di tipo sindacale-rivendicativo, il rispondere ai bisogni elementari dei proletari in senso generico fa sì che si preannunci una forma alternativa di società, che si costituisca dal basso una forza in grado di unificare lotta politica e lotta economica, in grado cioé di essere una forza rivoluzionaria. In estrema sintesi è la leniniana teoria dell’anello debole della catena imperialista. Per cercare di comprendere questo concetto è necessario osservarlo nella sua evoluzione.

Vorrei provare ad analizzare il processo storico del mutualismo italiano dell’Ottocento ed inizio Novecento, per cercare di capire come e perché tale pratica sia, nella sua particolarità, rivoluzionaria e superiore rispetto a quelle di tipo prettamente sindacale o istituzionale. Partiamo quindi dall’inizio.

Le prime forme d’organizzazione operaia furono le Società Operaie di Mutuo Soccorso e, sebbene fossero delle associazioni di chiara matrice e cultura borghese, possedevano in sé dei caratteri che costituirono una prima forma d’autonomia e di autogoverno dei proletari. La forma insita nel mutualismo produsse, anche se i promotori erano degli altolocati borghesi, dei rapporti sociali diversi da quelli dominanti. Non solo creò un’organizzazione, ma piccoli preludi di forme d’esistenza e di riproduzione sociale alternative. Esse erano embrioni di una nuova società, pur essendo patrocinati da soggetti di quella vecchia. Questo processo si verificò in particolar modo in Italia, più che in altri paesi, per molteplici fattori, ma in particolare per due essenziali. Il primo fattore era dettato dalle condizioni economiche del paese, profondamente arretrate, le quali non consentivano uno sviluppo dell’industria come nel resto d’Europa, ciò garantì quindi la sopravvivenza per un lungo periodo di varie forme di produzione, antecedenti a quella capitalistica, come ad esempio quella artigianale. L’operaio quindi, non era solo quello del grande opificio, ma anche quello della piccola bottega artigiana. Questo garantì che più gruppi sociali e più professioni sentirono il peso delle condizioni di vita imposte dai ritmi del mercato. Pur in maniera diversa, gli operai trovarono il reciproco interesse di unirsi e fraternizzare in organizzazioni generali, non corporativo-rivendicative (in quanto la scarsa ricchezza generale prodotta e le condizioni di miseria non lo consentivano), ma solidaristico-territoriali, di tipo operaio-generale che raccogliessero tutti i tipi di lavoratori.

Il secondo fattore fu di tipo politico-culturale. La tradizione risorgimentale democratica si basò anche su un coinvolgimento di tipo popolare ed operaio (si pensi al garibaldinismo) per la conquista dell’unità nazionale. Questo fattore, unito alla particolarità delle città (le quali avendo alle spalle la storia degli Stati territoriali e delle corporazioni artigiane, disponevano di propri circuiti economici che, seppur con finalità di sbocchi commerciali nazionali o continentali, erano legate alle svariate forme di produzione locale) permise che fossero slegate nel complesso da una filiera produttiva di scala nazionale e che la vita locale e territoriale assumesse caratteri diversi anche a distanze brevi e più importanti di quelli dei singoli settori economici. Per produrre azioni concrete di solidarietà non era quindi necessario il paternalismo aziendale, dato che non tutti i padroni erano così ricchi o illuminati da poter finanziare tali esperienze, ma il paternalismo cittadino. Tale paternalismo contribuì a non creare una complicità fra operai organizzati e padroni, ma fra operai e la propria Società di Mutuo Soccorso o, al limite, fra operai e la borghesia progressista della città. Questo caso tipicamente italiano fece sì che il processo storico del movimento operaio, fino all’avvento del fascismo, fosse uno sviluppo quasi naturale della democrazia risorgimentale e che il mutualismo borghese non si scontrasse con il movimento operaio di tipo socialista. Quest’ultimo fu un suo sviluppo ulteriore, il quale, pur superandolo, non lo abolì ma lo incorporò consolidandolo.

Le Società di Mutuo Soccorso, per la loro particolare composizione, furono un primo timido esempio di organizzazione proletaria: riuscirono, pur professandosi apertamente contro il conflitto di classe, ad essere una prima coniugazione involontaria di lotta politica e di lotta economica. Esse producevano lotta economica perché erano una risposta alle carenze materiali della classe. In particolare, la mancanza di denaro durante le malattie e gli infortuni (che obbligavano all’assenza dal lavoro).

Esse rispondevano anche alla lotta politica, in quanto creavano non una associazione rivendicativa settoriale (e cioé basata sulla lotta per maggiore salario, ossia la lotta economica), ma una pratica sociale di gestione di uno spazio, che si può definire di tipo politico. Nel senso che, pur non politicizzato, muovendo dall’esigenza di un bisogno generale di classe, conquista una porzione di autonomia, e cioé uno spazio particolare di potere all’interno di una data città, all’interno di una data società. Dal punto di vista della dialettica materialistica, questo dinamica va osservata con molta attenzione, in quanto è analoga ad ogni processo rivoluzionario proletario finora conosciuto.

Dalle Società di Mutuo Soccorso si svilupparono nuovi tipi di organizzazione proletaria, questa volta però, distinte e slegate dalla borghesia progressista.

Le più importanti di queste forme organizzative furono le Camere del Lavoro, le quali, ideate da Osvaldo Gnocchi-Viani, furono inizialmente una risposta al problema del collocamento ed alla qualificazione e riqualificazione della manodopera operaia, in seguito a licenziamenti o a mancanza di lavoro.

Esse si impegnavano a gestire a livello locale la domanda e l’offerta di lavoro, evitavano che il conflitto locale potesse degenerare in scioperi o violenze, fungevano da arbitrato durante le diatribe fra lavoratori e padroni, stipulando la contrattazione.

A prima vista, ciò potrebbe sembrare moderato o addirittura reazionario, in quanto evitavano il conflitto. Vi è da considerare però un fattore molto importante, negli anni ’80-’90 dell’Ottocento, i conflitti erano sempre repressi duramente e non vi erano possibilità oggettive di gestirli in maniera costruttiva; inoltre il proletariato non era né organizzato su scala nazionale, né al suo interno era unito e coeso e spesso tendeva a dividersi o a degenerare nel tumulto privo di prospettive. La gestione delle Camere del Lavoro quindi, proprio perché tendeva ad evitare il conflitto (considerato una sconfitta certa), ma allo stesso tempo ad organizzare il proletariato rispondendo agli interessi della sua parte più estesa, era di classe. Attraverso la gestione non conflittuale si produceva una maggiore coscienza nelle masse in quanto esse riconoscevano come loro interesse l’agire, attraverso il proprio autogoverno per il beneficio di tutti, sia delle parti più arretrate e ancora legate alla lotta individuale, sia di quelle più avanzate. Questa dinamica è decisiva, anche qui la lotta politica e la lotta economica sono coniugate, anche qui gli interessi individuali e corporativi sono superati da un interesse più ampio e generale di tutta la propria classe. Ma qui, a differenza delle Società di Mutuo Soccorso, non c’è il semplice mutuo aiuto, c’è un autogoverno proletario, che si rapporta con una controparte borghese per ottenere dei vantaggi per tutti.

Le Camere del Lavoro in seguito si evolsero con lo sviluppo industriale del paese, e divennero anche strumenti di lotta rivendicativa conflittuale e furono fondamentali negli scioperi. Esse si legarono ad altri soggetti come alle federazioni di mestiere e le cooperative di lavoro e di consumo; furono il centro direzionale ed organizzativo per gli scioperi generali di città e il primo e più importante fu quello di Genova del 1900.

Cerchiamo di capire perché le Camere del Lavoro erano organismi così importanti e così particolari, le quali, sotto l’aspetto rivoluzionario erano superiori rispetto alle federazioni sindacali, ricalcate sul modello tradeunionistico inglese o centralistico tedesco.

Osserviamo cosa scrive a riguardo il liberale Sidney Sonnino sulla Nuova Antologia del 1901:

“…Una delle caratteristiche della nostra più recente organizzazione operaia è quella della costituzione su basi territoriali, piuttosto che quella della specializzazione per industrie. La Camera del Lavoro rappresenta tutti i mestieri di una località; e le Camere si collegano tra di loro. Questa formazione, che è diversa da quella degli inglesi fondata sulla distinzione delle industrie, dà un carattere più politico al movimento; onde una più facile accentuazione della lotta di classe…”

L’analisi del Sonnino è molto acuta e, potrebbe essere condivisa da un marxista ed assomiglia molto alle citazioni di Lenin nel paragrafo precedente. In sostanza cosa si afferma? Si afferma un potenziale carattere rivoluzionario di organizzazioni di questo tipo, un carattere rivoluzionario su scala locale (come in effetti è avvenuto nel 1919 proprio grazie a questa peculiarità italiana, ma mancò la capacità soggettiva del P.S.I. di indirizzarla e darne uno sbocco nazionale rivoluzionario).

Le Camere del Lavoro furono il basamento operativo su cui si strutturarono le cooperative; le quali agirono da indispensabile supporto durante i più duri momenti di lotta in quanto, garantivano lavoro e salario ai proletari in sciopero.

Da tutto questo insieme (SOMS, Camere del Lavoro, cooperative) si strutturò il socialismo municipale, i Comuni socialisti erano nei fatti delle città autogovernate dai proletari, erano dei piccoli mondi che ne prefiguravano uno più grande, basato non sul profitto ma sul bisogno. La prefigurazione di un nuovo mondo si verificava anche nelle formalità, tanto che le giunte socialiste, issavano la bandiera rossa fuori del municipio in segno di conquista.

L’autorganizzazione a livello locale è quindi la prima prova o la prima tappa che i proletari dovranno affrontare e svolgere per poter essere in grado di prendere il potere su scale più grandi. Ciò che viene smentita nell’autogoverno locale è l’incapacità dei lavoratori di autogovernarsi senza un padrone o un governo.

Quindi, ricapitolando, cosa rende un’organizzazione rivoluzionaria?

Dove risiede, citando l’articolo di Lenin; la base della dittatura rivoluzionaria?

Ovviamente non ci sono risposte univoche, e devono per forza di cose tener conto del caso specifico studiato, ma, in linea generale, si possono individuare dei caratteri indispensabili affinché un tale tipo di organizzazione sia capace di prendere il potere. I caratteri indispensabili sono i seguenti e cioé: a ) l’organizzazione deve strutturarsi sulla base dei puri e semplici interessi della classe, riuscendo a superarne le divisioni interne di carattere economico, deve essere la pura e semplice espressione dei proletari in quanto tali; b ) al suo interno non devono vigere i principi del mercato (anche se ne è influenzata comunque indirettamente dall’esterno), deve basarsi sul mutuo aiuto, deve parzialmente abolire lo stato delle cose presenti; c ) deve strutturarsi in modo tale da poter governare e dirigere un territorio, deve essere nei fatti un particolare tipo di potere,  i proletari che la compongono devono essere in grado di gestirla, deve essere un laboratorio dove si costruisce l’alternativa di società, deve essere il socialismo su scala locale.

Il Partito Sociale e la R@P

Come possiamo noi, Sinistra d’Alternativa, porci nell’ottica di sviluppare un simile processo? Cosa dobbiamo fare, oltre che aspettare che la crisi faccia il suo corso e sperare che la classe si svegli? Di esempi storici ne abbiamo molti e quelli citati sono solo alcuni, di esempi contemporanei un po’ di meno, ma sono molto interessanti; vedasi le esperienze in Grecia di autogestione delle aziende chiuse o la distribuzione dei generi alimentari per il popolo. Il problema principale è che ci troviamo, nel nostro caso specifico italiano, in una condizione di profonda arretratezza anche dal punto di vista della coscienza della gente, e questo ovviamente, non aiuta. C’è bisogno di un’azione soggettiva fortemente organizzata, capace di essere sia un esempio, che un supporto per i proletari in difficoltà, questa azione è quella del Partito Sociale. Il Partito Sociale non è né uno strumento per riscuotere voti, né uno strumento per creare egemonia (almeno, non ora); è invece uno strumento di costruzione di pratiche sociali all’interno della crisi, è lo strumento della Sinistra per sviluppare l’autorganizzazione della classe, è la pratica sociale dell’unità di classe. L’azione del Partito Sociale e, in maniera più ampia ed allargata della R@P, è di tipo soggettivo ma, è un prodotto immediato delle date condizioni oggettive in cui le persone vivono in senso generale. La nostra pratica neomutualistica quindi, dal momento che parte dai singoli circoli, deve essere il prodotto delle necessità generali delle persone a livello locale. Il neomutalismo è lo strumento per ricomporre all’oggi l’unità di classe e quindi, la tanto agognata unità della Sinistra, in quanto la base per unire la Sinistra non deve essere né un programma né un accordo elettorale (tanto meno un ennesimo Congresso in politichese), ma una pratica di lavoro comune basato sulla lotta di classe in corso.

Il partito Sociale, quindi, è una pratica comunista in quanto praticandola, si abolisce in piccoli spazi lo stato di cose presente. L’azione dei GAP, del dentista sociale, delle Brigate di Solidarietà, dell’Unione Inquilini, e tanto altro ancora, è una sinergia che va assolutamente promossa estesa ed organizzata. Il problema sussiste, soprattutto nei GAP, perchè oltre ai propri militanti è difficile coinvolgere i proletari nell’autorganizzazione. Di conseguenza, scopo politico di tali pratiche  è il porsi in modo tale da riuscire a superare il rapporto di lontananza e di mancata partecipazione attiva fra i proletari e le nostre iniziative, affinché si riesca a far sì che non soltanto i militanti pratichino il neomutualismo, ma che esso diventi una condizione generale dei proletari in una determinata località. Il riuscire a coinvolgere la classe che viene interessata dalle nostre pratiche lo si può fare soltanto partendo dalle sue reali condizioni specifiche, vi è quindi, necessità di uno studio delle condizioni di classe a livello locale, vi è necessità di lavoro d’inchiesta. Attraverso il lavoro d’inchiesta si possono individuare sia i bisogni, sia le possibili soluzioni per produrre, in un determinato contesto, specifiche pratiche sociali in grado di potersi evolvere e svilupparsi anche per altre situazioni. Il Partito Sociale deve essere capace di insinuarsi e lavorare laddove il Welfare State o le condizioni di patrimonializzazione individuale non riescono più a rispondere a determinate esigenze, ponendosi nell’ottica di crescere e, piano piano, conquistare sempre più spazi per l’autogoverno dei proletari a livello locale. La pratica neomutualistica ha la funzione tanto di lotta economica, ovvero di risposta alle generali esigenze dei proletari, quanto di lotta politica, cioé di formare e promuovere l’autorganizzazione per rispondere ai propri bisogni, prefigurando una maniera alternativa d’esistenza. La R@P, che è una sigla che raccoglie le attività non confinate al solo PRC ma a tutta una rete di organizzazioni di Sinistra o sociali (anticapitaliste), può e deve collaborare anche con altre associazioni, anche se prive di carattere politico o addirittura cattoliche. L’elemento principale su cui si deve lavorare ora, non è tanto l’ideologia o le posizioni politico istituzionali, ma il lavoro effettivamente svolto tramite il neomutualismo. Una lotta intestina, o una indifferenza reciproca fra le varie forme di questa pratica, può solo ledere allo sviluppo di un neomutualismo largo ed efficacie per i proletari. Se in un determinato paese vi sono svariate agenzie di tipo neomutualistico, allora il Partito Sociale, e in maniera più ampia la R@P, ha la convenienza a collaborare con esse, affinché si crei una rete associativa, un tessuto organico su cui si può costruire un nuovo modello di cittadinanza attiva, una nuova forma di vivere e di lavorare. Ciò è dovuto al fatto che la debolezza organizzativa raggiunta oggi dai lavoratori impedisce un’azione chiusa tutta marcata sul dato politico, ma esige una collaborazione attiva fra soggetti, in modo tale da costituire un’azione economica di largo respiro, in grado di presentarsi ed operare realmente come una fattibile occasione ed opportunità per i lavoratori in senso generico, anche per quelli non disposti allo scontro politico. Ovviamente ciò non vuol dire rinunciare alla propria azione politica, la R@P ed il PRC-Partito Sociale sono e devono essere liberi di operare autonomamente e di fare tutta la loro propaganda politica che devono e vogliono. Ma questo non deve essere imposto come condizione di collaborazione con gli altri soggetti che praticano il neomutualismo in una data città. In altre parole significa che si possono fare molte attività politiche da soli, ma tante attività sociali insieme a soggetti che, ideologicamente e politicamente, possono essere anche distanti da noi. Dobbiamo metterci nell’ottica di costruire un qualcosa di simile alle Camere del Lavoro, al loro interno vi erano certo tanti socialisti che facevano lotta politica fuori di esse, ma vi erano anche tanti moderati che semplicemente svolgevano una funzione sociale pura e semplice. Ora non è tempo di scissioni ma è tempo di collaborazioni d’ampio raggio e la R@P, è forse l’unico soggetto capace, di essere il promotore attivo di queste forze, è l’unico soggetto capace di portare l’energia prodotta dal neomutualismo verso nuovi orizzonti e prospettive.

Dalle ceneri del Welfare State, partendo dalle esigenze dei lavoratori (tutti i lavoratori), dobbiamo preparare dal basso una struttura solida in cui i proletari possono organizzarsi, ed avere la possibilità oggettiva di formarsi una primordiale ed incrollabile coscienza di classe, ovvero essi devono riuscire ad essere coscienti di appartenere ad una classe qualitativamente diversa da quella dominante con interessi contrapposti.

E lo Stato Sociale?

Dopo questo ragionamento sul neomutualismo e sul suo significato è lecito farsi le seguenti domande: ma quindi lo Stato Sociale è un ostacolo alla Rivoluzione? Oppure: il Welfare non deve essere difeso poiché strumento di controllo della classe? O ancora: ma il neomutualismo dovrà sostituire l’attuale previdenza sociale? A queste domande, legittime e sensate è giusto apportare corrette risposte.

Partiamo dalla lotta di classe in corso ed osserviamo la sua dinamica, il capitale attacca i proletari e li attacca essenzialmente su tre fronti:
a ) tagli indiscriminati al Welfare State, eliminazione graduale delle garanzie costituzionali come il diritto al lavoro, allo studio ed alla salute, tramite lo stravolgimento delle Carte fondamentali, sottomesse alle esigenze del mercato;

b ) aumento dell’imposizione fiscale sui generi di consumo e sui servizi idro-energetici; c ) abbassamento del salario diretto ed eliminazione graduale del salario differito per le attuali e future generazioni di lavoratori.

Di fronte a ciò, i proletari sono costretti a difendersi e non possono fare nient’altro, attuano difese individuali riducendo loro stessi i consumi e risparmiando sui prodotti, oppure riescono ad attuare difese di tipo corporativo-contrattuale per impedire che, in un determinato settore o in una determinata azienda, non ci siano tagli, licenziamenti, riduzioni di salario ecc. ecc. Queste sono le risposte attuali all’attacco che il capitale fa nei confronti dei lavoratori, e le risposte più evidenti, ma non maggioritarie, sono quelle di tipo corporativistico-sindacale. Ovviamente noi non possiamo ignorarle e dobbiamo tentare in tutti i modi di partecipare ad esse, di promuoverle e di difenderle. Detto ciò, non dobbiamo però farci illusioni, esse non salveranno la classe dei lavoratori e non possono neanche essere un freno alla crisi ed all’attacco in corso; esse non possono neanche essere delle possibili prospettive di un movimento politico generale, in grado di porsi come soggetto rivoluzionario o alternativo. Esse sono delle singole manifestazioni particolari di come la crisi agisce e si muove, non sono lotte che (nella loro specificità) mettono in discussione lo stato di cose presenti anche se, si pongono contro. Si tratta di lotte che hanno l’aspirazione affinché le lancette dell’orologio della Storia tornino indietro; rivogliono lo stato di cose che c’era prima, non lottano per imporre qualcosa di nuovo. Con questo non voglio assolutamente dire che siano reazionarie, ma, semplicemente, sono una reazione corporativa che ha l’obbligo di gestire una generale sconfitta di classe in corso e non può di certo aspirare ad una vittoria sul processo di riassetto capitalistico in atto. Esse quindi, prese singolarmente, sono esclusivamente lotte economiche. La lotta economica, come ci insegna Marx in Salario, prezzo e profitto, è sconfitta già in partenza, ma essa, è indispensabile farla per due motivi:

a ) chi la sta facendo è perché non può fare altrimenti per sopravvivere, chi la sta facendo pratica quindi lotta di classe; b ) perché tramite la sconfitta di tale lotta, è possibile trarre degli insegnamenti utili per promuovere ed organizzare la lotta successiva che è la coniugazione di lotta economica e lotta politica.

Di conseguenza la tematica della difesa dello Stato Sociale non va né considerata assoluta o indispensabile (in quanto così si è legati esclusivamente ad un tipo Stato creato e distrutto dal capitale stesso, e ciò se non siamo capaci di superarlo ci    porterà a morire con lui); né inutile o priva di prospettive (in quanto i proletari hanno necessità comunque di difendersi, e ciò può contribuire a sviluppare in loro, nella pratica di tale difesa, i presupposti per il salto di qualità successivo, quello della questione del potere). Vi è da aggiungere un’ultima riflessione in merito. Il neomutualismo di per sé non potrà sostituirsi all’attuale Stato Sociale di un regime di tipo capitalistico, per due motivi. il primo è dovuto al fatto che da soli, il neomutualismo e la neocooperazione sebbene possano fare molto, non riescono a sostituire grandi complessi di servizi costosi (come un’intero sistema sanitario) senza porre e mettere in discussione la questione del potere; il secondo motivo è dovuto da una serie di impedimenti di ordine legale che non permettono, allo stato attuale, di sprigionare a pieno le forze potenziali di questi sistemi di produzione e riproduzione sociale. Questo ci deve rendere quindi consapevoli di due considerazioni. La prima è che la strada neomutualistica, sebbene sia l’unica praticabile ed attinente alle esigenze dello scontro in atto, non può sostituire il precedente sistema assistenziale e quindi non può ripristinare le condizioni di vita perdute; la seconda è che, in forza della prima, siamo costretti a pensare e a porre la questione del potere in parallelo allo sviluppo di tali pratiche neomutualistiche, con l’obbiettivo di estenderle ed imporle come generali, le prime sperimentazioni di questo obbiettivo sono praticabili a livello locale.

Riepilogando, elenchiamo in forma sintetica i concetti principali sui quali abbiamo ragionato precedentemente: a ) lo Stato Sociale e le condizioni precedenti di vita non possono essere salvati, ma saranno devastati dall’attacco del capitale in corso; b ) lo Stato Sociale e le condizioni precedenti di vita devono essere comunque difesi dall’attacco appunto perché non più repristinabili una volta abbattuti;

c ) laddove lo Stato Sociale e le condizioni precedenti di vita non riescano più a supplire alle esigenze della gente, si devono sviluppare pratiche neomutualistiche;

d ) il neomutualismo non potrà sostituire lo Stato Sociale e le condizioni precedenti di vita in quanto ciò comporterebbe la questione della presa del potere, quindi la pratica neomutualistica è, se portata avanti, rivoluzionaria, se bloccata indietro, reazionaria; e ) le prime sperimentazioni sulla questione della gestione del potere possono essere ottenute su scala locale. Il Partito Sociale e il neomutualismo, inoltre, possono essere utilizzati anche nel supporto delle lotte in corso per la difesa dello Stato Sociale o di posti di lavoro, tramite il rifornimento di generi alimentari durante le occupazioni ad esempio. Vi è da dire però che le due realtà non possono essere integrate, dove c’è l’uno non può esserci l’altro. Si tratta di due sistemi appartenenti a due mondi diversi: lo Stato Sociale rientra nel montesalari quindi è ancora un prodotto diretto del capitalismo, mentre il neomutualismo rientra nelle pratiche alternative d’esistenza, è il germoglio d’un mondo nuovo che sta nascendo, il quale va tutelato e fatto crescere.

Il senso del Comune Solidale

Il ragionamento sul Partito Sociale, sul neomutualismo e sulla difesa dello Stato Sociale ci serve per comprendere a pieno il senso del Comune Solidale.

Partiamo dall’ultima considerazione, e cioé che il neomutualismo e lo Stato Sociale non sono integrabili. Lo Stato Sociale è una conquista economica strappata dal capitale e comunque sempre elargita da esso stesso, di conseguenza la sua esistenza implica la negazione della Rivoluzione proletaria, ma la sua eliminazione ne implica una sua affermazione. Quindi lo Stato Sociale, che è in sintesi una forma diversa di salario (il montesalari appunto) è nella sua particolarità una forma specifica di dominio della borghesia sui proletari, in quanto li mantiene. Il neomutualismo, invece, nasce come negazione dello Stato Sociale, è una forma di produzione e riproduzione sociale slegata dal punto di vista della sua gestione e organizzazione, dalla borghesia, dal capitale. Di conseguenza possiamo affermare che se la difesa del Welfare State e delle condizioni precedenti di vita sia una difesa che appartiene ad una guerra di posizione, lo sviluppo delle pratiche neomutualistiche sono un tipo di difesa che appartiene ad una guerra di movimento in quanto si costruiscono nelle retrovie pratiche che possono essere sia di supporto logistico alla guerra di posizione sia alternative ad essa, in grado di costruire nuove e più durature difese per condurre alla vittoria. Questi due mondi, queste due azioni, le quali possono collaborare ma non possono essere integrate, necessitano di un coordinamento generale e, in specifico, un coordinamento su scala locale, in quanto le due azioni assumono particolari forme e connotazioni a seconda delle singole località. Questo perché il capitale non attacca allo stesso modo in tutti i luoghi e, se in un Comune può esserci ancora una forte ossatura di Stato Sociale, in un altro invece può esserci una spoliazione quasi totale. Perciò, mentre nel primo vi è necessità di organizzare meglio la difesa del Welfare esistente e di una pratica di piccolo raggio di azioni neomutualistiche; nel secondo vi è invece urgente necessità di sviluppare pratiche neomutualistiche in grado di organizzare e difendere la vita dei proletari che altrimenti sarebbero condannati a condizioni di vita drammatica. L’azione in un Comune, nella sua specificità territoriale, assume, nella difesa dei proletari come classe generale, importanti ruoli di coordinamento e di decisione delle posizioni politiche da adottare per garantire una massima efficienza di tenuta e di sviluppo, di pratiche e di teorie per una nuova unità della classe su scala locale.

Per chiarire meglio, proviamo ad adottare un ragionamento di tipo dialettico-materialista elementare. Assumendo il neomutualismo e la R@P come tesi, possiamo affermare che esse sono la primitiva manifestazione di una evoluzione dell’avvenire ancora troppo debole e sporadica, non ancora coordinata per potersi imporre come forza in grado di ricostituire, solo con le sue capacità, un’unità della classe, quindi una prospettiva rivoluzionaria o quanto meno alternativa generale. Lo Stato Sociale e la sua difesa, invece, possiamo assumerli come antitesi e cioé come negazione delle pratiche precedenti, ma che sono indispensabili allo stato attuale per la difesa delle condizioni di vita dei proletari. Esse sono comunque una forma di lotta di classe e tale forma è indispensabile affinché si possa sviluppare un’unità organizzativa della classe. Il Comune, l’azione politica locale, è a mio avviso la sintesi fra le due pratiche di difesa, poiché da una parte oppone allo smantellamento del Welfare una lotta di tipo istituzionale, ma anche di movimento; e perché dall’altra il Municipio è uno strumento che permette la promozione e l’unità delle differenti pratiche neomutualistiche, ed è in grado di darne un coordinamento affinché si raggiunga, a livello territoriale, una forma d’autogoverno dei lavoratori, una specifica forma di potere su scala locale. Quindi possiamo affermare che la politica, a livello municipale, deve assumere nella Sinistra d’Alternativa un ruolo centrale nel dibattito. Il Comune deve essere utilizzato per produrre degli argini alla crisi, questo è, a mio avviso, il senso del Comune Solidale.

Ovvio che dopo quanto dedotto dalle considerazioni precedenti, il Comune Solidale non va inteso assolutamente come una soluzione definitiva della crisi, tanto meno come una propaganda con scopi elettoralistici atta a ridare fiducia nella Sinistra ormai ridotta ai minimi termini.

Il Comune Solidale è una proposta concreta di lavoro, è un’azione politica ampia, differenziata in ogni località ma con un obbiettivo unico, quello di fare del Comune lo strumento dei lavoratori per la loro autorganizzazione.

Con queste considerazioni e con queste logiche bisogna, saper individuare le alleanze giuste, specifiche ed opportune per poter produrre a livello municipale queste azioni concrete di difesa. Qui ovviamente cade il discorso su con chi bisogna allearsi e con chi no; ogni caso è a sé e va esaminato nella sua particolarità.

Per quanto riguarda il nostro circolo, partendo dal lavoro svolto precedentemente nelle giunte di centrosinistra e, partendo dal ruolo essenziale di un nostro assessore alle politiche sociali in quelle giunte, abbiamo ritenuto opportuno rinnovare l’alleanza con il Partito Democratico. Nel frattempo, abbiamo costituito una lista chiamata appunto Lodi-Comune Solidale, formata da tutte le associazioni e gli operatori che lavorano nell’assistenza ai bisognosi, anche e soprattutto con elementi cattolici. Gli scopi della lista sono dichiaratamente sia quello di difendere con ogni mezzo il Welfare esistente, come il fondo sociale anticrisi, che quello di sviluppare pratiche innovative di neomutualismo ed arrivare ad uno ‘Stato Sociale Autogestito’ tramite ad esempio l’autocostruzione delle abitazioni popolari da parte degli inquilini. Ciò che bisogna fare, in poche parole, è difendere ed organizzare i proletari, creare a livello locale strumenti di lotta economica ampi in grado di poter sviluppare, dapprima in forma larvale e poi in forma sempre più strutturata, l’autogoverno dei lavoratori a livello municipale.

Ovviamente per riuscire a produrre queste attività interessanti non bastano le buone intenzioni o intuizioni, è necessario un lavoro sociale attivo. E’ necessario un lavoro sociale d’inchiesta, più che altro per capire quali siano concretamente le reali condizioni in cui versano i proletari in una data località. Bisogna capire come essi affrontino la crisi in atto a livello individuale e, quali attività, a livello organizzato possano essere proposte per riuscire a realizzare la loro autorganizzazione.

Non è un lavoro semplice ed è probabile che nel cammino si facciano molti errori di valutazione, appunto perché i primi ad essere inesperti siamo proprio noi, le avanguardie. La Sinistra ha guardato per troppo tempo solo a se stessa, ai suoi problemi interni, e non si è mai posta il problema di come la classe, i proletari siano mutati fuori. L’unico modo per riuscire a superare questo deficit è buttarsi e affrontare la realtà, ragionare non su quali accordi elettorali fare, ma su quali attività fra i proletari fare; ragionare non su quale sindacato appoggiare o iscriversi, ma su chi sia disposto nei sindacati a lavorare con noi su questo fronte.

La Sinistra ha un’unica possibilità dinnanzi a sé, ritornare ad essere di Classe, praticare azioni concrete che permettano di sviluppare teorie efficiaci su cui muoversi; come diceva Mao Tze-Tung :

“…Le idee giuste non cadono dal cielo, ma nascono dalle pratiche sociali…”

Cerchiamo di tenerlo costantemente a mente e di agire di conseguenza.

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