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La Cina prevalentemente socialista del 2017

L’elemento e la notizia eclatante che va innanzitutto sottolineata è che, stando ai dati forniti dall’insospettabile istituto Euromonitor e pubblicato persino dal Corriere della Sera, il salario medio degli operai e delle “tute blu” cinesi è triplicato, è aumentato di tre volte dal 2005 al 2016, quasi raggiungendo la retribuzione percepita nel 2016 dagli operai portoghesi.

Si tratta di una notizia e novità clamorosa fornita tra l’altro da fonti insospettabili, su cui tuttavia gran parte della sinistra politica e sindacale italiana ha steso un clamoroso – ma spiegabilissimo – silenzio, allo stesso tempo imbarazzato e pietoso.

Ma vi sono informazioni interessanti che interessano e/o provengono da Pechino negli ultimi mesi.

La questione della natura socioproduttiva della Cina contemporanea ancora una volta è stata risolta in senso prevalentemente socialista e collettivistico, proprio dall’insospettabile rapporto della rivista statunitense “Fortune” – arciborghese e anticinese – sulle 500 più grandi imprese mondiali nel corso del 2015.

In tale report emerge come le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

Tali aziende cinesi a proprietà statale o municipale sono:

–          State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;

–          China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;

–          Sinopec Group quarto posto nella classifica Fortune, fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;

–          Industrial and Commercial Bank of China, quindicesima nella lista Fortune, con 167 miliardi di dollari di fatturato;

–          China Costruction Bank (22° posto in classifica), con 147 miliardi di dollari di fatturato;

–          China State Costruction Enginering (ventisettesimo posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;

–          Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;

–          Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;

–          China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

–          China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.

Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento; un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.

Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.

Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse quindi sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.

Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo almeno superiore ai 20 miliardi di dollari e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.

Ma non solo: passiamo ora ad esaminare un azienda cinese come la gigantesca Huawei, che quasi sempre all’interno del mondo occidentale viene vista e considerata come un impresa capitalistica e di natura privata.

Giusto? No, sbagliato.

Nel 2015 la Huawei aveva espresso un fatturato pari a 60,8 miliardi di dollari, collocandosi al 129° posto nella sopracitata lista Fortune del 2016 nella “Top 500” a livello mondiale.

Ora, esaminando un articolo pubblicato dal sitoupgochina.com all’inizio del 2017 si ricava con chiarezza l‘informazione sulla natura essenzialmente cooperativa della Huawei: ossia che la proprietà delle azioni della Huawei è quasi del tutto in mano proprio agli operai e ai lavoratori della Huawei.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale,  pubblica.

Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.

“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.

Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.

Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?

Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.

Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.

Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata. Ma al di là del valore commerciale dell’intesa è un intervento che ha un sapore tutto politico. Diverse possono essere le chiavi di interpretazione.

La prima che ci viene in mente, ma non certo l’unica, è quella di una risposta all’America. Una sorta di controffensiva cinese alla dichiarazione di guerra lanciata dal nuovo presidente degli Stati Uniti alla Cina.

La volontà di Donald Trump di aumentare le tariffe verso Pechino, la sua minaccia di far rientrare in America la produzione di alcuni beni che sono fatti in Cina non sono ovviamente passati inosservati. Non sono forse gli hamburger di McDonald’s il simbolo della globalizzazione americana? La scelta dunque di statalizzarli suona più come un messaggio politico e neanche tanto velato: una sorta di avvertimento. Come a dire: la Cina è in grado di fare le cose per conto suo”.

Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.

Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.

Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.400 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.

In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.

Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.

Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.

 

Daniele Burgio, redazione La Cina Rossa.

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Sulla nomina di Gentiloni, calma e sangue freddo

paolo_gentiloniLa designazione dell’incarico per la formazione del nuovo governo da parte del Presidente della Repubblica Mattarella a Paolo Gentiloni  non stupisce più di tanto, l’assetto di potere renziano è ancora in piedi e il PD è una struttura che ha assorbito il potere nel paese, annientato altri partiti a sinistra, ha negato il rapporto coi movimenti sociali lasciando quindi ampio spazio ai populismi di destra.
Un governo di transizione con Grasso presidente del consiglio sarebbe stato meglio, ma dato che l’azione politica non si fa con i “se” in ogni caso occorre organizzarsi al meglio per il futuro, tenendo presente che Gentiloni, iper atlantista, antisociale quanto vogliamo, è una scelta legittima in questo assetto costituzionale per il quale abbiamo votato, e specificamente per il quale la tutte le forze politiche di sinistra e non liberiste hanno votato “NO”.
Il PCI e i comunisti devono esserci con la massima vocazione alternativa al PD, per offrire al prossimo voto una sponda alla società progressista e ai lavoratori, e con estrema responsabilità data la fase che stiamo vivendo.

Ad abbaiare in questo caos già ci pensano gli altri, cerchiamo di distinguerci perché ne andrà della nostra reputazione, che deve accompagnarsi sempre alla giusta coerenza.

Luca Rodilosso – redazione ilcomunista.it

Sconfitte e Scienza

di Maurizio Mozzoni

Per spiegare la seconda legge della termodinamica meglio conosciuta come legge dell’entropia, il mio professore del liceo faceva sempre questo esempio: “Se fai bollire un acquario ottieni una zuppa di pesce, difficile se non impossibile che da una zuppa di pesce tu possa ottenere un acquario”.

Quello che sta avvenendo nel panorama politico degli ultimi tempi sembra voler andare in contrasto con questa perfetta legge di natura.

Ieri sera abbiamo assistito all’ennesimo teatro dell’assurdo dalle parti di Palazzo Grazioli con i senatori ora detti “governisti” che in un sussulto di coraggio hanno sbattuto la porta in faccia alla proposta di ricostituzione di Forza Italia e se ne sono andati a formare un gruppuscolo parlamentare (34 al senato e 23 o 24 alla camera ma c’è da credere che nelle prossime ore aumenteranno in quella fantastica geometria parallela che è il sistema politico italiano).

In una sorta di magma indistinto, governato dal signor Enrico Letta con il beneplacito di tutti gli schieramenti e con quelli che stanno fuori che spingono come degli ossessi per lanciarsi nel calderone, in mezzo a questo nulla indistinto dove a governare è solo e soltanto la BCE, fa tenerezza vedere dei personaggi che fino a ieri erano universalmente considerati il peggio della spazzatura politica italiana, fare dei distinguo ed essere trattati come fossero dei padri della Patria.

Da molti mesi non riesco più a scrivere una sola riga di politica, di società, di economia. Non ci riesco perché credo che analizzare questo sistema sia già di per se dare risalto a una sconfitta ideale, filosofica, politica.

Mi sono stufato di scrivere di ogni aspetto della politica di questo paese perché questo paese non merita nemmeno una contestualizzazione storica degli eventi.

Il lettore mediamente intelligente dovrebbe semplicemente smettere di ascoltare queste sterili giravolte, questi giochetti da pagliacci da circo.

Se le prime pagine dei giornali sono occupate da burattini come Cicchitto, Alfano, Formigoni che fanno la guerra a burattini come Daniela Santanché, Renato Brunetta, Raffaele Fitto, e la gente non si è ancora stufata, allora non ha nemmeno senso provare a fare dei commenti.

Personalmente ritengo che sia arrivato il momento di smetterla di guardare a questo scempio dell’intelligenza che vogliamo definire politica.

Questa non è politica: questa è prostituzione della peggior specie.

Come comunista (non come uomo di sinistra ma come Comunista), ritengo che sia arrivato il momento di dire che non sono più interessato a questi maneggi di sottobanco.

Che non mi interessa nulla di ciò che non è importante per il popolo, e nulla di quello che sta accadendo in Italia da molti mesi a questa parte è interessante per il popolo.

Dobbiamo, per necessità e per coraggio ideologico, tornare a studiare e a spiegare alle persone che cosa sia la vera politica, che è sogno di cambiamento vero, che è un sistema di valori e di ideali che portano al meglio i singoli e con essi tutta l’umanità.

La cialtroneria di questo momento storico deve essere combattuta con la consapevolezza e la consapevolezza deve costruirsi su basi scientifiche e non ideologiche.

Nessuna ideologia che non fa i conti con una rigorosa applicazione scientifica è destinata a continuare a lungo (il movimento 5 stelle ne sarà la prova scioccante, destinato com’è a implodere in una bolla di rabbia e disillusione).

In Italia ci siamo lanciati troppo spesso in battaglie prive di alcun senso, siamo diventati le pedine di lotte di potere, siamo stati giocati inconsapevolmente da interessi borghesi contrapposti.

Non è un caso che qualche tempo fa, parlando del caso Repubblica, scrivevamo che in Italia si era in presenza di una guerra tra il gruppo Fininvest e il gruppo DeBenedetti, giocata sul campo improprio della politica e con le tifoserie ben schierate e contrapposte.

Il fatto è che ancora non si vuol capire quello che è accaduto, anche solo per il fatto che nessuno lo ha raccontato e lo vuole raccontare.

Non ci dotiamo di una lente con cui vedere il mondo che ci circonda perché quella lente ci farebbe capire di essere costantemente presi in giro e scoprirlo ci porterebbe alla rivoluzione, ma ad una rivoluzione vera, violenta, con risvolti che non riusciamo a prevedere, e questo certamente ci terrorizza, ci spaventa.

Tuttavia questo è necessario, è imprescindibile per non cadere nel nulla, per non farci sopraffare dal corso delle cose; sempre che non sia già troppo tardi.

Un’idea per il finanziamento pubblico

Si dibatte molto su come dovrebbero finanziarsi i partiti; c’è chi vuole solo finanziamenti privati e chi vuole ancora un finanziamento pubblico, riformato e controllato. L’accordo per ora non sembra esserci.

Nessuno ha ancora proposto una via alternativa, che esiste, e in un paese che vive solo di privato: stiamo parlando degli Stati Uniti. Si, gli Stati Uniti.

Nel paese che più odio al mondo, nel paese più odiato dal mondo intero, c’è una forma di finanziamento ai partiti che non viene mai spiegato appieno.

Il sistema che tutti conosciamo è quello in cui i partiti americani si finanziano tramite le donazioni delle lobby e degli imprenditori, ma non è solo questo: difatti i partiti americani hanno la possibilità di richiedere un finanziamento PUBBLICO.

Il partito può richiedere allo stato un finaziamento annuale, ma deve rinunciare al finanziamento privato. Può ricevere donazioni dai singoli, ma non da aziende e società. Questo finanziamento in america non viene mai richiesto da nessuno, e non mi sorprende, dato che lo stato dona una quota minuscola rispetto a quanto possono dare le lobby.

In Italia questo sistema riuscirebbe a risolvere molti problemi:

1) Ridurrebbe il finanziamento pubblico. Infatti partiti come PD e PDL rinuncerebbero ai soldi pubblici, attratti dai milioni dei privati.

2) Permetterebbe a partiti medio – piccoli di mantenere una struttura e di fare politica, contando sempre sull’aiuto dei propri iscritti.

3) Calmerebbe l’opinione pubblica (e i grillini).

Questo sistema non mi fa impazzire, ma credo sia una soluzione per ritornare a parlare dei problemi seri. Il finanziamento ai partiti è un pilastro della democrazia e del pluralismo, va difeso, corretto e controllato, non abolito. Non lasciamo fare politica solo a chi ha i soldi.

Nicolò Monti