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Elezioni Iraq – Maggio 2018 – Vince nuova Coalizione Sciiti-Comunisti

ELEZIONI IRAQ – MAGGIO 2018
NUOVA COALIZIONE SCIITI-COMUNISTI PRIMA FORZA DEL PAESE

iraq1L’asse musulmani Sciiti-Comunisti è una novità politica recente in Iraq, che con la coalizione “Sairoun” (In cammino insieme), che riunisce le milizie sciite di Al Sadr e il Partito Comunista Iracheno, ottiene la maggioranza relativa dei seggi in queste elezioni di maggio 2018.
Risvolto interessante se si pensa che qualche settimana fa in Libano Hezbollah (il partito di Dio) che mantiene buoni rapporti con le sinistre libanesi ha vinto le elezioni.
Si sta ristabilendo per il medio oriente un nuovo modello politico binomico “sciiti-laici progressisti e comunisti” che, a fronte della resistenza del regime siriano di Bashar al Assad ai terroristi, sta dando – con diverse varianti a seconda dei paesi di riferimento – segnali di estrema vitalità.

Con buona pace dell’Unione europea, dei Fratelli Musulmani, di Israele, Arabia e Stati Uniti.

 

fonte: Nena News

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MOVIMENTO 5 STELLE: GIUSTE COLLOCAZIONI PER SBAGLIATE PRASSI

di Luca Rodilosso

Da qualche tempo, nella sinistra anticapitalista e quindi nei fatti in tutti quei segmenti di mondo comunista (buona parte del pdci e prc, collettivi vari tra cui rete dei comunisti, militant, altri partiti tra cui il csp) ci si interroga a che gioco stia giocando il Movimento 5 Stelle, soprattutto nell’ambito della propria posizione sulle guerre (imperialiste) in medio oriente e in est europa, e nei rapporti con l’Europa stessa.

Ci sono state aperture molto positive – nell’ottica antimperialista – anche se caotiche, irregolari e discontinue, da parte di diversi esponenti del mondo politico a 5 stelle, ultimo ma non unico il caso di Di Battista rispetto alla retorica degli “interventi umanitari armati”. Molta società civile, tra cui la sempre presente Emergency di Gino Strada, combatte da anni con l’idea distorta dell’intervento armato per tutelare la democrazia, questa o quella fazione che si vedono da trent’anni e più in lotta con rifornimenti alternati di armi e di aiuti – a seconda dei casi e della loro condizione.

Eppure queste prese di posizione, pur importanti, denotano l’insufficienza e l’incompletezza nell’analisi e nella strategia di quello che nel mondo realmente accade, da parte di un “campo politico” alternativo che in Italia – diatribe di avanspettacolo a parte – fatica ad emergere.

In effetti c’è da chiedersi come mai il Movimento 5 Stelle, nato su una forte ondata di antipolitica e antipartitismo, prendendosi peraltro l’endorsement, a inizio 2013, perfino dell’ambasciatore americano in Italia – suscitando fastidio nel Pd e nell’allora Pdl – stia permettendo – perché assumere una posizione, per un movimento leaderistico, su temi così complessi è faccenda altrettanto complessa – a molti suoi esponenti di prendere posizioni di rottura con lo storico equilibrio euro-atlantico.

Non ci devono stupire le rotture interne al quadro dell’alleanza atlantica – basti pensare a De Gaulle, a Craxi che negò agli americani la base di Sigonella, ma esse provenivano da linee politiche che avevano un quadro preciso nella collocazione storica e soprattutto avevano una visione nazionale su diversi temi, più o meno condivisibile.

Qua si sta parlando invece di un calderone politico, emerso – o per i più maligni “creato”- da un lato per evitare che prendessero piede nella politica partitica italiana quei segnali di cambiamento sociale emersi con la vittoria dei  4  referendum del 2012 su nucleare, giustizia e acqua pubblica, e dall’altro proprio per usare la rabbia sociale derivante da questo mancato cambiamento NEI PARTITI, e non CONTRO, al fine di “ingabbiare” un consenso pericoloso per il sistema capitalistico in un canale controllabile – ecco quindi la forte centralizzazione e la tendenziale inconcludenza del Movimento di Grillo.

Come tutte le creature create o cresciute da un”padrone” però, anche un movimento politico può  o potrebbe cambiare rotta, perdere la sua funzione originaria e diventare potenzialmente, per il sistema che lo ha creato, un problema anziché una risorsa.

In senso negativo e degenerativo, questa trasformazione, in contesti ben più critici dell’Italia, si è avuta nell’attuale ondata di estremismo islamico organizzato e armato, del quale l’ISIS è la punta di “diamante”, finanziato originariamente a causa degli interessi intrecciati di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita nell’abbattere tutte le esperienze della borghesia araba laica e post nasseriana (Iraq, Siria, Libia); più in là nel tempo un caso simile di “creatura ribellatasi al creatore” si ebbe già con i Talebani afghani, prima amici nel combattere l’Unione Sovietica, poi divenuti mano a mano nemici.

E’ chiaro oramai che i partiti italiani più grandi sono ridotti a un coacervo di interessi lobbistici più o meno personali: il PD è, con Renzi, sensibile alla tutela dei mercati finanziari, interventista nelle guerre “umanitarie” dell’occidente e generalmente liberal sull’ambito civile, ma con pericolosi rigurgiti catto-oratoriani di alcuni suoi ministri; Forza Italia è sempre la persona di Silvio Berlusconi, coi suoi interessi e le sue contraddizioni – che a volte la fanno risultare leggermente più disallineata di Renzi rispetto all’establishment atlantico ma che nel profondo condivide l’impostazione di carattere presidenzialistico-autoritaria che tende allo snaturamento della Costituzione antifascista; altri partiti sono gradazioni più “destre” o “sinistre” dei partiti predetti, eccetto la Lega che mantiene salda la sua visione vandeana e reazionaria – ostile da destra alla finanza internazionale – nelle sue enclavi del Nord Italia.

In tutto questo panorama, lo spazio per la vittoria del M5S non c’è, e lo dimostra chiaramente il risultato delle elezioni europee di quest’anno, di come il renzismo abbia sistematizzato e rimesso nei binari di compatibilità di sistema ogni spinta al rinnovamento. A meno che non si guardi al campo anticapitalista e non si apra un discorso con le culture politiche genuine che da quel campo provengono – e quindi non con i fascisti, che sono semplicemente una finta negazione del capitalismo, un pò come l’estremismo islamico per certi versi – l’M5S sarà portato a un lento, magari alterno ma ineluttabile, declino.

articolo m5s-comunistiMa il dramma non è per l’M5S in sé, è per il vero cambiamento, quello che chi è comunista e per una società socialista ha sempre cercato: l’M5S in Italia sta coprendo lo spazio politico di una sinistra radicale: nei fatti, spazio che dovrebbe appartenerci e che ci siamo lasciati prendere.

Come mai, proprio in questi giorni, con in atto una pericolosissima escalation mondiale in Ucraina, dove gli stati Uniti, la NATO e una supina Unione Europea hanno dato un notevole contributo ai presupposti della sua nascita, Beppe Grillo e L’M5S si mettono a replicare alle dichiarazioni “provinciali” di Renzi sui 1000 giorni con altrettanto provincialismo e con un tocco di pernicioso razzismo rispetto al problema della salute dei poliziotti a contatto coi migranti? Con questo non si vuole dire che anche questo tipo di problemi non ci sia, e non si negano le difficoltà di lavoratori poco tutelati di fronte a tragedie come quelle dei disperati del mare, ma perché Grillo e il suo Movimento, proprio in questi giorni, in queste ore, fanno trapelare poco o nulla delle loro posizioni riguardo a una tragedia collettiva che è la guerra che si sta espandendo dovunque in oriente, e si perdono in queste polemiche, dando adito a Repubblica, al PD, di accusare l’M5S di razzismo?

Perché, nei fatti, l’M5S è ancora pesantemente condizionato da un diktat, chiarissimo e lucidissimo: fomentare conflitto e rabbia in Italia, partendo da presupposti giusti ma rendendoli indigesti all’opinione pubblica con azioni scientificamente ragionate. Fare cerchiobottismo tra un ribellismo anarchico e una rivisitazione pseudoleghista per non portare le loro proposte politiche alla SINTESI, percorso fondamentale che non solo i partiti comunisti, ma qualsiasi partito rivoluzionario nel mondo ha saputo fare, è parte integrante della loro strategia.

Ma questo non deve farci desistere, perché nel Movimento, in chi vota il Movimento, ci sono molti, tanti voti che sono per il cambiamento, per la giustizia sociale vera: voti di operai, di lavoratori, di precari e di giovani. Dobbiamo lottare da comunisti negli interstizi del popolo pentastellato, allacciare contatti con loro esponenti a tutti i livelli, cercando con generosità di far capire che non è in gioco la nostra o la loro parrocchia, ma la salvezza dell’Italia e dell’Europa come elemento di democrazia sociale. In tutto questo, l’Unione Europea e tutte le forze politiche che sono disposte a sostenerla acriticamente, si stanno dimostrando, destre e finte sinistre, pericolose per i popoli d’Europa.

L’austerità è uno dei problemi, ma il secondo, non meno importante forse anche più brutale e letale, è la guerra, lo stato di militarizzazione permanente, che sta uccidendo lentamente le nostre democrazie e provocando l’aggressività delle potenze asiatiche. Al posto di cercare cooperazione e sviluppo con Russia e Cina, e anche con l’Iran, abbiamo fatto di tutto per minacciarli, destabilizzarli, contenerli. Mentre il Sud America ha intessuto rapporti con i nascenti BRICS, cercando la via multilateralista, l’Europa si è arroccata su se stessa e sulle sue vecchie visioni del mondo.

Queste reazioni di queste settimane, non solo della Russia, ma anche della Cina rispetto alle esercitazioni in Corea del Sud e a Taiwan, sono l’inevitabile conseguenza della follia di questi vent’anni di unipolarismo, e di tutte le guerre umanitarie che l’occidente ha fatto per esportare democrazia. E’ ora di finirla con le ambiguità, le parole “destra” e “ sinistra” subiranno profondi sconvolgimenti e mutamenti, e solo se si riprenderà a studiare e a lottare per il socialismo, quello vero, non quello dei “socialisti” europei, forse, si riuscirà ad evitare la barbarie.

La Storia infinita

di Luca Rodilosso

da www.ridottiallosso.it

Dopo queste elezioni europee ci risiamo, nuovamente, e nonostante il 4% superato. Il mio partito, il Pdci, è il piccolo grande escluso, e sembra sempre più un piccolo grande amore mollato da molti: “se avesse fatto”, “se fosse stato più di qua o più di là…”. Che fare quindi? Serrare le fila? Aprire le danze? O aprire le stanze, per dirla alla Majakovskij?

Se quello che dirò piacerà o non piacerà, non è un problema. Il problema, e grave, è come è stato ridotto il nostro Partito dei Comunisti Italiani.

Siamo sempre lì, intorno a noi stessi e alle nostre beghe, ai nostri desideri possibili e impossibili, che si mischiano in maniera ormai unica e senza discontinuità coi vissuti personali, le impressioni, le paure e le gioie (poche).

Una cosa è certa e sicura, anche se persino questa è messa in dubbio da certuni: NON ESISTE rilancio, rinascita di qualsivoglia sinistra  comunista e di alternativa di sistema in questo paese se non si parte dall’idea che tutte le storie precedenti hanno fallito. E qua scatta la prima confusione: la parola “storie” viene spesso associata alla forza politica di riferimento, Prc, Pdci, alla quale nel tempo abbiamo aggiunto svariate sigle fino ad arrivare ai comunisti di Rizzo che esibiscono una violenza verbale, anche con i compagni di altre organizzazioni, che a nulla porta se non alla creazione di un’area incattivita e demagogica, con un respiro strategico rasente lo scantinato di casa mia, nel seno del piccolo movimento comunista italiano.

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Comunisti, sinistra ed europa. I risultati del sondaggio in rete.

Cominciamo col dire che in più di 800 avete risposto al sondaggio, e per questo vi ringrazio. Il sondaggio vuole tastare le opinioni dei compagni e delle compagne su questioni importanti e delicate come l’unità dei comunisti, della sinistra e la posizione sull’europa e le elezioni europee. Ecco i risultati:

Il 47% di chi ha riposto al sondaggio ha tra i 18 e i 29 anni, e questo è un dato confortante, il 25% ha tra i 30 e i 44 anni, il 20% tra i 45 e i 59, solo 6% sopra i 60 e all’ultimo posto ci sono gli ander 18, solo il 2%.

Il 41% è iscritto a Rifondazione Comunista, il 28% al PdCI, il 27% a nessuna organizzazione e il restante 4% ad altre (SEL, PCL, PD, M5S, CSP).

Alla prima domanda, sullo scioglimento del PRC e del PDCI per la costruzione di un nuovo partito comunista, le risposte sono molto incoraggianti. Ben il 52% risponde che bisogna costruire un nuovo partito comunista e che non riguardi solo lo scioglimento di PdCI e PRC ma tutti i partiti comunisti italiani. Il 20% afferma che bisogna farlo perché divisi sono inutili e insufficienti. Quindi ben il 72% vuole lo scioglimento del pdci e prc e non solo per la costruzione un nuovo partito comunista. Il 13% di voi preferisce una federazione che mantenga l’identità di ogni partito e solo il 7% pensa che i partiti siano troppo diversi e quindi non vuole un nuovo partito.

Sull’unificazione della sinistra in un unico fronte avete risposto così: il 41% pensa che sia l’unico modo per far tornare grande la sinistra, il 37% vuole però che sia chiarita la politica delle alleanze, il 6% pensa che bisogna valutare caso per caso mantenedo l’autonomia dei soggetti politici e il 10% è contrario al fronte unico della sinistra perché i soggetti politici sono troppo eterogenei. Il 78% vuole una sinistra unita ma una parte consistente di essi vuole che la politica delle alleanze siano chiarite fin da subito. Solo il 16% è contrario a questa proposta.

Riguardo le alleanze con il centro sinistra, le risposte che avete dato determinano una divisione in tre poli. Difatti il 30% di voi dice mai con il centro sinistra, il 31% vuole che sia valutato caso per caso alle elezioni locali e un netto no all’alleanza a livello nazionale, il 32% che sia valutato caso per caso sia nelle elezioni locali che nazionali. Solo il 4% dice di andare sempre e comunque con il centro sinistra.

Passando all’europa, sul tema principale che la sinistra e i comunisti devono portare avanti le risposte sono state abbastanza nette: ben il 64% vuole che il tema principale debba essere la disobbedienza e la ritrattazione dei trattati europei (fiscal compact, mes etc.) e del ruolo della BCE, solo il 17% vuole l’uscita dall’euro e dall’europa ed il 12% pensa che si debba dire no all’austerity tedesca e che sia ridimensionato il ruolo della Germania.

Come si devono presentare i comunisti e la sinistra alle prossime elezioni europee? Avete risposto così: il 38% vuole una lista unica dei comunisti che indichi il gue come gruppo d’appartenenza e tsipras come candidato alla commissione europea. Il 34 % vuole una lista unica della sinistra che includa SEL e società civile ma solo se viene indicato il GUE come gruppo d’appartenenza e il sostegno a Tsipras. il 13% vuole una lista unica della sinistra con SEL e società civile ma senza indicare l’appartenenza al GUE e senza dover per forza sostenere Tsipras, e il 5% vuole la stessa cosa ma senza la società civile.

Come vedete, il sondaggio ci da delle risposte chiare su certi temi e risposte divise su altri. La stragrande maggioranza vuole lo scioglimento del PRC e del PdCI e degli altri partiti comunisti e la costruzione un unico partito comunista. In pochi, pochissimi, non la vogliono. Idem per la riunificazione della sinistra in un unico fronte, ma comunque c’è la chiara volonta di mettere subito in chiaro la politica delle alleanze. Le alleanze sono, ahimè, un punto dolente che più divide la sinistra e i comunisti. Praticamente non vien escluso nulla, nè il no a prescindere al centro sinistra né la vlutazione caso per caso, sia nel locale che a livello nazionale. In europa viene bocciata la linea per l’uscita dall’euro e dall’ue e si preferisce la via della disobbedienza ai trattati europei e la loro ritrattazione, incluso il ruolo della BCE. E questo è un bel segnale che ci distingue dagli altri, nessuna contaminazione populista. Anche per le elezioni europee i segnali sono buoni anche se c’è ancora divisione tra chi vuole anche SEL e chi vuole una lista dei soli comunisti, ma su Tsipras e sul GUE le idee sono chiarissime, imprescindibili.

Grazie compagni e compagne per avermi aiutato in questo sondaggio, che questi dati siano utilizzati e che i dirigenti della sinistra e dei comunisti sappiano cosa voglioni i compagni e le compagne che lavorano tutti i giorni sul territorio e non solo. Certo, non è un sondaggio definitivo e non è la verità assoluta, ma penso che sia già qualcosa. Adesso la parola a voi e alle vostre considerazioni.

Nicolò Monti

Comunisti e civismo – costruzione democratica di un futuro comune

Vorrei condividere una riflessione per la sinistra alternativa in Italia. Anzitutto molte voci si stanno levando contro ipotesi personalistiche sulla costruzione delle liste delle elezioni. Questa è una posizione corretta, molti militanti si esprimono su questo. Ma manca un’idea che sia in grado di trasmettere antichi ideali in un nuovo contesto sociale. In Italia paradossalmente, dopo una storia grande e preziosa come quella del PCI, stiamo assistendo alla grande illusione storica di un gruppo dirigente che usa parole e immaginario di sinistra per veicolare politiche di destra. Il PD è il fulcro di questa contraddizione, anche nelle sue propaggini ironiche delle pagine Facebook, e nonostante la vittoria di Renzi, il costume trasformista continua. Apparati senza più ideali, o semplicemente socialdemocratizzati, negano la ricostruzione al di fuori di essi di forze che si richiamino a quello che loro erano stati, cioè al comunismo.

La risposta per chi vuole un nuovo fronte a sinistra non sta più nelle forme di ieri. Non perché vanno rinnegate, come è stato il tentativo della sinistra vendoliana, ma perché vanno rivitalizzate con una nuova forma comunicativa che superi l’impasse e il grande equivoco PCI-PD che il senso comune delle persone, in Italia, ormai ha acquisito. Serve una spinta come quella grillina, solo con una base teorica che sia neomarxista. In Italia solo così si può uscire dalle secche.
Che ruolo possono avere i partitini comunisti rimasti in campo, e in particolar modo che ruolo può avere il Pdci che tra essi sembra sia quello più omogeneo e con una linea di sintesi maggiore tra realtà e idealità?

Anzitutto nessuna paura dell’ignoto. Nessun tipo di spirito ottuso e autoconservativo, che lo porterebbe ad assomigliare più a una setta che a un partito.
Sicuramente è necessario un movimento di massa, con una simbologia forte, antica e al contempo rinnovata, che trovi nelle sue fondamenta un Partito che lo sorregga, e questo non può che essere un partito comunista. Però vanno superate delle contingenze, con l’intelligenza di capire la fase, e pare che ancora molti non riescano a comprendere che è tempo di lanciare un’operazione comunicativa nuova, che si svincoli dal nostalgismo, essendo in grado al contempo di non scivolare nell’opportunismo.

Rivoluzione Civile aveva in sé troppe contraddizioni, ma c’è chi non è stato nemmeno in grado di vederne in nuce alcune potenzialità: da un lato la presenza di Di Pietro, l’eccessiva personalizzazione della lista comunque necessaria dati i tempi ristretti di presentazione, la dialettica malsana tra partiti non rinnovati e società civile anch’essa un pò incancrenita, un pò sempre la stessa.
Ma dall’altro una potenziale convivenza che, se incardinata in maniera corretta, poteva fare la differenza per tutti.
Le espressioni dei movimenti civici, di reale consistenza e non di qualche penna allegra e sempreverde, devono imparare ad accettare il ruolo e l’esperienza dei comunisti. I comunisti devono imparare a non fagocitare le dinamiche civiche, perché la coscienza di classe imposta abbiamo visto – e degli errori la Storia non fa sconti – che fine ha fatto fare a tutta una serie di esperienze di governo nel campo socialista.

soleUna strada reale, prima di tutte le discussioni contingenti su liste, listini e listoni, candidati… è un ricambio completo del gruppo dirigente CENTRALE dei partiti comunisti, se possibile unificati (se possibile), e una ripresa serrata con le forze REALI che si rifanno al civismo. Abolire il concetto generico di “società civile” poiché essa è omnicomprensiva per iscritti o non iscritti ai partiti, e ragionare sulla costruzione di un movimento comune, con dinamiche democratiche (pesi e contrappesi di gestione e ricorso referendario su alcune tematiche condivise); un movimento che abbia la forza comunicativa necessaria per porsi socialmente ed elettoralmente alla testa dei processi di cambiamento da rilanciare nel paese.

Luca Rodilosso