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DOPO LA GBU-43 DI TRUMP: NO ALLE BOMBE DEL DOTTOR STRANAMORE! RICOSTRUIRE IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA

Segreteria Nazionale PCI

Il dottor Stranamore ha sganciato la bomba. Donald Trump, il presidente del più potente Stato imperialista – gli Usa – che in questi anni ha versato il sangue di centinaia di migliaia di civili inermi, oggi dà dell’animale ad Assad mentre in poche settimane bombarda lo Yemen e la Siria; minaccia non tanto velatamente Mosca e Pechino; rafforza la presenza navale militare USA nei Mari del Sud della Cina; stanzia altri milioni di dollari per trasformare le squadre nazi-fasciste a Kiev in uno strutturato esercito filo americano di repressione e conquista dell’Ucraina; prosegue le politiche “golpiste” già messe in campo da Obama in America Latina; invia la propria “armada” navale nei mari della Corea del Nord. Ed ora – per terrorizzare i nemici e l’intero mondo – giunge a far esplodere in Afghanistan una bomba GBU-43 di 11 mila tonnellate di esplosivo, seconda sola alle bombe atomiche. Siamo già all’orrore. Ci chiediamo: quanti morti, quanta distruzione in Afghanistan dalla GBU-43? Lo sapremo mai? Lo riveleranno mai i media occidentali asserviti ai voleri imperialisti?

Trump alza i toni. Qualcosa di profondo è accaduto  perché – oggi – una nuova guerra mondiale non sia solo una minaccia evocata “follemente” da un presidente Stranamore, ma un verosimile progetto di una parte considerevole e oggi dominante dell’establishment USA e della NATO mondializzata.

Il punto è che gli USA, sul piano dell’egemonia economica mondiale, avvertono il proprio indebolimento e il proprio declino; il punto è che non sanno come reagire, ad esempio, al titanico progetto cinese di sviluppo economico – che per realizzarsi non può che essere pacifico ed emanatore di pace mondiale – delle “Nuove Vie della Seta” che dai Mari del Sud della Cina si dispiegano per il mondo. Il punto è che gli USA rispondono alla loro crisi di egemonia inviando nuove navi di guerra in quei Mari del Sud e in Corea del Nord, aprendo il fuoco e la minaccia di guerra sul piano  planetario.

Davvero, la crisi è profonda e la guerra mondiale una concreta possibilità.

Mai come ora il primo obiettivo è la lotta contro la guerra, la mobilitazione di massa per la costruzione della pace.

La realtà delle cose si impone sopra ogni eventuale e residua ipocrisia; non vi possono essere più dubbi, da parte di nessuno: il primo nemico della pace nel mondo, il primo nemico dei popoli è l’imperialismo USA. Da qui occorre partire, anche nel nostro Paese, per ricostruire un’alleanza vasta e militante tra comunisti, forze della sinistra, democratiche, sindacali, intellettuali, religiose, al fine di rimettere in campo un movimento di massa contro la guerra che il terrorizzante urlo imperialista nel mondo richiede.

Per il PCI questa è l’ora, non rinviabile.

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La Cina prevalentemente socialista del 2017

L’elemento e la notizia eclatante che va innanzitutto sottolineata è che, stando ai dati forniti dall’insospettabile istituto Euromonitor e pubblicato persino dal Corriere della Sera, il salario medio degli operai e delle “tute blu” cinesi è triplicato, è aumentato di tre volte dal 2005 al 2016, quasi raggiungendo la retribuzione percepita nel 2016 dagli operai portoghesi.

Si tratta di una notizia e novità clamorosa fornita tra l’altro da fonti insospettabili, su cui tuttavia gran parte della sinistra politica e sindacale italiana ha steso un clamoroso – ma spiegabilissimo – silenzio, allo stesso tempo imbarazzato e pietoso.

Ma vi sono informazioni interessanti che interessano e/o provengono da Pechino negli ultimi mesi.

La questione della natura socioproduttiva della Cina contemporanea ancora una volta è stata risolta in senso prevalentemente socialista e collettivistico, proprio dall’insospettabile rapporto della rivista statunitense “Fortune” – arciborghese e anticinese – sulle 500 più grandi imprese mondiali nel corso del 2015.

In tale report emerge come le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

Tali aziende cinesi a proprietà statale o municipale sono:

–          State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;

–          China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;

–          Sinopec Group quarto posto nella classifica Fortune, fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;

–          Industrial and Commercial Bank of China, quindicesima nella lista Fortune, con 167 miliardi di dollari di fatturato;

–          China Costruction Bank (22° posto in classifica), con 147 miliardi di dollari di fatturato;

–          China State Costruction Enginering (ventisettesimo posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;

–          Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;

–          Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;

–          China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.

Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento; un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.

Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.

Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse quindi sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.

Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo almeno superiore ai 20 miliardi di dollari e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.

Ma non solo: passiamo ora ad esaminare un azienda cinese come la gigantesca Huawei, che quasi sempre all’interno del mondo occidentale viene vista e considerata come un impresa capitalistica e di natura privata.

Giusto? No, sbagliato.

Nel 2015 la Huawei aveva espresso un fatturato pari a 60,8 miliardi di dollari, collocandosi al 129° posto nella sopracitata lista Fortune del 2016 nella “Top 500” a livello mondiale.

Ora, esaminando un articolo pubblicato dal sitoupgochina.com all’inizio del 2017 si ricava con chiarezza l‘informazione sulla natura essenzialmente cooperativa della Huawei: ossia che la proprietà delle azioni della Huawei è quasi del tutto in mano proprio agli operai e ai lavoratori della Huawei.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale,  pubblica.

Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.

“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.

Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.

Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?

Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.

Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.

Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata. Ma al di là del valore commerciale dell’intesa è un intervento che ha un sapore tutto politico. Diverse possono essere le chiavi di interpretazione.

La prima che ci viene in mente, ma non certo l’unica, è quella di una risposta all’America. Una sorta di controffensiva cinese alla dichiarazione di guerra lanciata dal nuovo presidente degli Stati Uniti alla Cina.

La volontà di Donald Trump di aumentare le tariffe verso Pechino, la sua minaccia di far rientrare in America la produzione di alcuni beni che sono fatti in Cina non sono ovviamente passati inosservati. Non sono forse gli hamburger di McDonald’s il simbolo della globalizzazione americana? La scelta dunque di statalizzarli suona più come un messaggio politico e neanche tanto velato: una sorta di avvertimento. Come a dire: la Cina è in grado di fare le cose per conto suo”.

Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.

Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.

Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.400 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.

In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.

Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.

Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.

 

Daniele Burgio, redazione La Cina Rossa.

MOVIMENTO 5 STELLE: GIUSTE COLLOCAZIONI PER SBAGLIATE PRASSI

di Luca Rodilosso

Da qualche tempo, nella sinistra anticapitalista e quindi nei fatti in tutti quei segmenti di mondo comunista (buona parte del pdci e prc, collettivi vari tra cui rete dei comunisti, militant, altri partiti tra cui il csp) ci si interroga a che gioco stia giocando il Movimento 5 Stelle, soprattutto nell’ambito della propria posizione sulle guerre (imperialiste) in medio oriente e in est europa, e nei rapporti con l’Europa stessa.

Ci sono state aperture molto positive – nell’ottica antimperialista – anche se caotiche, irregolari e discontinue, da parte di diversi esponenti del mondo politico a 5 stelle, ultimo ma non unico il caso di Di Battista rispetto alla retorica degli “interventi umanitari armati”. Molta società civile, tra cui la sempre presente Emergency di Gino Strada, combatte da anni con l’idea distorta dell’intervento armato per tutelare la democrazia, questa o quella fazione che si vedono da trent’anni e più in lotta con rifornimenti alternati di armi e di aiuti – a seconda dei casi e della loro condizione.

Eppure queste prese di posizione, pur importanti, denotano l’insufficienza e l’incompletezza nell’analisi e nella strategia di quello che nel mondo realmente accade, da parte di un “campo politico” alternativo che in Italia – diatribe di avanspettacolo a parte – fatica ad emergere.

In effetti c’è da chiedersi come mai il Movimento 5 Stelle, nato su una forte ondata di antipolitica e antipartitismo, prendendosi peraltro l’endorsement, a inizio 2013, perfino dell’ambasciatore americano in Italia – suscitando fastidio nel Pd e nell’allora Pdl – stia permettendo – perché assumere una posizione, per un movimento leaderistico, su temi così complessi è faccenda altrettanto complessa – a molti suoi esponenti di prendere posizioni di rottura con lo storico equilibrio euro-atlantico.

Non ci devono stupire le rotture interne al quadro dell’alleanza atlantica – basti pensare a De Gaulle, a Craxi che negò agli americani la base di Sigonella, ma esse provenivano da linee politiche che avevano un quadro preciso nella collocazione storica e soprattutto avevano una visione nazionale su diversi temi, più o meno condivisibile.

Qua si sta parlando invece di un calderone politico, emerso – o per i più maligni “creato”- da un lato per evitare che prendessero piede nella politica partitica italiana quei segnali di cambiamento sociale emersi con la vittoria dei  4  referendum del 2012 su nucleare, giustizia e acqua pubblica, e dall’altro proprio per usare la rabbia sociale derivante da questo mancato cambiamento NEI PARTITI, e non CONTRO, al fine di “ingabbiare” un consenso pericoloso per il sistema capitalistico in un canale controllabile – ecco quindi la forte centralizzazione e la tendenziale inconcludenza del Movimento di Grillo.

Come tutte le creature create o cresciute da un”padrone” però, anche un movimento politico può  o potrebbe cambiare rotta, perdere la sua funzione originaria e diventare potenzialmente, per il sistema che lo ha creato, un problema anziché una risorsa.

In senso negativo e degenerativo, questa trasformazione, in contesti ben più critici dell’Italia, si è avuta nell’attuale ondata di estremismo islamico organizzato e armato, del quale l’ISIS è la punta di “diamante”, finanziato originariamente a causa degli interessi intrecciati di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita nell’abbattere tutte le esperienze della borghesia araba laica e post nasseriana (Iraq, Siria, Libia); più in là nel tempo un caso simile di “creatura ribellatasi al creatore” si ebbe già con i Talebani afghani, prima amici nel combattere l’Unione Sovietica, poi divenuti mano a mano nemici.

E’ chiaro oramai che i partiti italiani più grandi sono ridotti a un coacervo di interessi lobbistici più o meno personali: il PD è, con Renzi, sensibile alla tutela dei mercati finanziari, interventista nelle guerre “umanitarie” dell’occidente e generalmente liberal sull’ambito civile, ma con pericolosi rigurgiti catto-oratoriani di alcuni suoi ministri; Forza Italia è sempre la persona di Silvio Berlusconi, coi suoi interessi e le sue contraddizioni – che a volte la fanno risultare leggermente più disallineata di Renzi rispetto all’establishment atlantico ma che nel profondo condivide l’impostazione di carattere presidenzialistico-autoritaria che tende allo snaturamento della Costituzione antifascista; altri partiti sono gradazioni più “destre” o “sinistre” dei partiti predetti, eccetto la Lega che mantiene salda la sua visione vandeana e reazionaria – ostile da destra alla finanza internazionale – nelle sue enclavi del Nord Italia.

In tutto questo panorama, lo spazio per la vittoria del M5S non c’è, e lo dimostra chiaramente il risultato delle elezioni europee di quest’anno, di come il renzismo abbia sistematizzato e rimesso nei binari di compatibilità di sistema ogni spinta al rinnovamento. A meno che non si guardi al campo anticapitalista e non si apra un discorso con le culture politiche genuine che da quel campo provengono – e quindi non con i fascisti, che sono semplicemente una finta negazione del capitalismo, un pò come l’estremismo islamico per certi versi – l’M5S sarà portato a un lento, magari alterno ma ineluttabile, declino.

articolo m5s-comunistiMa il dramma non è per l’M5S in sé, è per il vero cambiamento, quello che chi è comunista e per una società socialista ha sempre cercato: l’M5S in Italia sta coprendo lo spazio politico di una sinistra radicale: nei fatti, spazio che dovrebbe appartenerci e che ci siamo lasciati prendere.

Come mai, proprio in questi giorni, con in atto una pericolosissima escalation mondiale in Ucraina, dove gli stati Uniti, la NATO e una supina Unione Europea hanno dato un notevole contributo ai presupposti della sua nascita, Beppe Grillo e L’M5S si mettono a replicare alle dichiarazioni “provinciali” di Renzi sui 1000 giorni con altrettanto provincialismo e con un tocco di pernicioso razzismo rispetto al problema della salute dei poliziotti a contatto coi migranti? Con questo non si vuole dire che anche questo tipo di problemi non ci sia, e non si negano le difficoltà di lavoratori poco tutelati di fronte a tragedie come quelle dei disperati del mare, ma perché Grillo e il suo Movimento, proprio in questi giorni, in queste ore, fanno trapelare poco o nulla delle loro posizioni riguardo a una tragedia collettiva che è la guerra che si sta espandendo dovunque in oriente, e si perdono in queste polemiche, dando adito a Repubblica, al PD, di accusare l’M5S di razzismo?

Perché, nei fatti, l’M5S è ancora pesantemente condizionato da un diktat, chiarissimo e lucidissimo: fomentare conflitto e rabbia in Italia, partendo da presupposti giusti ma rendendoli indigesti all’opinione pubblica con azioni scientificamente ragionate. Fare cerchiobottismo tra un ribellismo anarchico e una rivisitazione pseudoleghista per non portare le loro proposte politiche alla SINTESI, percorso fondamentale che non solo i partiti comunisti, ma qualsiasi partito rivoluzionario nel mondo ha saputo fare, è parte integrante della loro strategia.

Ma questo non deve farci desistere, perché nel Movimento, in chi vota il Movimento, ci sono molti, tanti voti che sono per il cambiamento, per la giustizia sociale vera: voti di operai, di lavoratori, di precari e di giovani. Dobbiamo lottare da comunisti negli interstizi del popolo pentastellato, allacciare contatti con loro esponenti a tutti i livelli, cercando con generosità di far capire che non è in gioco la nostra o la loro parrocchia, ma la salvezza dell’Italia e dell’Europa come elemento di democrazia sociale. In tutto questo, l’Unione Europea e tutte le forze politiche che sono disposte a sostenerla acriticamente, si stanno dimostrando, destre e finte sinistre, pericolose per i popoli d’Europa.

L’austerità è uno dei problemi, ma il secondo, non meno importante forse anche più brutale e letale, è la guerra, lo stato di militarizzazione permanente, che sta uccidendo lentamente le nostre democrazie e provocando l’aggressività delle potenze asiatiche. Al posto di cercare cooperazione e sviluppo con Russia e Cina, e anche con l’Iran, abbiamo fatto di tutto per minacciarli, destabilizzarli, contenerli. Mentre il Sud America ha intessuto rapporti con i nascenti BRICS, cercando la via multilateralista, l’Europa si è arroccata su se stessa e sulle sue vecchie visioni del mondo.

Queste reazioni di queste settimane, non solo della Russia, ma anche della Cina rispetto alle esercitazioni in Corea del Sud e a Taiwan, sono l’inevitabile conseguenza della follia di questi vent’anni di unipolarismo, e di tutte le guerre umanitarie che l’occidente ha fatto per esportare democrazia. E’ ora di finirla con le ambiguità, le parole “destra” e “ sinistra” subiranno profondi sconvolgimenti e mutamenti, e solo se si riprenderà a studiare e a lottare per il socialismo, quello vero, non quello dei “socialisti” europei, forse, si riuscirà ad evitare la barbarie.

Intervista a Bashar Al Assad del giornale Izvestja – traduzione sommaria

BUONA LETTURA – http://izvestia.ru/news/556036

La prima domanda che gli fanno è su quterroristaante porzioni di territorio rimangono in mano ad i ribelli. Lui risponde che non è questione di porzione di territorio, ma di infiltrazione di questi assassini che si spostano di villaggio in villaggio o di città in città uccidendo la gente comune. Attribuisce il continuare della guerra al continuo ed incessante afflusso di mercenari dall’estero. Ma conferma che non ci sono posti dove le forze armate Siriane non entrino per distruggere il nemico.

I media occidentali spesso sostengono che i ribelli occupano dal 40 al 70% circa di territorio.
Lui: “non esiste esercito che abbia un controllo totale di tutto il territorio. Ripeto che il problema è il continuo afflusso di mercenari. Ma noi ripuliamo tutto luogo per luogo, il processo richiede tempo ed è il prezzo che stiamo pagando.”

Chi sono questi terroristi? Gruppi indipendenti di radicali o facenti parte di gruppi organizzati riconosciuti come quelli che destabilizzano il Medio Oriente ed ora anche la Siria? 

Lui: ambedue, ma li accomunano 1. l’ideologia e 2. il fatto che attingono alle risorse dalle medesime fonti.
La loro ideologia è il radicalismo, che non accetta altra religione che non sia quella professata da loro. Con i loro “guru”, ad esempio Al-Zawahiri. Ma ogni gruppo ha i suoi leader. Le fonti che li finanziano sono stati interi, avevo già menzionato ad esempio l’Arabia Saudita… nonostante le loro divisioni, i loro mentori sono in grado di dir loro: andate a fare la Jihad in Siria e questi eseguono.
L’Arabia Saudita svolge ambedue i ruoli: da un lato li indirizza attraverso le sue visioni wahabite, dall’altro li sostiene anche finanziariamente.

Sostenete che i gruppi terroristici sono collegati ad Israele, come e’ possibile?
Lui: “come si spiega che gli israeliani aprono il fuoco sui nostri soldati?
Soprattutto è lo stesso Israele che sostiene che nei suoi ospedali si trovano decine di terroristi in cura. Se questi gruppi odiano tanto Israele, come mai non hanno mai combattuto contro Israele ed invece sono pronti e lo fanno in Siria ed Egitto?
Cerchiamo di ricordarci come sono nati questi gruppi: sono terroristi che inizialmente erano sostenuti da USA ed occidente, finanziati dai sauditi dall’inizio degli anni ’80 in modo da combattere contro Russia ed Afghanistan. Come potrebbero combattere contro Israele, se sono stati creati dagli occidentali?

La nostra intervista verrà tradotta in molte lingue, molti leader la leggeranno, cosa vorreste dire loro?
Lui: “fra i capi di stato attuali ci sono molti “politicanti” e pochi leader. Il problema è che non conoscono la storia e non hanno imparato da questa. Ed alcuni si dimenticano anche la storia recente.
Hanno imparato le lezioni degli anni ’50? Hanno visto almeno i documenti dei loro predecessori che hanno perso le guerre a partire dal Vietnam ad oggi? Non gli è chiaro che hanno portato solo a distruzione ed instabilità nel vicino oriente ed in altre zone del mondo?
Proprio a questi politici vorrei spiegare che il terrorismo non e’ un asso nella manica, da tirar fuori nel momento del bisogno e poi rimettere a posto.
Il terrorismo è come uno SCORPIONE punge in qualsiasi momento perciò non si può esser pro-terroristi in Siria e combattere contro di loro in Mali.
Non si può sostenerli in Cecenia e combatterli in Afghanistan
Specifico che non si parla di tutti i leader, ma di capi di stato di alcuni paesi occidentali. Per loro basterebbe smetterla di entrare negli affari degli altri paesi, creando dei regimi marionetta, ed invece ascoltare le opinioni del proprio popolo: FORSE ALLORA LA POLITICA OCCIDENTALE SI AVVICINEREBBE DI PIU’ ALLA REALTA’. Se insistete che mi rivolga al mondo, direi:
assadA QUELLI CHE SOGNANO DI DI TRASFORMARE LA SIRIA IN UNA MARIONETTA OCCIDENTALE, QUESTO NON AVVERRA’; SIAMO UNO STATO INDIPENDENTE E COMBATTEREMO CONTRO IL TERRORISMO, COSTRUIREMO I NOSTRI RAPPORTI INDIPENDENTEMENTE CON QUEI PAESI CHE VORREMO NOI PER IL BENE DEL POPOLO
SIRIANO.

Mercoledì il governo Siriano è stato accusato di utilizzare armi chimiche. Immediatamente le accuse sono state riprese dai leader occidentali. Cosa rispondete? Lascerete gli ispettori ONU indagare su ciò?
— Le dichiarazioni fatte dagli occidentali sono contro il buonsenso e sono menefreghismo nei confronti delle opinioni dei propri popoli. E’ un nonsense: inizialmente accusano e solo dopo raccolgono prove. E di questo si occupano gli Stati Uniti. Mercoledì ci hanno accusati e solo dopo due giorni gli USA hanno dichiarato che raccoglieranno le prove. Ed in che modo poi hanno intenzione di raccoglierle a distanza? Ci accusano che l’esercito ha utilizzato armi chimiche in una zona che a detta loro si trova sotto controllo dei ribelli. In realtà la zona non ha una linea di fronte ben marcata fra esercito regolare e ribelli. Come potrebbe allora uno stato utilizzare armi chimiche o comunque armi di distruzione di massa dove sono concentrate le proprie truppe? E’ contro la più elementare logica. Per questo le accuse sono unicamente politiche e le motivazioni di fondo sono le numerose uccisioni di terroristi da parte dell’esercito.
Per quanto riguarda le indagini sui crimini di guerra in Siria, siamo stati i primi che hanno richiesto l’arrivo di una commissione. Quando i terroristi hanno lanciato un razzo con un gas tossico ad Aleppo abbiamo richiesto l’intervento di una commissione di esperti internazionali. Questa posizione è stata concordata con la Russia affinché USA, Francia e Gran Bretagna si convincessero che non siamo noi, ma i nostri nemici ad utilizzare le armi chimiche. Che si convincessero sulla base di fatti concreti e non accuse verbali.
Durante le ultime settimane abbiamo discusso con l’ONU relativamente ai lavori della commissione e finalmente gli specialisti sono arrivati da noi (dopo poche ore dall’intervista e’ stato dichiarato che governo Siriano e commissione ONU si sono messi d’accordo sull’ordine delle azioni da intraprendere sul posto dove si reputa siano state utilizzate le armi chimiche – ndr Izvestija). I risultati del loro operare saranno presentati all’ONU.
MA SIETE A CONOSCENZA CHE I RISULTATI POSSONO ESSERE INTERPRETATI A VANTAGGIO DI CERTI PAESI. PERCIO’ CI ASPETTIAMO CHE LA RUSSIA NON CONSENTA DI INTERPRETARE I DOCUMENTI A VANTAGGIO DEGLI INTERESSI DEGLI USA O IN GENERALE DEI PAESI OCCIDENTALI.

Sulla base di dichiarazioni statunitensi e di altri paesi occidentali degli ultimi giorni, gli americani non escludono un intervento armato in Siria. Darete motivo agli USA di trovare un pretesto?
– La questione è stata sollevata più volte. Dall’inizio della crisi, USA, Francia e Gran Bretagna hanno proposto un intervento, ma per loro sfortuna non sono andati a buon fine e le cose hanno preso una piega diversa. Hanno provato a convincere Russia e Cina a cambiare la propria posizione all’ONU, ma non ci son riusciti. E non sono neppure riusciti a convincere i propri popoli e tutto il mondo che la loro politica praticata nel vicino oriente è intelligente ed utile. Inoltre la situazione qui è diversa da quella in Tunisia ed Egitto.
Un medesimo scenario, applicabile a tutti, di “primavera araba” non è più credibile. Possono intraprendere una qualsiasi guerra, ma non possono sapere quando durerà e su quanto territorio si espanderà. Sono coscienti che il loro scenario è uscito fuori dal controllo.
Un’altro impedimento all’intervento armato è la consapevolezza da parte dei terzi che ciò che sta accadendo in Siria ora non è una rivoluzione popolare con richiesta di riforme. E’ terrorismo. In questa situazione i leader occidentali non possono dire ai propri cittadini: “andiamo in Siria per sostenere il terrorismo”.

Signor Presidente, se gli USA decidessero comunque di attaccare la Siria, cosa dovrebbero aspettarsi?
– Li aspetterebbe l’insuccesso, come per le altre guerre a partire dal Vietnam. L’america ha partecipato a molte guerre, ma non è mai riuscita ad ottenere gli obiettivi politici prefissati all’inizio di queste. Non è riuscita a convincere il suo popolo multietnico nella correttezza di queste aggressioni e neppure ad innestare la propria ideologia negli altri stati. Sì, i grandi paesi possono fare le guerra, ma possono anche vincerla?

Mantenete rapporti con il presidente russo Putin? Vi sentite al telefono e se sì, di cosa discutete?
—Abbiamo rapporti da molto prima che iniziasse la crisi in Siria. Ogni tanto ci sentiamo, ma non è possibile parlare al telefono di questioni cosi gravi come la situazione Siriana. Perciò queste vengono discusse dai nostri rappresentanti durante le visite qui o a Mosca.

Pianificate di visitare la Russia a breve o invitare Putin?
E’ possibile ma ritengo che ora gli sforzi debbano essere diretti a risolvere la crisi Siriana. Quando la situazione sara’ migliore, certamente visiterò Putin o lo inviteroò a Damasco.

Continuando il tema è a conoscenza che relativamente alla Siria, la Russia si oppone alla politica USA e Unione Europea. Cosa succederà se cederà alle pressioni? Vi immaginate un tale scenario?
Ad oggi non si possono vedere i rapporti russo-americani solo sulla base della situazione siriana. Le differenze di vedute non sussistono solo sul fatto che con la caduta dell’URSS agli USA è sembrato che la Russia fosse distrutta per sempre. Ma alla fine degli anni ’90 con l’arrivo di Putin il paese ha iniziato a riprendere forza e a far valere le proprie posizioni. В Il risultato è una nuova Guerra fredda per l’influenza politica.
gli USA si sono schierati su più fronti per provare a bloccare gli interessi russi nel mondo.
L’obiettivo degli USA e’ di avvilire il ruolo della Russia sull’arena internazionale e lo fanno anche attraverso la questione Siriana.
Potete porvi la domanda: perché la Russia sostiene la Siria. Ed e’ molto importante spiegarlo. La Russia oggi non difende il presidente Bashar Assad o il governo, cosi’ come il popolo siriano può scegliersi un altro presidente o governo. La Russia difende i principi che persegue, da almeno 100 anni: i principi di indipendenza e non intervento nelle questioni interne degli altri paesi. La stessa Russia ha sofferto di ciò più volte. Inoltre la Russi protegge i suoi interessi nella zona e questo è un suo diritto. I suoi interessi non si limitano al porto di Tartus, ad esempio. I suoi interessi sono più profondi: i colpi dei terroristi in Siria minano tutto il vicino oriente. La destabilizzazione si ripercuoterebbe anche sulla Russia. Il governo del vostro paese, a differenza di molti altri governi occidentali ne è consapevole.
Per quanto riguarda la situazione culturale e sociale, non dobbiamo dimenticarci che ci sono migliaia di famiglie russo-siriane che creano un ponte fra i due stati. Se la Russia avesse provato a mettersi d’accordo lo avrebbe fatto un paio di anni fa, non ora che il disegno e’ diventato chiaro e trasparente ormai per tutti. Colui che non ha contrattato allora non lo farà neppure adesso.

Sono in atto trattative con la Russia relativamente a forniture di combustibile, prodotti, armi? E degli S-300, vi sono arrivati?
Certo nessun paese vi confermerà questo tipo di informazioni, è parte dei segreti di stato e militari. Ma posso confermare che tutti i contratti stipulati con la Russia sono in esecuzione, indipendentemente dalla crisi, dalla pressione di USA, paesi occidentali o del golfo e che stiamo ricevendo dalla Russia tutto ciò che e’ necessario alla protezione della Siria e del popolo Siriano.

Che tipo di aiuto vi attendete dalla Russia? Economico o militare? La Siria non ha intenzione di chiedere un credito alla Russia?
Quando la sicurezza è indebolita, così va anche per la situazione economica , e le forniture militari russe porteranno anche ad un miglioramento di quella economica. Il sostegno russo al nostro diritto di mantenere la nostra indipendenza ci ha aiutato fin dall’inizio. Altri paesi contro il popolo Siriano hanno fatti grandi danni al tessuto economico interno, in particolare attraverso l’embargo, grazie al quale ora siamo in sofferenza. La Russia si è comportata in maniera totalmente diversa.
Il sostegno politico russo e la correttezza nell’adempiere ai contratti di carattere militare nonostante le pressioni americane, hanno dato linfa alla situazione economica del paese.
Un qualsiasi credito aperto da parte di un paese amico sarà vantaggioso per entrambe le parti: per I russi si tratterà di nuovi mercati e nuove prospettive per le proprie aziende, per la Siria di attirare mezzi per sviluppare la propria economia
E ciò senza parlare degli accordi con diverse aziende russe per quanto riguarda diverse tipologie di prodotti.
ancora una volta confermo che la posizione politica della Russia ed il suo sostegno alla Siria si riflettono in modo positivo sulla stabilità e benessere dei cittadini Siriani.

Può specificarci i dettagli degli accordi : se si tratta di combustibile o alimentari?
Le sanzioni economiche oggi bloccano I rifornimenti di ambedue ed anche dei medicinali. Sono prodotti fondamentali, necessari per la vita. Chiaramente ciò che fa oggi il governo siriano attraverso la firma degli accordi con la Russia e con gli altri paesi amici permette di migliorare il rifornimento di questi prodotti.

Tornando alla questione Siriana : ripetutamente avete fatto amnistie, Quali sono I risultati? C’e’ qualcuno dei ribelli che ora combatte fra le file delle forze regolari?
E’ vero che l’amnistia porta a risultati positivi. Soprattutto quando il disegno di ciò che succede in Siria è diventato chiaro a tutti.
Tanti ribelli hanno lasciato le armi e sono tornati alla loro vita normale . Tanti sono al fianco delle forze governative ora. Questi gruppi si dividono in 2 parti : la prima è stata ingannata dai media, l’altra è stata obbligata ad aggiungersi ai ribelli in quanto minacciata dai terroristi. Perciò crediamo sempre di dover lasciare le porte aperte per coloro che hanno deciso di lasciare la strada sulla quale andavano contro alla propria patria. Anche se molti in Siria sono contrari all’amnistia, questa ha comunque ridotto la tensione sociale.

Presidente, chi chiamerebbe alleato e chi nemico? I rapporti della Siria con alcuni paesi nell’ultimo periodo stanno disintegrandosi: Qatar, Turchia, Arabia Saudita, di chi è la colpa?
I paesi dell’arena internazionale accanto a noi sono Russia e Cina, a livello locale – l’Iran. Ma posso dire che nel mondo è in atto un cambiamento positivo: alcuni stati che prima erano radicalmente contro di noi, ora stanno cambiando la loro posizione, altri stanno ripristinando i loro rapporti con la Siria, altri ancora ci sostengono apertamente.
Ci sono stati che hanno sostenuto apertamente e direttamente I terroristi in Siria: Qatar e Arabia Saudita.
Il Qatar è sponsor dei terroristi, mentre la Turchia li allena ed apre corridoi per loro. L’Arabia Saudita ha sostituito il Qatar come sponsor. L’Arabia Saudita è uno stato che ha solo soldi e coloro che hanno soldi non sono in grado di creare una società civilizzata e sostenere la pace. Se l’Arabia Saudita ha il ruolo di sponsor principale allora la Turchia si trova in ben altra posizione. Mi rammarico che si possa dirigere uno stato come la Turchia con un semplice un pugno di dollari. Purtroppo è un paese enorme con una posizione strategica ed una società progressista che viene utilizzato da uno stato del golfo. E di tutto ciò deve rispondere il primo ministro turco. Qui la colpa non è del Popolo Turco, con il quale condividiamo molti usi ed eredità storica.

Cosa c’e’ dietro alle vedute comuni russe e siriane? Solo interessi geopolitici o affinità di due popoli che devono confrontarsi con la minaccia del terrorismo?
– Abbiamo molti punti in comune, il primo è che la Russia ha vissuto l’occupazione durante la seconda guerra mondiale e la Siria, a sua volta, e’ stata occupata più volte. In secondo luogo, la Russia, come la Siria ha sofferto innumerevoli tentativi di ingerenza nelle proprie questioni interne. Terzo: il terrorismo. Noi in Siria ci rendiamo conto cosa significa la morte di gente pacifica per mano dei terroristi nel Caucaso settentrionale , ricordiamo degli ostaggi a Beslan ed al Nord Ost a Mosca. In questo modo anche i russi capiscono con cosa abbiamo a che fare qui in Siria, in quanto loro stessi hanno avuto a che fare con il terrorismo. Perciò, quando un occidentale di spicco viene a raccontare che c’e il terrorista “cattivo” , ma che ci sono anche terroristi “moderati”, i russi sanno che non è vero.
Ancora una cosa ci accomuna: le famiglie che abbiamo in comune, come menzionato prima. Se non avessimo in comune affinità culturali, sociali e mentali, non avremmo tante famiglie in comune che collegano i nostri due paesi. Aggiungo a quanto detto che ci sono interessi geopolitici dei quali ho già parlato. L’instabilità nella Siria e nella regione influirà anche sulla Russia. Che capisce perfettamente ciò che l’Europa e l’occidente invece non capisce: la minaccia del terrorismo che non ha confini. E’ sbagliato pensare che la posizione di un paese così “grande” come la Russia si costruisca solo su uno o un paio di principi.

Cosa vi aspettate dalla conferenza «Ginevra/Жен-2»?

siria

La missione è di preparare il terreno per la regolamentazione politica in Siria. Ma non possiamo iniziare il dialogo politico fino a che non smetterà il supporto proveniente dall’estero ai terroristi . Ciò che ci aspettiamo da Ginevra è una pressione su quei paesi che sostengono il terrorismo in Siria. Devono smettere il contrabbando di armi e l’invio di mercenari terroristi verso il nostro paese. Quando verrà fatto questo passo sarà molto più semplice lavorare per organizzare il dialogo politico fra tutte le parti per stabilire il futuro del nostro Stato, le leggi e la Costituzione.