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MOVIMENTO 5 STELLE: GIUSTE COLLOCAZIONI PER SBAGLIATE PRASSI

di Luca Rodilosso

Da qualche tempo, nella sinistra anticapitalista e quindi nei fatti in tutti quei segmenti di mondo comunista (buona parte del pdci e prc, collettivi vari tra cui rete dei comunisti, militant, altri partiti tra cui il csp) ci si interroga a che gioco stia giocando il Movimento 5 Stelle, soprattutto nell’ambito della propria posizione sulle guerre (imperialiste) in medio oriente e in est europa, e nei rapporti con l’Europa stessa.

Ci sono state aperture molto positive – nell’ottica antimperialista – anche se caotiche, irregolari e discontinue, da parte di diversi esponenti del mondo politico a 5 stelle, ultimo ma non unico il caso di Di Battista rispetto alla retorica degli “interventi umanitari armati”. Molta società civile, tra cui la sempre presente Emergency di Gino Strada, combatte da anni con l’idea distorta dell’intervento armato per tutelare la democrazia, questa o quella fazione che si vedono da trent’anni e più in lotta con rifornimenti alternati di armi e di aiuti – a seconda dei casi e della loro condizione.

Eppure queste prese di posizione, pur importanti, denotano l’insufficienza e l’incompletezza nell’analisi e nella strategia di quello che nel mondo realmente accade, da parte di un “campo politico” alternativo che in Italia – diatribe di avanspettacolo a parte – fatica ad emergere.

In effetti c’è da chiedersi come mai il Movimento 5 Stelle, nato su una forte ondata di antipolitica e antipartitismo, prendendosi peraltro l’endorsement, a inizio 2013, perfino dell’ambasciatore americano in Italia – suscitando fastidio nel Pd e nell’allora Pdl – stia permettendo – perché assumere una posizione, per un movimento leaderistico, su temi così complessi è faccenda altrettanto complessa – a molti suoi esponenti di prendere posizioni di rottura con lo storico equilibrio euro-atlantico.

Non ci devono stupire le rotture interne al quadro dell’alleanza atlantica – basti pensare a De Gaulle, a Craxi che negò agli americani la base di Sigonella, ma esse provenivano da linee politiche che avevano un quadro preciso nella collocazione storica e soprattutto avevano una visione nazionale su diversi temi, più o meno condivisibile.

Qua si sta parlando invece di un calderone politico, emerso – o per i più maligni “creato”- da un lato per evitare che prendessero piede nella politica partitica italiana quei segnali di cambiamento sociale emersi con la vittoria dei  4  referendum del 2012 su nucleare, giustizia e acqua pubblica, e dall’altro proprio per usare la rabbia sociale derivante da questo mancato cambiamento NEI PARTITI, e non CONTRO, al fine di “ingabbiare” un consenso pericoloso per il sistema capitalistico in un canale controllabile – ecco quindi la forte centralizzazione e la tendenziale inconcludenza del Movimento di Grillo.

Come tutte le creature create o cresciute da un”padrone” però, anche un movimento politico può  o potrebbe cambiare rotta, perdere la sua funzione originaria e diventare potenzialmente, per il sistema che lo ha creato, un problema anziché una risorsa.

In senso negativo e degenerativo, questa trasformazione, in contesti ben più critici dell’Italia, si è avuta nell’attuale ondata di estremismo islamico organizzato e armato, del quale l’ISIS è la punta di “diamante”, finanziato originariamente a causa degli interessi intrecciati di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita nell’abbattere tutte le esperienze della borghesia araba laica e post nasseriana (Iraq, Siria, Libia); più in là nel tempo un caso simile di “creatura ribellatasi al creatore” si ebbe già con i Talebani afghani, prima amici nel combattere l’Unione Sovietica, poi divenuti mano a mano nemici.

E’ chiaro oramai che i partiti italiani più grandi sono ridotti a un coacervo di interessi lobbistici più o meno personali: il PD è, con Renzi, sensibile alla tutela dei mercati finanziari, interventista nelle guerre “umanitarie” dell’occidente e generalmente liberal sull’ambito civile, ma con pericolosi rigurgiti catto-oratoriani di alcuni suoi ministri; Forza Italia è sempre la persona di Silvio Berlusconi, coi suoi interessi e le sue contraddizioni – che a volte la fanno risultare leggermente più disallineata di Renzi rispetto all’establishment atlantico ma che nel profondo condivide l’impostazione di carattere presidenzialistico-autoritaria che tende allo snaturamento della Costituzione antifascista; altri partiti sono gradazioni più “destre” o “sinistre” dei partiti predetti, eccetto la Lega che mantiene salda la sua visione vandeana e reazionaria – ostile da destra alla finanza internazionale – nelle sue enclavi del Nord Italia.

In tutto questo panorama, lo spazio per la vittoria del M5S non c’è, e lo dimostra chiaramente il risultato delle elezioni europee di quest’anno, di come il renzismo abbia sistematizzato e rimesso nei binari di compatibilità di sistema ogni spinta al rinnovamento. A meno che non si guardi al campo anticapitalista e non si apra un discorso con le culture politiche genuine che da quel campo provengono – e quindi non con i fascisti, che sono semplicemente una finta negazione del capitalismo, un pò come l’estremismo islamico per certi versi – l’M5S sarà portato a un lento, magari alterno ma ineluttabile, declino.

articolo m5s-comunistiMa il dramma non è per l’M5S in sé, è per il vero cambiamento, quello che chi è comunista e per una società socialista ha sempre cercato: l’M5S in Italia sta coprendo lo spazio politico di una sinistra radicale: nei fatti, spazio che dovrebbe appartenerci e che ci siamo lasciati prendere.

Come mai, proprio in questi giorni, con in atto una pericolosissima escalation mondiale in Ucraina, dove gli stati Uniti, la NATO e una supina Unione Europea hanno dato un notevole contributo ai presupposti della sua nascita, Beppe Grillo e L’M5S si mettono a replicare alle dichiarazioni “provinciali” di Renzi sui 1000 giorni con altrettanto provincialismo e con un tocco di pernicioso razzismo rispetto al problema della salute dei poliziotti a contatto coi migranti? Con questo non si vuole dire che anche questo tipo di problemi non ci sia, e non si negano le difficoltà di lavoratori poco tutelati di fronte a tragedie come quelle dei disperati del mare, ma perché Grillo e il suo Movimento, proprio in questi giorni, in queste ore, fanno trapelare poco o nulla delle loro posizioni riguardo a una tragedia collettiva che è la guerra che si sta espandendo dovunque in oriente, e si perdono in queste polemiche, dando adito a Repubblica, al PD, di accusare l’M5S di razzismo?

Perché, nei fatti, l’M5S è ancora pesantemente condizionato da un diktat, chiarissimo e lucidissimo: fomentare conflitto e rabbia in Italia, partendo da presupposti giusti ma rendendoli indigesti all’opinione pubblica con azioni scientificamente ragionate. Fare cerchiobottismo tra un ribellismo anarchico e una rivisitazione pseudoleghista per non portare le loro proposte politiche alla SINTESI, percorso fondamentale che non solo i partiti comunisti, ma qualsiasi partito rivoluzionario nel mondo ha saputo fare, è parte integrante della loro strategia.

Ma questo non deve farci desistere, perché nel Movimento, in chi vota il Movimento, ci sono molti, tanti voti che sono per il cambiamento, per la giustizia sociale vera: voti di operai, di lavoratori, di precari e di giovani. Dobbiamo lottare da comunisti negli interstizi del popolo pentastellato, allacciare contatti con loro esponenti a tutti i livelli, cercando con generosità di far capire che non è in gioco la nostra o la loro parrocchia, ma la salvezza dell’Italia e dell’Europa come elemento di democrazia sociale. In tutto questo, l’Unione Europea e tutte le forze politiche che sono disposte a sostenerla acriticamente, si stanno dimostrando, destre e finte sinistre, pericolose per i popoli d’Europa.

L’austerità è uno dei problemi, ma il secondo, non meno importante forse anche più brutale e letale, è la guerra, lo stato di militarizzazione permanente, che sta uccidendo lentamente le nostre democrazie e provocando l’aggressività delle potenze asiatiche. Al posto di cercare cooperazione e sviluppo con Russia e Cina, e anche con l’Iran, abbiamo fatto di tutto per minacciarli, destabilizzarli, contenerli. Mentre il Sud America ha intessuto rapporti con i nascenti BRICS, cercando la via multilateralista, l’Europa si è arroccata su se stessa e sulle sue vecchie visioni del mondo.

Queste reazioni di queste settimane, non solo della Russia, ma anche della Cina rispetto alle esercitazioni in Corea del Sud e a Taiwan, sono l’inevitabile conseguenza della follia di questi vent’anni di unipolarismo, e di tutte le guerre umanitarie che l’occidente ha fatto per esportare democrazia. E’ ora di finirla con le ambiguità, le parole “destra” e “ sinistra” subiranno profondi sconvolgimenti e mutamenti, e solo se si riprenderà a studiare e a lottare per il socialismo, quello vero, non quello dei “socialisti” europei, forse, si riuscirà ad evitare la barbarie.

La Storia infinita

di Luca Rodilosso

da www.ridottiallosso.it

Dopo queste elezioni europee ci risiamo, nuovamente, e nonostante il 4% superato. Il mio partito, il Pdci, è il piccolo grande escluso, e sembra sempre più un piccolo grande amore mollato da molti: “se avesse fatto”, “se fosse stato più di qua o più di là…”. Che fare quindi? Serrare le fila? Aprire le danze? O aprire le stanze, per dirla alla Majakovskij?

Se quello che dirò piacerà o non piacerà, non è un problema. Il problema, e grave, è come è stato ridotto il nostro Partito dei Comunisti Italiani.

Siamo sempre lì, intorno a noi stessi e alle nostre beghe, ai nostri desideri possibili e impossibili, che si mischiano in maniera ormai unica e senza discontinuità coi vissuti personali, le impressioni, le paure e le gioie (poche).

Una cosa è certa e sicura, anche se persino questa è messa in dubbio da certuni: NON ESISTE rilancio, rinascita di qualsivoglia sinistra  comunista e di alternativa di sistema in questo paese se non si parte dall’idea che tutte le storie precedenti hanno fallito. E qua scatta la prima confusione: la parola “storie” viene spesso associata alla forza politica di riferimento, Prc, Pdci, alla quale nel tempo abbiamo aggiunto svariate sigle fino ad arrivare ai comunisti di Rizzo che esibiscono una violenza verbale, anche con i compagni di altre organizzazioni, che a nulla porta se non alla creazione di un’area incattivita e demagogica, con un respiro strategico rasente lo scantinato di casa mia, nel seno del piccolo movimento comunista italiano.

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Comunisti, sinistra ed europa. I risultati del sondaggio in rete.

Cominciamo col dire che in più di 800 avete risposto al sondaggio, e per questo vi ringrazio. Il sondaggio vuole tastare le opinioni dei compagni e delle compagne su questioni importanti e delicate come l’unità dei comunisti, della sinistra e la posizione sull’europa e le elezioni europee. Ecco i risultati:

Il 47% di chi ha riposto al sondaggio ha tra i 18 e i 29 anni, e questo è un dato confortante, il 25% ha tra i 30 e i 44 anni, il 20% tra i 45 e i 59, solo 6% sopra i 60 e all’ultimo posto ci sono gli ander 18, solo il 2%.

Il 41% è iscritto a Rifondazione Comunista, il 28% al PdCI, il 27% a nessuna organizzazione e il restante 4% ad altre (SEL, PCL, PD, M5S, CSP).

Alla prima domanda, sullo scioglimento del PRC e del PDCI per la costruzione di un nuovo partito comunista, le risposte sono molto incoraggianti. Ben il 52% risponde che bisogna costruire un nuovo partito comunista e che non riguardi solo lo scioglimento di PdCI e PRC ma tutti i partiti comunisti italiani. Il 20% afferma che bisogna farlo perché divisi sono inutili e insufficienti. Quindi ben il 72% vuole lo scioglimento del pdci e prc e non solo per la costruzione un nuovo partito comunista. Il 13% di voi preferisce una federazione che mantenga l’identità di ogni partito e solo il 7% pensa che i partiti siano troppo diversi e quindi non vuole un nuovo partito.

Sull’unificazione della sinistra in un unico fronte avete risposto così: il 41% pensa che sia l’unico modo per far tornare grande la sinistra, il 37% vuole però che sia chiarita la politica delle alleanze, il 6% pensa che bisogna valutare caso per caso mantenedo l’autonomia dei soggetti politici e il 10% è contrario al fronte unico della sinistra perché i soggetti politici sono troppo eterogenei. Il 78% vuole una sinistra unita ma una parte consistente di essi vuole che la politica delle alleanze siano chiarite fin da subito. Solo il 16% è contrario a questa proposta.

Riguardo le alleanze con il centro sinistra, le risposte che avete dato determinano una divisione in tre poli. Difatti il 30% di voi dice mai con il centro sinistra, il 31% vuole che sia valutato caso per caso alle elezioni locali e un netto no all’alleanza a livello nazionale, il 32% che sia valutato caso per caso sia nelle elezioni locali che nazionali. Solo il 4% dice di andare sempre e comunque con il centro sinistra.

Passando all’europa, sul tema principale che la sinistra e i comunisti devono portare avanti le risposte sono state abbastanza nette: ben il 64% vuole che il tema principale debba essere la disobbedienza e la ritrattazione dei trattati europei (fiscal compact, mes etc.) e del ruolo della BCE, solo il 17% vuole l’uscita dall’euro e dall’europa ed il 12% pensa che si debba dire no all’austerity tedesca e che sia ridimensionato il ruolo della Germania.

Come si devono presentare i comunisti e la sinistra alle prossime elezioni europee? Avete risposto così: il 38% vuole una lista unica dei comunisti che indichi il gue come gruppo d’appartenenza e tsipras come candidato alla commissione europea. Il 34 % vuole una lista unica della sinistra che includa SEL e società civile ma solo se viene indicato il GUE come gruppo d’appartenenza e il sostegno a Tsipras. il 13% vuole una lista unica della sinistra con SEL e società civile ma senza indicare l’appartenenza al GUE e senza dover per forza sostenere Tsipras, e il 5% vuole la stessa cosa ma senza la società civile.

Come vedete, il sondaggio ci da delle risposte chiare su certi temi e risposte divise su altri. La stragrande maggioranza vuole lo scioglimento del PRC e del PdCI e degli altri partiti comunisti e la costruzione un unico partito comunista. In pochi, pochissimi, non la vogliono. Idem per la riunificazione della sinistra in un unico fronte, ma comunque c’è la chiara volonta di mettere subito in chiaro la politica delle alleanze. Le alleanze sono, ahimè, un punto dolente che più divide la sinistra e i comunisti. Praticamente non vien escluso nulla, nè il no a prescindere al centro sinistra né la vlutazione caso per caso, sia nel locale che a livello nazionale. In europa viene bocciata la linea per l’uscita dall’euro e dall’ue e si preferisce la via della disobbedienza ai trattati europei e la loro ritrattazione, incluso il ruolo della BCE. E questo è un bel segnale che ci distingue dagli altri, nessuna contaminazione populista. Anche per le elezioni europee i segnali sono buoni anche se c’è ancora divisione tra chi vuole anche SEL e chi vuole una lista dei soli comunisti, ma su Tsipras e sul GUE le idee sono chiarissime, imprescindibili.

Grazie compagni e compagne per avermi aiutato in questo sondaggio, che questi dati siano utilizzati e che i dirigenti della sinistra e dei comunisti sappiano cosa voglioni i compagni e le compagne che lavorano tutti i giorni sul territorio e non solo. Certo, non è un sondaggio definitivo e non è la verità assoluta, ma penso che sia già qualcosa. Adesso la parola a voi e alle vostre considerazioni.

Nicolò Monti

Comunisti e civismo – costruzione democratica di un futuro comune

Vorrei condividere una riflessione per la sinistra alternativa in Italia. Anzitutto molte voci si stanno levando contro ipotesi personalistiche sulla costruzione delle liste delle elezioni. Questa è una posizione corretta, molti militanti si esprimono su questo. Ma manca un’idea che sia in grado di trasmettere antichi ideali in un nuovo contesto sociale. In Italia paradossalmente, dopo una storia grande e preziosa come quella del PCI, stiamo assistendo alla grande illusione storica di un gruppo dirigente che usa parole e immaginario di sinistra per veicolare politiche di destra. Il PD è il fulcro di questa contraddizione, anche nelle sue propaggini ironiche delle pagine Facebook, e nonostante la vittoria di Renzi, il costume trasformista continua. Apparati senza più ideali, o semplicemente socialdemocratizzati, negano la ricostruzione al di fuori di essi di forze che si richiamino a quello che loro erano stati, cioè al comunismo.

La risposta per chi vuole un nuovo fronte a sinistra non sta più nelle forme di ieri. Non perché vanno rinnegate, come è stato il tentativo della sinistra vendoliana, ma perché vanno rivitalizzate con una nuova forma comunicativa che superi l’impasse e il grande equivoco PCI-PD che il senso comune delle persone, in Italia, ormai ha acquisito. Serve una spinta come quella grillina, solo con una base teorica che sia neomarxista. In Italia solo così si può uscire dalle secche.
Che ruolo possono avere i partitini comunisti rimasti in campo, e in particolar modo che ruolo può avere il Pdci che tra essi sembra sia quello più omogeneo e con una linea di sintesi maggiore tra realtà e idealità?

Anzitutto nessuna paura dell’ignoto. Nessun tipo di spirito ottuso e autoconservativo, che lo porterebbe ad assomigliare più a una setta che a un partito.
Sicuramente è necessario un movimento di massa, con una simbologia forte, antica e al contempo rinnovata, che trovi nelle sue fondamenta un Partito che lo sorregga, e questo non può che essere un partito comunista. Però vanno superate delle contingenze, con l’intelligenza di capire la fase, e pare che ancora molti non riescano a comprendere che è tempo di lanciare un’operazione comunicativa nuova, che si svincoli dal nostalgismo, essendo in grado al contempo di non scivolare nell’opportunismo.

Rivoluzione Civile aveva in sé troppe contraddizioni, ma c’è chi non è stato nemmeno in grado di vederne in nuce alcune potenzialità: da un lato la presenza di Di Pietro, l’eccessiva personalizzazione della lista comunque necessaria dati i tempi ristretti di presentazione, la dialettica malsana tra partiti non rinnovati e società civile anch’essa un pò incancrenita, un pò sempre la stessa.
Ma dall’altro una potenziale convivenza che, se incardinata in maniera corretta, poteva fare la differenza per tutti.
Le espressioni dei movimenti civici, di reale consistenza e non di qualche penna allegra e sempreverde, devono imparare ad accettare il ruolo e l’esperienza dei comunisti. I comunisti devono imparare a non fagocitare le dinamiche civiche, perché la coscienza di classe imposta abbiamo visto – e degli errori la Storia non fa sconti – che fine ha fatto fare a tutta una serie di esperienze di governo nel campo socialista.

soleUna strada reale, prima di tutte le discussioni contingenti su liste, listini e listoni, candidati… è un ricambio completo del gruppo dirigente CENTRALE dei partiti comunisti, se possibile unificati (se possibile), e una ripresa serrata con le forze REALI che si rifanno al civismo. Abolire il concetto generico di “società civile” poiché essa è omnicomprensiva per iscritti o non iscritti ai partiti, e ragionare sulla costruzione di un movimento comune, con dinamiche democratiche (pesi e contrappesi di gestione e ricorso referendario su alcune tematiche condivise); un movimento che abbia la forza comunicativa necessaria per porsi socialmente ed elettoralmente alla testa dei processi di cambiamento da rilanciare nel paese.

Luca Rodilosso

21 agosto 1964 – Togliatti muore a Yalta

togliattiIn onore e nel ricordo del grande leader comunista, ripubblichiamo alcuni stralci della sua opera “La politica nazionale di unità dei comunisti” e il “Memoriale di Yalta”.

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tratto da:
Palmiro Togliatti, La politica di unità nazionale dei comunisti – rapporto ai quadri dell’organizzazione comunista napoletana, 11 aprile 1944 (archivio storico del movimento operaio napoletano, La città del Sole, 2002).

[…]Ci hanno accusato di essere disfattisti. Ma chi è che ha portato l’esercito italiano a una disfatta che non ha nella nostra storia nessun precedente, tanto per la sua gravità quanto per la sua ampiezza? Gli uomini che dettero il bando a noi col pretesto che ciò era necessario per garantire la forza dell’esercito, non sono stati capaci, in più di tre anni di guerra, a garantire alle armi italiane il più piccolo successo militare. Gli uomini che non potevano né fare un passo, né pronunciare una parola se non ostentando le divise più pompose, assumendo pose da imperatore e sfidando tutto il mondo, non erano passati sei mesi dalla dichiarazione di guerra che dovevano fare ricorso, per salvarsi, all’aiuto di armi straniere. Avendo trovato, al loro avvento al potere, un esercito che aveva vinto una guerra, ci hanno lasciato, oggi, un esercito disfatto, umiliato, decomposto. Ma i disfatti, a sentir loro, saremmo stati noi!
Ci hanno accusato, infine, di essere antinazionali, e questo termine, anzi, era quasi diventato di prammatica per designarci. Compagni, io sfido chiunque, dopo l’esame storico e politico più severo, a trovare un solo atto del nostro partito il quale sia stato in contrasto o abbia nociuto agli interessi della nazione. Ma dove è stata portata la nazione italiana dagli uomini e dal regime che a noi avevano dato il bando e ci chiamavano antinazionali? Essa è stata portata alla catastrofe, e non già per qualche errore occasionale contingente che sia stato commesso, – come alle volte ancora si sente dire,- bensì perché tutta la politica del fascismo, dal primo sino all’ultimo giorno, è stata contraria agli interessi della nazione. Antinazionale è stata la distruzione delle libertà costituzionali, conquistate dal popolo in una lotta di decenni. Essa ha permesso, infatti, ai gruppi più avidi ed egoistici della società italiana di sacrificare gli interessi della nazione ai loro interessi di casta esclusivi.Antinazionale è stata la riduzione del tenore di vita degli operai, dei contadini, dei lavoratori. Essa ha brutalmente troncato, infatti, le naturali vie di sviluppo dell’economia del paese: l’ha spinta sul cammino della miseria e della decomposizione. Antinazionale, prima di tutto, però, è stata la politica di conquiste pazzesche e di imperialistiche avventure, di intrighi e di violenza dei rapporti internazionali, la quale ci ha portato alla guerra e alla disfatta. Predicata ancor prima che il fascismo sorgesse, questa politica è stata la chiave di volta di tutto ciò che è stato fatto dal fascismo. Essa è stata il terreno sul quale si è realizzata l’unità dei gruppi più reazionari del paese, nell’interesse dei quali questa politica venne fatta. Noi denunciamo gli uomini, i gruppi economici e politici, le istituzioni che hanno ispirato, dettato o coperto questa politica, come i veri responsabili, come i veri autori della catastrofe del nostro paese.
Si volle far crede al popolo che l’Italia, essendo povera, si sarebbe arricchita conquistando delle colonie. Ebbene, le famose colonie, che costituiscono il così decantato impero fascista, non hanno mai dato un soldo al bilancio della nazione; hanno rappresentato sempre un carico, prima di miliardi e poi di decine di miliardi, che ha finito per schiacciare l’Italia. Vero è, però, che da essi attinsero milioni e milioni, attraverso un’opera losca di speculazione ai danni dello stato, i pezzi grossi del regime fascista, gli uomini e i gruppi che avevano direttamente contribuito direttamente alla sua instaurazione.
Quale interesse nazionale poteva spingere l’Italia a fare la guerra alla Spagna, a prendere le armi contro un popolo insorto in difesa della sua indipendenza e della sua libertà, e col solo risultato finale, in sostanza, di fare della Spagna una semi-colonia dell’imperialismo tedesco?
Quale interesse nazionale poteva giustificare o ispirare il patto con la Germania Hitleriana, il quale rendeva inevitabile la trasformazione dell’Italia in vassallo del militarismo e imperialismo tedesco? […]
Antinazionale e stolta fu la politica che gettò l’Italia in guerra contro l’Inghilterra, la quale aveva favorito, nel secolo scorso, la formazione dell’unità nazionale d’Italia: contro gli Stati Uniti d’America, dove hanno trovato una seconda patria 4 milioni di italiani. Criminale fu l’attacco a tradimento contro la Francia, contro la Grecia. Contrari a tutti i piani di interessi italiani i piani di soggiogare i popoli slavi della penisola balcanica, nostri alleati naturali invece, nella resistenza ai sempre rinnovati tentativi di espansione del germanesimo. Un delitto contro la nazione fu la guerra contro l’Unione Sovietica, e non soltanto perchè l’Unione Sovietica è il paese dove la classe operaia è al potere, dove il popolo è interamente padrone dei propri destini, e che ha sempre fatto una politica di pace, ma anche per considerazioni puramente nazionali, perchè la Russia, come Stato, ha sempre favorito la formazione in Italia di uno stato unitario indipendente.
Tutta la politica imperialista del fascismo è stata antinazionale, essa non poteva portarci ad altro che ad una catastrofe; essa doveva culminare, come ha culminato, nel tradimento più vergognoso, nel provocare l’invasione e l’occupazione della nostra patria da parte delle orde Hitleriane, la perdita della nostra unità e della nostra indipendenza. Vassalli ieri di Hitler, i fascisti sono oggi servi abietti degli invasori hitleriani, i carnefici, per conto dei tedeschi, dei nostri fratelli e del nostro paese. Il movimento che ingannò l’Italia e il mondo con la sua demagogia pseudo patriottica è sprofondato nella fogna del tradimento nazionale. […]
Noi comunisti abbiamo il merito – e lo rivendichiamo – di avere sempre lottato contro la politica antinazionale del fascismo, dall’inizio sino alla fine, senza esitazioni e senza dubbi. […]
Noi siamo il partito della classe operaia […] Ma la classe operaia non è mai stata estranea agli interessi della nazione.[…] Noi rivendichiamo queste tradizioni della classe operaia italiana. Noi rivendichiamo le tradizioni del socialismo italiano, di questo grande movimento di masse operaie e di popolo, che irrompendo sulla scena politica, reclamando il riconoscimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori, chiedendo che fosse assicurato al popolo il posto che gli spetta nella direzione del paese, ha adempiuto una grande funzione nazionale di risanamento, di ravvivamento, e rinnovamento di tutta la vita italiana.[…]
La bandiera degli interessi nazionali, che il fascismo ha trascinato nel fango e tradito, noi la raccogliamo e la facciamo nostra[…] Quando noi difendiamo gli interessi della nazione, quando ci mettiamo alla testa del combattimento per la liberazione d’Italia dall’invasione tedesca, noi siamo nella linea delle vere e grandi tradizioni del movimento proletario. Siamo nella linea della dottrina e delle tradizioni di Marx e di Engels, i quali mai rinnegarono gli interessi della loro nazione, sempre li difesero, tanto contro l’aggressore e invasore straniero, quanto contro i gruppi reazionari che li calpestavano. Siamo nelle linee del grande Lenin, il quale affermava di sentire in sé l’orgoglio del russo […]
La nostra politica deve essere tale che assicuri alla classe operaia e a noi tutte le alleanze necessarie per risolvere i gravi e seri problemi della vita nazionale nel momento presente e futuro.

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Promemoria sulle questioni del movimento operaio internazionale e della sua unità

Yalta, agosto 1964

La lettera del P.C.U.S., con l’invito alla riunione preparatoria della conferenza internazionale giunse a Roma pochi giorni prima della mia partenza. Non abbiamo quindi avuto la possibilità di esaminarla in una riunione collettiva della direzione, anche per l’assenza di molti compagni. Abbiamo soltanto potuto avere uno scambio rapido di idee fra alcuni compagni della segreteria. La lettera sarà sottoposta al Comitato Centrale del partito, che si riunirà alla metà di settembre. Rimane intanto fermo che noi prenderemo parte, e parte attiva, alla riunione preparatoria. Dubbi e riserve circa l’opportunità della conferenza internazionale rimangono però in noi, soprattutto perché è ormai evidente che a questa non parteciperà un gruppo non trascurabile di partiti, oltre quello cinese. Nella stessa riunione preparatoria ci sarà senza dubbio offerta la possibilità di esporre e motivare le nostre posizioni, anche perché esse investono tutta una serie di problemi del movimento operaio e comunista internazionale. Di questi problemi farò un rapido cenno nel presente memoriale, anche allo scopo di facilitare ulteriori scambi di idee con voi, qualora questi alano possibili.

Sul modo migliore di combattere le posizioni cinesi 

Il piano che noi proponevamo per una lotta efficace contro le errate posizioni politiche e contro l’attività scissionista dei comunisti cinesi era diverso da quello che effettivamente è stato seguito. In sostanza il nostro piano si fondava su questi punti:
• non interrompere mai la polemica contro le posizioni di principio e politiche cinesi;
• condurre questa polemica, a differenza di ciò che fanno i cinesi, senza esasperazioni verbali e senza condanne generiche, su temi concreti, in modo oggettivo e persuasivo, e sempre con un certo rispetto per l’avversario;
• in pari tempo procedere, per gruppi di partiti, a una serie di incontri per un esame approfondito e una migliore definizione dei compiti che si pongono oggi nei differenti settori del nostro movimento (Occidente europeo, paesi dell’America latina, paesi del terzo mondo e loro contatti col movimento comunista dei paesi capitalistici, paesi di democrazia popolare, ecc.). Questo lavoro doveva farsi tenendo presente che dal ’57 e dal ’60 la situazione in tutti questi settori è seriamente cambiata e senza un’attenta elaborazione collettiva non è possibile arrivare a una giusta definizione dei compiti comuni del nostro movimento;
• solo dopo questa preparazione che poteva occupare anche un anno o più di lavoro, avrebbe potuto essere esaminata la questione di una conferenza internazionale, la quale potesse veramente essere una nuova tappa del nostro movimento, un suo effettivo raflorzamento su posizioni nuova e giuste.
In questo modo avremmo anche potuto meglio isolare i comunisti cinesi, opporre loro un fronte più compatto, unito non soltanto per l’uso di comuni definizioni generali delle posizioni cinesi, ma per una più proonda conoscenza dei compiti comuni di tutto il movimento e di quelli che concretamente si pongono in ognuno dei suoi settori. Del resto, una volta ben definiti i compiti e la linea politica nostra settore per settore, si sarebbe anche potuto rinunciare alla conferenza internazionale, qualora ciò fosse apparso necessario per evitare una scissione formale.

È stata seguita una linea diversa e le conseguenze non le giudico del tutto buone. Alcuni (forse anche molti) partiti si attendevano una conferenza a brevissima scadenza, allo scopo di pronunciare un’esplicita solenne condanna, valida per tutto il movimento. L’attesa può anche averli disorientati.
L’attacco dei cinesi si è intanto sviluppato ampiamente e così la loro azione per costituire piccoli gruppi scissionistici e conquistare alle loro posizioni qualche partito. AI loro attacco si è risposto in generale con una polemica ideologica e propagandistica, non con uno sviluppo della nostra politica legato alla lotta contro le posizioni cinesi.
Alcuni atti sono statli compiuti in quest’ultima direzione dall’Unione Sovietica (firma del patto di Mosca contro gli esperimenli nucleari, viaggio del compagno Khrustciov in Egitto, ecc.) ed essi sono stati delle vere e importanti vittorie conseguite contro i cinesi. Il movimento comunista degli altri paesi non è però riuscito a far nulla di questo genere. Per spiegarmi meglio, penso, per esempio, all’importanza che avrebbe avuto un incontro internazionale, convocato da alcuni partiti comunistli occidentali, con un’ampia sfera di rappresentanti dei paesi democratici del “terzo mondo” e dei loro movimenti progressivi, per elaborare una concreta linea di cooperazione e di aiuto a questi movimenti. Era un modo di combattere i cinesi coi fatti, non soltanto con le parole.

Ritengo interessante in propositola nostra esperienza di partito. Abbiamo nel partito, e ai suoi margini qualche gruppetto di compagni e simpatizzanti che inclinano verso le posizioni cinesi e le difendono.
Qualche membro del partito ha dovuto essere cacciato dalle nostre file perché responsabile di atti di frazionismo e di indisciplina. In generale però noi conduciamo su tutti i temi della polemica con i cinesi ampie discussioni nelle assemblee di cellula e di sezione, e negli attivi cittadini. Il maggior successo lo si ha sempre quando si passa dall’esame dei temi generali (carattere dell’imperialismo e dello Stato, forze motrici della rivoluzione, ecc.) alle questioni concrete della nostra politica corrente (lotta contro il governo, critica del partito socialista, unità sindacale, scioperi, ecc.). Su questi temi la polemica dei cinesi è completamente disarmata e impotente.
Da queste osservazioni ricavo la conseguenza che (anche se oggi già si lavora per la conferenza internazionale) non si deve rinunciare a iniziative politiche che ci servano a sconfiggere le posizioni cinesi e che il terreno sul quale è più facile batterle è quello del giudizio sulla situazione concreta che oggi sta davanti a noi e dell’azione per risolvere i problemi che si pongono, nei singoli settori del nostro movimento, ai singoli partiti e al movimento in generale.

Sulle prospettive della situazione presente

Noi giudichiamo con un certo pessimismo le prospettive della situazione presente, internazionalmente e nel nostro Paese. La situazione è peggiore di quella che stava davanti a noi due-tre anni fa.
Dagli Stati Uniti d’America viene oggi il pericolo più serio. Questo paese sta attraversando una profonda crisi sociale. Il conflitto di razza tra bianchi e negri è soltanto uno degli elementi di questa crisi.
L’assassinio di Kennedy ha palesato fino a che punto può giungere I’attacco dei gruppi reazionari. Non si può in nessun modo escludere che nelle elezioni presidenziali debba trionfare il candidato repubblicano (Goldwater), che ha nel suo programma la guerra e parla come un fascista. Il peggio è che l’offensiva che costui conduce sposta sempre più a destra tutto il fronte politico americano, rafforza la tendenza a cercare in una maggiore aggressività internazionale una via d’uscita a contrasti interni e la base di un accordo con i gruppi reazionari dell’Occidente europeo. Ciò rende la situazione generale assai pericolosa.
Nell’Occidente europeo la situazione è molto differenziata ma prevale, come elemento comune, il processo di ulteriore concentrazione monopolistica, di cui il Mercato Comune è il luogo e lo strumento. La concorrenza economica americana, che si fa più intensa e aggressiva, contribuisce ad accelerare il processo di concentrazione. Diventano in questo modo più forti le basi oggettive di una politica reazionaria, che tende a liquidare o limitare le libertà democratiche, a mantenere in vita i regimi fascisti, a creare regimi autoritari, a impedire ogni avanzata della classe operaia e ridurre sensibilmente il suo livello di esistenza.

Circa la politica internazionale, le rivalità e i contrasti sono profondi. La vecchia organizzazione della NATO attraversa un’evidente seria crisi, grazie particolarmente alle posizioni di De Gaulle. Non bisogna farsi illusioni, però. Esistono certamente contraddizioni che noi possiamo sfruttare a fondo; sino ad ora, però, non appare, nei gruppi dirigenti degli Stati continentali, una tendenza a svolgere in modo autonomo e conseguente un’azione a favore della distensione dei rapporti internazionali. Tutti questi gruppi, poi, si muovono, in un modo o nell’altro e in maggiore o minore misura, sul terreno del neocolonialismo, per impedire il progresso economico e politico dei nuovi Stati liberi africani.
I fatti del Viet Nam, i fatti di Cipro mostrano come, soprattutto se dovesse continuare lo spostamento a destra di tutta la situazione, possiamo trovarci all’improvviso davanti a crisi e pericoli molto acuti, in cui dovranno essere impegnati a fondo tutto il movimento comunista e tutte le forze operaie e socialiste d’Europa e del mondo intero.
Di questa situazione crediamo si debba tener conto in tutta la nostra condotta verso i comunisti cinesi. L’unità di tutte le forze socialiste in una azione comune, anche al di sopra delle divergenze ideologiche, contro i gruppi più reazionari dell’imperialismo, è un’imprescindibile necessità. Da questa unità non si può pensare che possano essere esclusi la Cina e i comunisti cinesi.
Dovremo quindi sin da oggi agire in modo da non creare ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo, anzi di facilitarlo. Non interrompere in alcun modo le polemiche, ma avere sempre come punto di partenza di esse la dimostrazione, sulla base dei fatti di oggi, che l’unità di tutto il mondo socialista e di tutto il movimento operaio e comunista è necessaria e che essa può venire realizzata.
In relazione con la riunione della commissione preparatoria il 15 dicembre, si potrebbe già pensare a qualche particolare iniziativa. Per esempio, all’invio di una delegazione, composta dei rappresentanti di alcuni partiti, che esponga ai compagni cinesi il nostro proposito di essere uniti e collaborare nella lotta contro il nemico comune e ponga loro il problema di trovare la via e la forma concreta di questa collaborazione. Si deve inoltre pensare che se come noi pensiamo sia necessario tutta la nostra lotta contro le posizioni cinesi deve essere condotta come una lotta per la unità, le stesse risoluzioni a cui si potrà giungere, dovranno tener conto di questo fatto, lasciar da parte le generiche qualifiche negative e avere invece un forte e prevalente contenuto politico positivo e unitario.

Sullo sviluppo del nostro movimento 

Noi abbiamo sempre pensato che non era giusto dare una rappresentazione prevalentemente ottimista del movimento operaio e comunista dei paesi occidentali. In questa parte del mondo, anche se qua e là si sono fatti progressi, il nostro sviluppo e le nostre forze sono ancora oggi inadeguati ai compiti che ci si presentano. Fatta eccezione per alcuni partiti (Francia, Italia, Spagna, ecc.) non usciamo ancora dalla situazione in cui i comunisti non riescono a svolgere una vera ed efficace azione politica, che li colleghi con grandi masse di lavoratori, si limitano a un lavoro di propaganda e non hanno un’influenza effettiva sulla vita politica del loro paese. Bisogna in tutti i modi ottenere di superare questa fase, spingendo i comunisti a vincere il loro relativo isolamento, a inserirsi in modo attivo e continuo nella realtà politica e sociale, ad avere iniziativa politica, a diventare un effettivo movimento di massa.
Anche per questo motivo, pur avendo sempre considerato errate ed esiziali le posizioni cinesi, abbiamo sempre avuto e conserviamo forti riserve sull’utilità di una conferenza internazionale dedicata soltanto o in prevalenza alla denuncia e alla lotta contro queste posizioni, appunto perché temevamo e temiamo che, in questo modo, i partiti comunisti di paesi capitalistici siano spinti nella direzione opposta a quella necessaria, cioè a chiudersi in polemiche interne, di natura puramente ideologica, lontane dalla realtà. Il pericolo diventerebbe particolarmente grave se si giungesse a una dichiarata rottura del movimento, con la formazione di un centro internazionale cinese che creerebbe sue “sezioni” in tutti i paesi. Tutti i partiti e particolarmente i più deboli, sarebbero portati a dedicare gran parte della loro attività alla polemica e alla lotta contro queste cosiddette “sezioni” di una nuova Internazionale”. Tra le masse ciò creerebbe scoraggiamento e lo sviluppo del nostro movimento sarebbe fortemente ostacolato. È vero che già oggi i tentativi frazionistici dei cinesi si svolgono ampiamente e in quasi tutti i paesi. Bisogna evitare che la quantità di questi tentativi diventi qualità, cioè vera, generale e consolidata scissione.
Oggettivamente esistono condizioni molto favorevoli alla nostra avanzata, sia nella classe operaia, sia tra le masse lavoratrici e nella vita sociale, in generale. Ma è necessario saper cogliere e sfruttare queste condizioni. Per questo occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e sociale nel quale si compiono continue e rapide tra sformazioni.
Molto rapidamente faccio alcuni esempi.
La crisi del mondo economico borghese è molto profonda. Nel sistema del capitalismo monopolistico di Stato sorgono problemi del tutto nuovi, che le classi dirigenti non riescono più a risolvere con i metodi tradizionali. In particolare sorge oggi nei più grandi paesi la questione di una centralizzazione della direzione economica, che si cerca di realizzare con una programmazione dall’alto, nell’interesse dei grandi monopoli e attraverso l’intervento dello Stato. Questa questione è all’ordine del giorno in tutto l’Occidente e già si parla di un progrmazione internazionale, a preparare la quale lavorano gli organi dirigenti del Mercato Comune. È evidente che il movimento operaio e democratico non può disinteressarsi di questa questione. Ci si deve battere anche su questo terreno. Ciò richiede uno sviluppo e una coordinazione delle rivendicazioni immediate operaie e delle proposte di riforma della struttura economica (nazionalizzazioni, riforme agrarie, eccetera), in un piano generale di sviluppo economico da contrapporre alla programmazione capitalistica.
Questo non sarà certo ancora un piano socialista, perchè per questo mancano le condizioni, ma è una nuova forma e un nuovo mezzo di lotta per avanzare verso il socialismo. La possibilità di una via pacifica di questa avanzata è oggi strettamente legata all’impostazione e soluzione di questo problema. Un’iniziativa politica in questa direzione ci può facilitare la conquista di una nuova grande influenza su tutti gli strati della popolazione, che non sono ancora conquistati al socialismo, ma cercano una via nuova.
La lotta per la democrazia viene ad assumere, in questo quadro, un contenuto diverso che sino ad ora, più concreto, più legato alla realtà della vita economica e sociale. La programmazione capitalistica è infatti sempre collegata a tendenze antidemocratiche e autoritarie, alle quali è necessario opporre l’adozione di un metodo democratico anche nella direzione della vita economica.
Col maturare dei tentativi di programmazione capitalistica si fa più difficile la posizione dei sindacati.
Parte essenziale della programmazione è infatti la cosiddetta “politica del redditi”, che comprende una serie di misure volte a impedire il libero sviluppo della lotta salariale, con un sistema di controllo dall’alto del livello dei salari e il divieto del loro aumento oltre un certo limite. È una politica destinata a fallire (interessante l’esempio delI’Olanda); ma può fallire solo se i sindacati sappiano muoversi con decisione e con intelligenza, collegando anch’essi le loro rivendicazioni immediate alla richiesta di riforme economiche e di un piano di sviluppo economico che corrisponda agli interessi dei lavoratori e del ceto medio.
La lotta dei sindacati non può però più, nelle odierne condizioni dell’Occidente, essere condotta soltanto isolatamente, paese per paese. Deve svilupparsi anche su scala internazionale, con rivendicazioni e azioni comuni. E qui è una delle più gravi lacune del nostro movimento.
La nostra organizzazione sindacale internazionale (FSM) fa soltanto della generica propaganda. Non ha finora preso nessuna iniziativa efficace di azione unitaria contro la politica dei grandi monopoli. Del tutto assente è anche stata, finora, la nostra iniziativa verso le altre organizzazioni sindacali internazionali. Ed è un serio errore, perchè in queste organizzazioni già vi è chi critica e tenta di opporsi alle proposte e alla polItica dei grandi monopoli.
Ma vi sono, oltre a questi, molti altri campi dove possiamo e dobbiamo muoverci con maggiore coraggio, liquidando vecchie formule che non corrispondono più alla realtà di oggi.
Nel mondo cattolico organizzato e nelle masse cattoliche vi è stato uno spostamento evidente a sinistra al tempo di Papa Giovanni. Ora vi è al centro, un riflusso a destra. Permangono però, alla base, le condizioni e la spinta per uno spostamento a sinistra che noi dobbiamo comprendere ed aiutare. A questo scopo non ci serve a niente la vecchia propaganda ateistica. Lo stesso problema della coscienza religiosa, del suo contenuto, delle sue radici tra le masse, e del modo di superarla, deve essere posto in modo diverso che nel passato, se vogliamo avere accesso alle masse cattoliche ed essere compresi da loro. Se no avviene che la nostra “mano tesa” ai cattolici, viene intesa come un puro espediente e quasi come una ipocrisia.
Anche nel mondo della cultura (letteratura, arte, ricerca scientifica, ecc.) oggi le porte sono largamente aperte alla penetrazione comunista. Nel mondo capitalistico si creano infatti condizioni tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale. Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico. Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura; ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano. Non tutti coloro che, nei diversi campi della cultura, nella filosofia, nelle scienze storiche e sociali, sono oggi lontani da noi, sono nostri nemici o agenti del nostro nemico. È la comprensione reciproca, conquistata con un continuo dibattito, che ci dà autorità e prestigio, e nello stesso tempo ci consente di smascherare i veri nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani dell’espressione artistica e così via. In questo campo molto aiuto ci potrebbe venire, ma non sempre è venuto, dai paesi dove già dirigiamo tutta la vita sociale.
E lascio da parte, per brevità, molti altri temi che potrebbero essere toccati.
Nel complesso, noi partiamo, e siamo sempre convinti che si debba partire, nella elaborazione della nostra politica, dalle posizione del XX Congresso. Anche queste posizioni hanno però bisogno, oggi, di essere approfondite e sviluppate. Per esempio, una più profonda riflessione sul tema della possibilità di una via pacifica di accesso al socialismo, ci porta a precisare che cosa noi intendiamo per democrazia in uno Stato borghese, come si possono allargare i confini della libertà e delle istituzioni democratiche e quali siano le forme più efficaci di partecipazione delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica.
Sorge così la questione della possibilità di conquista di posizioni di potere, da parte delle classi lavoratrici, nell’ambito di uno Stato che non ha cambiato la sua natura di Stato borghese e quindi se sia possibile la lotta per una progressiva trasformazione, dall’interno, di questa natura. In paesi dove il movimento comunista sia diventato forte come da noi (e in Francia), questa è la questione di fondo che oggi sorge nella lotta politica. Ciò comporta, naturalmente, una radicalizzazione di questa lotta e da questa dipendono le ulteriori prospettive.

Una conferenza internazionale può, senza dubbio, dare un aiuto per la migliore soluzione di questi problemi, ma essenzialmente il compito di approfondirli e risolverli spetta ai singoli partiti. Si può persino temere che l’adozione di formule generali rigide possa essere un ostacolo. La mia opinione è che, sulla linea del presente sviluppo storico, e delle sue prospettive generali (avanzata e vittoria del socialismo in tutto il mondo), le forme e condizioni concrete di avanzata e vittoria del socialismo saranno oggi e nel prossimo avvenire molto diverse da ciò che sono state nel passato. In pari tempo assai grandi sono le diversità da un paese all’altro. Perciò ogni partito deve sapersi muovere in modo autonomo. L’autonomia dei partiti, di cui noi siamo fautori decisi, non è solo una necessità interna del nostro movimento, ma una condizione essenziale del nostro sviluppo nelle condizioni presenti. Noi saremmo contrari, quindi, a ogni proposta di creare di nuovo una organizzazione internazionale centralizzata. Siamo tenaci fautori dell’unità del nostro movimento e del movimento operaio internazionale, ma questa unità deve realizzarsi nella diversità di posizioni politiche concrete, corrispondenti alla situazione e al grado di sviluppo in ogni paese.
Vi è, naturalmente, il pericolo dell’isolamento dei partiti l’uno dall’altro e quindi di una certa confusione. Bisogna lottare contro questi pericoli e per questo noi crediamo si dovrebbero adottare questi mezzi: contatti assai frequenti e scambi di esperienza tra i partiti, su larga scala; convocazione di riunioni collettive dedicate allo studio di problemi comuni a un certo gruppo di partiti; incontri internazionali di studio su problemi generali di economia, filosofia storia, ecc.
Accanto a questo noi siamo favorevoli a che tra i singoli partiti e su temi di comune interesse, si svolgano dibattiti anche pubblicamente, in modo da interessare tutta l’opinione pubblica: ciò richiede, ben s’intende, che il dibattito sia condotto in forme corrette, nel reciproco rispetto, con argomentazioni oggettive, non con la volgarità e violenza adottate dagli albanesi e dai cinesi!

Rapporti col movimento dei paesi coloniali ed ex coloniali 

Attribuiamo una importanza decisiva, per lo sviluppo del nostro movimento, allo stabilirsi di ampi rapporti di reciproca conoscenza e di collaborazione tra i partiti comunisti e i movimenti di liberazione dei paesi coloniali ed ex coloniali. Questi rapporti non devono però essere stabiliti solo con i partiti comunisti di questi paesi, ma con tutte le forze che lottano per l’indipendenza e contro I’imperialismo e anche, nella misura del possibile, con ambienti governativi di paesi di nuova libertà che abbiano governi progressivi. Lo scopo deve essere di giungere a elaborare una comune piattaforma concreta di lotta contro I’imperialismo e il colonialismo. Parallelamente dovrà essere da noi meglio approfondito il problema delle vie di sviluppo dei paesi già coloniali, di che cosa significhi per essi l’obiettivo del socialismo, e così via.
Si tratta di temi nuovi, non ancora affrontati sino ad ora. Per questo, come ho già detto, noi avremmo salutato con piacere una riunione internazionale dedicata esclusivamente a questi problemi e ad essi bisognerà in ogni modo dare una parte sempre più grande in tutto il nostro lavoro.

Problemi del mondo socialista

Credo si possa affermare, senza tema di sbagliare, che la sfrenata e vergognosa campagna cinese e albanese contro I’Unione Sovietica, il PCUS, i suoi dirigenti e in special modo il compagno Khrusëv, non ha avuto, tra le masse, conseguenze degne di grande rilievo, nonostante essa venga sfruttata a fondo dalle propagande borghesi e governative. L’autorità e il prestigio delI’Unione Sovietica tra le masse rimangono enormi. Le più grossolane calunnie cinesi (imborghesimento delI’URSS, ecc.) non hanno alcuna presa. Qualche perplessità esiste, invece, circa la questione del richiamo dei tecnici sovietici dalla Cina.
Ciò che preoccupa le masse e anche (almeno nel nostro paese) una parte non indifferente di comunisti è il fatto in sè del contrasto così acuto tra due paesi che sono diventati entrambi socialisti attraverso la vittoria di due grandi rivoluzioni.
Questo fatto pone in discussione i princìpi stessi del socialismo e noi dobbiamo fare un grande sforzo per spiegare quali sono le condizioni storiche, politiche, di partito e personali che hanno contribuito a creare l’odierno contrasto e conflitto. Si aggiunga a questo che in Italia esistono ampie zone abitate da contadini poveri, tra i quali la rivoluzione cinese era diventata assai popolare come rivoluzione contadina. Ciò obbliga il partito a discutere delle posizioni cinesi, criticarle e respingerle anche nei pubblici comizi. Agli albanesi, invece, nessuno fa attenzione, anche se abbiamo, nel Mezzogiorno, alcuni gruppi etnici di lingua albanese.
Oltre al conflitto con i cinesi vi sono però altri problemi del mondo socialista ai quali chiediamo si presti attenzione.
Non è giusto parlare dei paesi socialisti (e anche dell’Unione Sovietica) come se in essi tutte le cose andassero sempre bene. Questo è l’errore, per esempio, del capitolo della risoluzione del ’60 dedicato a questi paesi. Sorgono infatti continuamente, in tutti i paesi socialisti, difficoltà, contraddizioni, problemi nuovi che bisogna presentare nella loro realtà effettiva. La cosa peggiore è di dare l’impressione che tutto vada sempre bene, mentre improvvisamente ci troviamo poi di fronte alla necessità di parlare di situazioni difficili e spiegarle. Ma non si tratta solo di fatti singoli. È tutta la problematica della costruzione economica e politica socialista che è conosciuta, in Occidente, in modo troppo sommario e spesso anche primitivo. Manca la conoscenza della diversità delle situazioni tra paese e paese, dei diversi metodi della pianificazione e della loro progressiva trasformazione, del metodo che viene seguito e delle difficoltà che si incontrano per la integrazione economica tra i diversi paesi e così via. Alcune situazioni risultano scarsamente comprensibili. In parecchi casi si ha l’impressione che esistano, nei gruppi dirigenti, diversità di opinioni, ma non si comprende se sia veramente così e quali siano le diversità. Forse potrebbe essere utile, in qualche caso, che anche nei
paesi socialisti si svolgessero dibattiti aperti cui prendessero parte anche dei dirigenti, su temi attuali.
Ciò contribuirebbe certo a un accrescimento di autorità e di prestigio del regime socialista stesso.
Le critiche a Stalin, non bisogna nasconderselo, hanno lasciato tracce abbastanza profonde. La cosa più grave è una certa dose di scetticismo con la quale anche elementi vicini a noi accolgono le notizie di nuovi successi economici e politici.
Oltre a ciò, viene considerato in generale non risolto il problema delle origini del culto di Stalin e come esso diventò possibile. Non si accetta di spiegare tutto soltanto con i gravi vizi personali di Stalin. Si tende a indagare quali possono essere stati gli errori politici che contribuirono a dare origine al culto. Questo dibattito ha luogo tra storici e quadri qualificati del partito. Noi non lo scoraggiamo, perché spinge a una conoscenza più profonda della storia della rivoluzione e delle sue difficoltà. Consigliamo però la prudenza nelle conclusioni e di tener presenti le pubblicazioni e ricerche che si fanno nell’Unione Sovietica.
Il problema cui si presta maggiore attenzione, per ciò che riguarda tanto I’URSS quanto gli altri paesi socialisti, è però, oggi, in modo particolare, quello del superamento del regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin. Non tutti i paesi socialisti offrono un quadro eguale. L’impressione generale è di una lentezza e resistenza a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano, nel partito e fuori di esso, larga libertà di espressione e di dibattito, nel campo della cultura, dell’arte e anche nel campo politico. Questa lentezza e resistenza è per noi difficilmente spiegabile, soprattutto in considerazione delle condizioni presenti quando non esiste più accerchiamento capitalistico e la costruzione economica ha ottenuto successi grandiosi. Noi partiamo sempre dall’idea che il socialismo è il regime in cui vi è la più ampia libertà per i lavoratori e questi partecipano di fatto, in modo organizzato, alla direzione di tutta la vita sociale. Salutiamo quindi tutte le posizioni di principio e tutti i fatti che ci indicano che tale è la realtà in tutti i paesi socialisti e non soltanto nell’Unione Sovietica. Recano invece danno a tutto il movimento i fatti che talora ci mostrano il contrario.
Un fatto che ci preoccupa e che non riusciamo a spiegarci pienamente è il manifestarsi tra i paesi socialisti di una tendenza centrifuga. Vi è in essa un evidente e grave pericolo, del quale crediamo che i compagni sovietici si debbano preoccupare. Vi è senza dubbio del nazionalismo rinascente. Sappiamo però che il sentimento nazionale rimane una costante del movimento operaio e socialista, per un lungo periodo anche dopo la conquista del potere.
I progressi economici non lo spengono, lo alimentano. Anche nel campo socialista, forse (sottolineo questo “forse” perché molti fatti concreti ci sono sconosciuti), bisogna guardarsi dalla forzata uniformità esteriore e pensare che l’unità si deve stabilire e mantenere nella diversità e piena autonomia dei singoIi paesi.

Concludendo, noi riteniamo che anche per quanto riguarda i paesi socialisti bisogna avere il coraggio di affrontare con spirIto critico molte situazioni e molti problemi, se si vuole creare la base di una migliore comprensione e di una più stretta unità di tutto il nostro movimento.

Sulla situazione italiana 

Molte cose dovrei aggiungere per informare esattamente sulla situazione del nostro Paese. Ma questi appunti sono già troppo lunghi e ne chiedo scusa. Meglio riservare a spiegazioni e informazioni verbali le cose puramente italiane.