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Due referendum inutili e nocivi, mobilitiamoci per farli fallire!

I due presidenti di regione di Lombardia e del Veneto hanno indetto due referendum che non possono avere e non avranno nessuna conseguenza concreta, qualunque sia l’esito della votazione, dato che , a differenza dei normali referendum, non possono modificare nulla di quanto viene messo al voto ed inoltre data la genericità del quesito non possono neppure esprimere un chiaro mandato politico.
In compenso per questi due referendum verranno spesi decine e decine di milioni di euro dei bilanci delle due regioni che avrebbero potuto essere spesi per dare una migliore risposta ai bisogni ed alle emergenze sociali sia del Veneto che della Lombardia.
Servono invece alla Lega cui appartengono sia Maroni che Zaia per rilanciare la sua
immagine politica in vista delle prossime elezioni, sperperando, quindi, per scopi di partito i soldi dei cittadini lombardi e veneti.
Basterebbe osservare che in tutti gli anni del loro mandato questi “governatori” non hanno mai veramente affrontato questo tema con i vari governi che si sono succeduti ma lo rispolverano ora per cercare di aumentare il consenso personale e del loro partito.

22_settembre_definitiva

Si dovrebbe, prima di parlare di ulteriori poteri o risorse alle regioni, fare un bilancio di come queste abbiano gestito i poteri e le risorse che fino ad ora sono state loro assegnati.
La regione Lombardia prima con Formigoni e poi con Maroni è stata più volte travolta da scandali in particolare nel settore della sanità, e se guardiamo a livello nazionale vediamo che proprio il livello istituzionale regionale è stato quello che ha evidenziato il maggior numero di scandali e ruberie. In Veneto, le questioni della pedemontana, del Mose o degli ospedali costruiti in “collaborazione” tra pubblico e privato e successivamente ceduti a fondi di investimenti stranieri (solo per fare qualche esempio) sono emblematiche dell’abitudine di trattare la cosa pubblica in maniera privatistica e costosa per la collettività. Fatti come questi evidenziano la pericolosità di dare, sulla questione dell’autonomia, un mandato in bianco ai presidenti delle regioni.
Che quindi lo spostamento di pote

ri e risorse alle regioni sia il miglior modo per gestirle ed amministrarle è tutto da dimostrare. Inoltre in molte regioni, ed in particolare in Lombardia il decentramento di poteri e risorse si è fermato al livello regionale facendo diventare la regione una sorta di piccolo stato accentratore che non ha, a sua volta, decentrato verso le allora provincie ed i comuni, in modo da avvicinare i luoghi di decisione e di gestione ai cittadini permettendo una reale partecipazione.
Infine dietro a questi referendum rimane, anche se in questo caso si tenta di celarla, la concezione di destra della Lega che vorrebbe capovolgere quei principi di solidarietà e di ridistribuzione delle risorse che sono alla base della nostra  Costituzione, ed il diritto di ogni cittadino italiano di godere degli stessi diritti e servizi sociali in ogni parte del paese, l’idea di una frattura del paese che non porterebbe ad una “indipendenza” ma alla subordinazione economica e politica del nord Italia alla Germania.

In questo quadro il modo migliore per combattere e sconfiggere questi referendum inutili, costosi e nocivi è quello di attuare una forte campagna elettorale per una astensione attiva dei cittadini, infatti recarsi comunque a votare per esprimere un “no” rischia di diventare una legittimazione del referendum, una sorta di riconoscimento dello stesso che, involontariamente, potrebbe valorizzare un’eventuale vittoria del “si”.
Una seria ed ampia campagna per l’astensione non è un modo per “estraniarsi dalla
partita” o di restare alla finestra. Permette di smascherare la posizione del M5S e di gran parte del PD (PD veneto e sindaci PD della Lombardia) che si sono espressi per il si, mettendo in luce non solo i contenuti reali delle loro linee politiche ma anche la grande dose di opportunismo di queste forze politiche che evidenziano, con questa scelta, la loro sudditanza ai contenuti ed ai valori della destra.

Partito Comunista Italiano
Federazione regionale della Lombardia, il segretario Vladimiro Merlin               Federazione regionale del Veneto, il segretario Giorgio Langella

 

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“Posta una pietra per la ricostruzione del Partito Comunista”

Si è tenuta a Roma l’assemblea “Ricostruire il Partito Comunista”, che ha visto come primo atto fondativo la ridenominazione del “Partito dei Comunisti Italiani” in “Partito Comunista d’Italia”. Riportiamo qua la dichiarazione del segretario Cesare Procaccini, del PdCI ora PCdI, sul valore e sul significato dell’evento:

“Esprimo la profonda soddisfazione mia e di tutto il Partito Comunista d’Italia per la riuscita della manifestazione di lancio dell’associazione per la ricostruzione del Partito Comunista. Il 20 dicembre centinaia di compagne e compagni hanno affollato il Centro Congressi Cavour di Roma per dimostrare la loro adesione convinta ad un progetto di ricostruzione di un soggetto politico comunista unitario e rinnovato. Un apporto prezioso ai processi unitari a sinistra a cui i comunisti organizzati in partito devono portare il loro contributo.

A 20 anni circa dalla sciagurata scelta di chiudere l’esperienza del Partito Comunista Italiano e all’epilogo del renzismo a cui sono giunti i fautori di quella “svolta”, i comunisti riaffermano la loro volontà di essere parte delle dinamiche della società e di essere il soggetto rivoluzionario del cambiamento autentico. La voce dei lavoratori delle fabbriche e del mondo del precariato che hanno riempito la sala del centro congressi ha chiesto a coralmente unità a sinistra e un progetto serio di ricostruzione di un partito comunista adeguato ai tempi durissimi che viviamo. Dopo questa entusiasmante assemblea possiamo affermare di aver posto un’altra solida pietra a fondamento della ricostruzione.”

Cesare Procaccini, segretario nazionale Partito Comunista d’Italia

http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/24902-qposta-una-pietra-per-la-ricostruzione-del-partito-comunistaq.html

Il rosso tradito e le svolte massoniche

Hanno avvelenato e distrutto la Resistenza.
Il rosso era il colore della giusta rivolta, ma è successo qualcosa, negli anni ’70-’80, dentro il PCI, dove uno dei gangli fondamentali di certi rapporti con la massoneria atlantista e certi ambienti della magistratura divenne Giorgio Napolitano.
La malapianta entrò nel partito, forse già alla fine degli anni ’60.
Tutto quello che avvenne dopo il ’91 era semplicemente lo sviluppo del cancro già insediato da decenni.
Oggi gentaglia come Renzi, Franceschini, Fassino, Chiamparino, o figure di facciata come altri già noti, o ancora equilibristi abili del potere come D’Alema, sono solo il frutto amaro incubato in quegli anni, che ha trasformato profondamente la società italiana.

E, a dirla tutta, ora si capisce fino in fondo il ruolo di Berlusconi – sicuramente un padrone, un eversore, ma collegato ad ambienti massonici affini, alla fine, a quelli del cosiddetto centrosinistra.
Ci hanno trascinato in una guerra politica interna indotta, dove ognuno come a teatro teneva bene la sua parte, con la Costituzione come alambicco di scena. Ora che però hanno gettato tutti la maschera, hanno anche gettato tutti l’alambicco, e la Costituzione e il lavoro dei costituenti non interessa più a nessuno.

Ecco perché, da comunista, ritengo che oggi, per combattere, occorre praticare una vera e propria “cesura storico-sentimentale” con quello che è stata l’esperienza umana del PCI. Il marxismo, gli scritti, le analisi, no, ma l’esperienza umana si. I dirigenti del PD, detto senza rabbia, hanno semplicemente “scelto di tradire”. Lo hanno fatto di nascosto, mascherandosi dietro la difesa di una Costituzione che dopo 20 anni hanno smantellato loro stessi. E’ giusto che lo si sappia tutti, e tutti, senza recriminazioni o ipocrisie, ne traggano le dovute conseguenze.

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Comunisti e civismo – costruzione democratica di un futuro comune

Vorrei condividere una riflessione per la sinistra alternativa in Italia. Anzitutto molte voci si stanno levando contro ipotesi personalistiche sulla costruzione delle liste delle elezioni. Questa è una posizione corretta, molti militanti si esprimono su questo. Ma manca un’idea che sia in grado di trasmettere antichi ideali in un nuovo contesto sociale. In Italia paradossalmente, dopo una storia grande e preziosa come quella del PCI, stiamo assistendo alla grande illusione storica di un gruppo dirigente che usa parole e immaginario di sinistra per veicolare politiche di destra. Il PD è il fulcro di questa contraddizione, anche nelle sue propaggini ironiche delle pagine Facebook, e nonostante la vittoria di Renzi, il costume trasformista continua. Apparati senza più ideali, o semplicemente socialdemocratizzati, negano la ricostruzione al di fuori di essi di forze che si richiamino a quello che loro erano stati, cioè al comunismo.

La risposta per chi vuole un nuovo fronte a sinistra non sta più nelle forme di ieri. Non perché vanno rinnegate, come è stato il tentativo della sinistra vendoliana, ma perché vanno rivitalizzate con una nuova forma comunicativa che superi l’impasse e il grande equivoco PCI-PD che il senso comune delle persone, in Italia, ormai ha acquisito. Serve una spinta come quella grillina, solo con una base teorica che sia neomarxista. In Italia solo così si può uscire dalle secche.
Che ruolo possono avere i partitini comunisti rimasti in campo, e in particolar modo che ruolo può avere il Pdci che tra essi sembra sia quello più omogeneo e con una linea di sintesi maggiore tra realtà e idealità?

Anzitutto nessuna paura dell’ignoto. Nessun tipo di spirito ottuso e autoconservativo, che lo porterebbe ad assomigliare più a una setta che a un partito.
Sicuramente è necessario un movimento di massa, con una simbologia forte, antica e al contempo rinnovata, che trovi nelle sue fondamenta un Partito che lo sorregga, e questo non può che essere un partito comunista. Però vanno superate delle contingenze, con l’intelligenza di capire la fase, e pare che ancora molti non riescano a comprendere che è tempo di lanciare un’operazione comunicativa nuova, che si svincoli dal nostalgismo, essendo in grado al contempo di non scivolare nell’opportunismo.

Rivoluzione Civile aveva in sé troppe contraddizioni, ma c’è chi non è stato nemmeno in grado di vederne in nuce alcune potenzialità: da un lato la presenza di Di Pietro, l’eccessiva personalizzazione della lista comunque necessaria dati i tempi ristretti di presentazione, la dialettica malsana tra partiti non rinnovati e società civile anch’essa un pò incancrenita, un pò sempre la stessa.
Ma dall’altro una potenziale convivenza che, se incardinata in maniera corretta, poteva fare la differenza per tutti.
Le espressioni dei movimenti civici, di reale consistenza e non di qualche penna allegra e sempreverde, devono imparare ad accettare il ruolo e l’esperienza dei comunisti. I comunisti devono imparare a non fagocitare le dinamiche civiche, perché la coscienza di classe imposta abbiamo visto – e degli errori la Storia non fa sconti – che fine ha fatto fare a tutta una serie di esperienze di governo nel campo socialista.

soleUna strada reale, prima di tutte le discussioni contingenti su liste, listini e listoni, candidati… è un ricambio completo del gruppo dirigente CENTRALE dei partiti comunisti, se possibile unificati (se possibile), e una ripresa serrata con le forze REALI che si rifanno al civismo. Abolire il concetto generico di “società civile” poiché essa è omnicomprensiva per iscritti o non iscritti ai partiti, e ragionare sulla costruzione di un movimento comune, con dinamiche democratiche (pesi e contrappesi di gestione e ricorso referendario su alcune tematiche condivise); un movimento che abbia la forza comunicativa necessaria per porsi socialmente ed elettoralmente alla testa dei processi di cambiamento da rilanciare nel paese.

Luca Rodilosso